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FUORIPAGINA
21/10/2010
  •   |   Michele Giorgio
    Salti per la libertà tra le mura di Gaza
    E' richiesta almeno la versione 9.0.0 del flash player. http://www.adobe.com/shockwave/download/

     

    Invoglia a immaginare latitudini lontane la spiaggia tra Deir al Balah e Khan Yunis. Una distesa di sabbia dorata fiancheggiata dalle terre mawasi, tra le più fertili della Striscia di Gaza. Peccato che il mare non sia altrettanto limpido, per gli scarichi trattati a intermittenza, a causa dei blackout che da oltre tre anni scandiscono la vita dei palestinesi di Gaza stretti nel blocco israeliano. Luce e quiete sono inesistenti sulla spiaggia del capoluogo Gaza city, stressata dalla presenza degli hotel e dai ristoranti di pesce frequentati da famiglie benestanti e stranieri. All'ingresso di Khan Yunis si scorge, in gran parte coperto dalla sabbia, un campo da tennis, una delle ultime testimonianze della presenza delle colonie israeliane evacuate e ridotte in macerie dall'esercito di occupazione nell'estate del 2005. Questa spiaggia era riservata solo ai coloni, i palestinesi non potevano entrarvi e persino i contadini dovevano penare per raggiungere i loro campi.
    Oggi su queste dune volteggiano tre ragazzi palestinesi traceurs che amano e praticano il PK, il parkour, la disciplina metropolitana (nata in Francia agli inizi degli anni '80) che consiste nel superare qualsiasi genere di ostacolo adattando il proprio corpo all'ambiente circostante (guarda il video). Al PK i tre ragazzi uniscono il Free running, la spettacolarità dei movimenti. Mohammed Kayek, Abdallah Anshase e Mohammed Jakber hanno tutti meno di vent'anni e non sono ragazzi di buona famiglia annoiati dalla vita di Gaza sotto embargo, scossa solo dalle minacce di nuove offensive militari e dalla periodica esplosione di lotte intestine. Per loro, figli dei campi profughi e della miseria, il parkour è uno stile di vita, un'esaltazione prima dell'anima e poi del corpo, un sussulto di libertà nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. E in quanto a tecnica e coraggio non hanno nulla da invidiare a loro coetanei europei e americani.
    Incontriamo i traceurs all'università al Aqsa, il più nuovo degli atenei di Gaza, costruito con fondi del Golfo, per certi versi il più proiettato verso il futuro con le sue facoltà umanistiche e artistiche assenti nell'Università islamica e ad al Azhar (considerata «laica»). Anche su quest'istituzione gravano l'embargo israeliano, il peso della politica e le conseguenze dello scontro tra Fatah di Abu Mazen e Hamas, che dal 2007 controlla Gaza. Ma, tutto sommato, i rettori - l'attuale e il suo predecessore - pensano soprattutto a come garantire buoni livelli di insegnamento e di apprendimento alle migliaia di studenti iscritti. E l'esercizio sportivo per i ragazzi e le ragazze di al Aqsa ha un'importanza centrale, ci spiega il professor Sami Mahmud, del dipartimento di educazione fisica, che ha allenato e spronato Mohammed Kayek, Abdallah Anshase e Mohammed Jakber a mettercela tutta. Il tempo di bere una tazzina di kahwa sada, caffè amaro, e i tre ragazzi entrano nella stanza. Uno di loro, Mohammed Kayek, è sporco di pittura bianca, non ha perso tempo a lavarsi le mani quando gli hanno detto che dei giornalisti lo attendevano all'università. Kayek ha interrotto gli studi e per aiutare la famiglia fa l'imbianchino, ma la sua vera attività quotidiana è il parkour: si allena tutti i giorni da pomeriggio a sera. Studia ancora Abdallah Anshase, che introdusse nel 2003 il parkour ai suoi compagni di acrobazie. Sorride mentre racconta la sua esperienza Mohammed Jakber, l'unico del gruppo ad ostentare, rispetto agli altri due, un look più «metropolitano»: jeans attillati, cintura rosso vivo, maglietta aderente che rende evidente la muscolatura.
    «Qualche anno fa guardavo in tv un servizio da Londra sul free running - ricorda Anshase - quei salti da edificio ad edificio, quelle capriole ad alto rischio mi appassionarono. Mi dissi: posso farlo anche io. Presi ad allenarmi sempre più convinto che avrei potuto raggiungere e persino superare quei ragazzi che avevo ammirato in tv».
    Una passione nata per caso e trasmessa a Kayek e Jakber. Quest'ultimo il parkour cominciò a praticarlo nel cimitero della città, saltando di lapide in lapide in perfetto equilibrio. Poi da casa a casa. Salti eccezionali, atterraggi a pochi centimetri dal vuoto.
    «La scoperta e la pratica del parkour è stata la svolta della mia esistenza - racconta Jakber abbassando lo sguardo per timidezza - per me è una filosofia di vita, una corsa libera contro coloro che (gli israeliani, ndr) ci tengono chiusi come in una prigione. E un giorno potrebbe diventare anche un lavoro vero e proprio».
    Non più solo esibizioni saltuarie, ad esempio nei matrimoni, tra lo scetticismo dei familiari che li esortano a cercarsi «un lavoro vero» come se fosse facile trovarlo a Gaza, dove la popolazione in buona parte sopravvive grazie agli aiuti umanitari che filtrano tra le maglie dell'embargo israeliano. «Vogliamo misurarci in una competizione vera ed internazionale», dice Jakber. Se ne svolgono parecchie, non solo in Europa ma anche nel mondo arabo.
    I traceurs di Khan Yunis vogliono compiere il salto decisivo, quello più rischioso ed esaltante verso la platea internazionale, per dimostrare che Gaza è viva e dove i giovani hanno desiderio di raggiungere la libertà dall'occupazione ma anche traguardi nella loro vita, in ogni campo, in ogni disciplina. Nell'attesa di un permesso per uscire dalla Striscia che potrebbe non arrivare mai, i tre ragazzi danno vita, nel cortile dell'università Al Aqsa, ad una esibizione di salti, avvitamenti in volo, capriole da fermi sotto lo sguardo soddisfatto del loro allenatore e quello di ammirazione di decine di studentesse. Sono bravi Mohammed Kayek, Abdallah Anshase e Mohammed Jakber, dannatamente bravi.


I COMMENTI:
  • A tutti coloro che sarebbero tentati di essere d'accordo con Lorenzo rispetto al peso dato ad una manifestazione di energia vitale e speranza in quell'inferno a cielo aperto che è Gaza consiglio vivamente di visionare il film documentario girato nei territori occupati e principalmente a Gaza che si intitola To shoot an elephant e che è interamente accessibile sul sito dello stesso nome, vale a dire www.toshootanelephant.com. 28-10-2010 12:36 - laura nicastri
  • Saranno sicuramente bravi questi tre ragazzi, ma dedicar loro la prima dell'homepage del manifesto mi pare esagerato... 21-10-2010 20:48 - lorenzo
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