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"Carta" esce dalle edicole
Dal 29 ottobre Carta non sarà più in edicola. La tipografia che stampa il settimanale ci ha comunicato che non può più far fronte al ritardo dei pagamenti. La nostra sola banca, quella popolare ed etica, è già abbastanza esposta sui crediti che vantiamo, soprattutto nei confronti degli enti locali e dello stato. Spediremo ancora un giornale, ridotto, agli abbonati, almeno fino al nuovo anno, poi si vedrà.
È questo, forse, il primo frutto all'arsenico dell'ostinata determinazione di Tremonti e del suo governo: cancellare il pluralismo dell'informazione, dissanguare quella indipendente e, di conseguenza, colpire in profondità la formazione di pensiero critico, cioè la capacità di analizzare e interpretare le informazioni. Ci auguriamo, ovviamente, che altre testate, in particolare il manifesto, dentro il quale Carta è stata fondata dodici anni fa, riescano a vivere ancora a lungo in edicola. Il disegno del governo, quello attuale - sarà bene ricordarlo - è soltanto più perfido e ostinato di quelli che lo hanno preceduto. Certo, oltre al letale gioco delle parti che Tremonti e Bonaiuti hanno inscenato per rimpallarsi la responsabilità della scomparsa dei contributi pubblici, ci sono la crisi planetaria della stampa; quella dei consumi, la crisi «culturale»; il ruolo devastante delle tv onnivore; l'impreparazione delle nostre redazioni alle trasformazioni tecnologiche nell'ecosistema dell'informazione. Ci sono poi l'eclissi della sinistra politica e la scarsa propensione dei movimenti sociali a tutelare in modo non episodico i mezzi d'informazione che sentono più vicini, le proprietà cooperative e associate. E ci sono i tanti errori che abbiamo commesso in questi anni, non solo e non sempre per la cronica impossibilità di investire qualche soldo. La pressione congiunta di questi elementi ha piegato via via una resistenza che non ha saputo coltivare con amore il germe che essa stessa conteneva: resistere è creare, secondo la felice espressione di Miguel Benasayag. Ecco, a voler essere generosi, diciamo che non sempre abbiamo considerato quel nesso una variabile indipendente del racconto sociale che abbiamo provato a fare.
E adesso? Per le dodici persone che resistono nella nostra redazione senza alcuna retribuzione da marzo, l'uscita dalle edicole segna l'avvio di quella che nel pezzo che apre il giornale di questa settimana abbiamo chiamato la «traversata del deserto». Impegnati ad arginare l'assalto delle scadenze economiche e a conquistare giorno dopo giorno la possibilità di stampare ed essere distribuiti, non abbiamo avuto né il tempo né la lucidità di definire un nuovo progetto di comunicazione. Vorremmo farlo adesso, e non da soli. Quel che per ora ci siamo detti è che continueremo a camminare, con molte domande aperte, come dicono tra le montagne del sud-est messicano. Lo faremo con i numeri che riusciremo a stampare di qui in avanti, con il restyling di Carta web cui stiamo già lavorando e provando a raccogliere le idee e le proposte delle centinaia di amici e lettori. Tra le più suggestive c'è quella di Ascanio Celestini: «Sarebbe straordinario che invece di chiudere Carta la si potesse riciclare. Carta che diventa letteratura e cinema, musica e teatro, movimento e sindacato, ma anche trattoria e parco giochi, fontanella nell'isola pedonale e orto in una scuola elementare. Riciclare Carta e rifare l'impasto una volta a settimana invece di buttarla nel secchio». Interessante, no? Fateci sapere che ne pensate: carta@carta.org.
*** La redazione di Carta
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me lo spiegate...grazie 23-10-2010 12:55 - elisa
la redazione: http://www.ilmanifesto.it/abbonamenti/abbonamenti-web/
Tagliando i fondi pubblici è stato condannato a morte il giornalismo vero, quello senza padroni. 23-10-2010 11:51 - armando pitocco
e poi il problema vero è ...troppe riviste,giornali a sinistra del pd.
tutt i questi fogli parlano spesso di unità e poi sono i primi ad essere divisi 22-10-2010 22:52 - angelo
Detto questo, e ammesso anche contro la mia opinione in proposito che i tagli alla stampa sono legittimi, resta da chiedersi se sia davvero la stampa il luogo che in questo paese è causa del deficit finanziario, resta da chiedersi se sia economicamente più proficuo far pagare equamente le tasse a valentino rossi, dolce e gabbana e gli imprenditori di arzignano oppure tagliare i finanziamenti pubblici all'informazione, che seppure di nicchia con la sua presenza tenta di fornire una salvezza alla deriva autoritaria e caratterizzata da un imposizione del pensiero unico che sta attraversando questo paese sempre più triste, bieco ed opportunista. Vorrei ricordare che dolce e gabbana e gli imprenditori di arzignano hanno evaso complessivamente 720 milioni di euro.
Un saluto a tutti 22-10-2010 20:39 - Matteo