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Francesco Paternò
Tutti contro Marchionne
In attesa di centrare gli ambiziosi obiettivi del piano quinquennale nel 2014, l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ha fatto centro su quello che sembra essere oggi un altro obiettivo: mettersi in una posizione tale da poter fare un giorno marcia indietro senza dover ripetere «ve l'avevo detto». In tv, domenica sera, Marchionne ha raggiunto quasi 5 milioni di telespettatori nella trasmissione «Che tempo che fa» di Fabio Fazio. Il messaggio, già noto agli addetti ai lavori, è stato il seguente: l'Italia è «un peso» per il gruppo Fiat-Chrysler, perché dagli stabilimenti italiani non si ricava un euro di utile sui 2 miliardi con cui Fiat chiuderà il 2010. Colpa numero uno degli operai e della loro bassa produttività, bassissima rispetto a quella dei colleghi in Polonia e in Brasile dove il gruppo va bene e fa soldi.
Il sospetto che Marchionne abbia calcato la mano pensando ad altro è stato esplicitato dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani: «Parla come se volesse andare via dall'Italia». E anche il segretario del Pd Pierluigi Bersani vuole «vederci chiaro, non vorrei si facesse il gioco di chi resta con il cerino in mano». Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha risposto a «nome del paese» (sostiene l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro), sottolineando come Marchionne abbia parlato più da canadese e non da italiano con l'allusione al suo doppio passaporto. E poi andando giù duro con parole che sono miele perfino per la Lega: se la Fiat «è ancora il grande colosso che è», dice Fini, «è stato il contribuente italiano a garantirlo». Se per il ministro Sacconi, Marchionne «non è tanto condivisibile», solo Pier Ferdinando Casini si è smarcato dalle critiche e ha detto anzi che Marchionne «non va demonizzato e, anche se la Fiat ha ricevuto ingenti contributi dallo stato, ha cento ragioni, come quando parla di perdita della competitività in Italia».
Il manager è andato volutamente con l'accetta nella trasmissione di Rai3, al riparo da domande più precise che non sono arrivate. Per esempio, il gruppo Fiat va male nelle vendite; purtroppo per il lavoro, considerando l'uso massiccio della cassa integrazione nelle fabbriche italiane. Prendendo le statistiche, nei primi nove mesi dell'anno in Italia la Fiat piazza al primo e al secondo posto la Panda e la 500 nel segmento A fra le dieci auto più vendute. Quello meno remunerativo e perdipiù due auto prodotte in Polonia. Sempre dati al mano, nel segmento B troviamo solo due auto su dieci, solo una su dieci nel segmento C, zero negli altri, i più importanti per utili per macchina venduta. In Europa le cose vanno altrettanto male, con un -14,8 di vendite di gruppo nei primi nove mesi dell'anno.
La fabbrica di Pomigliano, per la quale Marchionne ha messo in piedi una nuova società pur di imporre nuove regole e nuovo contratto, ha girato nel 2009 al 14 per cento della sua capacità produttiva, con 36.000 auto uscite da linee capaci di sfornare fino a 240.000 vetture all'anno. Colpa degli operai? No, perché a fronte di uno storico assenteismo diminuito (dati alla mano), è aumentata la cassa integrazione mentre i modelli Alfa Romeo prodotti hanno fatto flop.
Marchionne ha detto in tv che non un euro di utile proviene dalla fabbriche italiane, ma sarebbe interessante sapere - i bilanci non riportano i dati scorporati per marchio - quanti soldi perde l'Alfa Romeo ogni anno. Fra i 200 e i 400 milioni di euro ogni dodici mesi da almeno dieci anni, dicono ufficiosamente alcune fonti alla rivista Automotive News Europe, cifre difficili da imputare al lavoro o alla scarsa produttività degli addetti.
Dai bilanci non è facile capire nemmeno quanto le auto Fiat, Lancia e Alfa Romeo prodotte in Italia guadagnino o perdano. E' una certezza però che il produttore locale imponga il suo prezzo migliore sul mercato locale in cui è leader, come capita alla Fiat per i segmento più piccoli, mentre è diverso il prezzo che può spuntare sugli stessi modelli esportati nel resto d'Europa. Nel piano quinquennale reso noto il 21 aprile scorso, Marchionne ha detto che dall'Italia dovranno essere esportate nel 2014 il 65 per cento delle auto prodotte, dal 40 del 2009. Mercati - prima che operai - permettendo.
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Si nazionalizza il settore auto?
Si assumono tutti i dipendenti FIAT nella Pubblica Amministrazione?
Si lanciano giganteschi programmi di lavori pubblici finanziati col Deficit e col Debito pubblico?
Pensiamoci bene... 26-10-2010 18:25 - ermodoro
Vergognati !!!!!!
Vai via tu dall' italia non la FIAT ! 26-10-2010 18:14 - livio b.