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Matteo Bartocci
Allarme in edicola Bonaiuti al lavoro
Qualcuno ha già chiuso, altri hanno difficoltà a chiudere i bilanci. Al Dipartimento Editoria della presidenza del consiglio l'allarme è massimo. Gli uffici guidati da Elisa Grande temono che la situazione dei giornali sfugga completamente di mano: secondo stime informali, entro febbraio rischiano di chiudere almeno 40 testate. E sicuramente tra queste c'è anche il manifesto.
Pare essere uscito dal letargo anche il sottosegretario all'editoria Paolo Bonaiuti, che ieri ha incontrato negli uffici di via Po i rappresentanti degli editori di quotidiani (Fieg e File) e della stampa periodica (Uspi). «Vogliamo dare un colpo d'acceleratore per risolvere la crisi del settore», promette Bonaiuti. Che stamattina farà un secondo round di incontri con Fnsi, Mediacoop, Aie (libri), edicolanti, fotoreporter e quant'altro.
Tutto il mondo dell'informazione e dell'editoria ormai è una pentola destinata ad esplodere. «Dopo l'incontro del 7 agosto con tutte le parti - si difende Bonaiuti - avevo promesso che li avrei rivisti non appena avessimo concluso la trattativa sulle tariffe postali». Il 1 aprile (con effetto retroattivo dal 1 gennaio) sono sparite quelle agevolate e soltanto venerdì scorso è stato stipulato al ministero del Tesoro il nuovo accordo per la spedizione dei prodotti editoriali. «Dopo la firma abbiamo riconvocato subito tutti per avere il quadro della situazione», sottolinea il sottosegretario. Sarà una «presa di visione rapida e concreta - precisa - stiamo raccogliendo i suggerimenti da parte di tutti, li mettiamo giù ed entro 7-10 giorni ci rivediamo di nuovo».
Il sottosegretario dà anche una notizia: il suo regolamento, di cui si discute da più di un anno, è stato discusso ieri nel pre-consiglio dei ministri e «verrà portato all'attenzione del prossimo Cdm per diventare operativo». «Ma già ora - fa sapere Bonaiuti - le categorie ci chiedono di anticiparne gli effetti di un anno, e stiamo studiando come questo sarà possibile. In più stiamo studiando altri modi per ridurre i costi di distribuzione, sempre in accordo con le categorie». «Ad esempio - spiega il sottosegretario - per i costi di produzione il parametro per me fondamentale è quello del numero dei giornalisti: stiamo cioè cercando, pur in questa crisi, di salvare i posti di lavoro, perché sappiamo che l'occupazione è quantomai difficile». Parole che non sono rituali, perché è la prima volta che Bonaiuti riconosce un legame tra i contributi da erogare e l'organico giornalistico effettivo. Un paletto che Mediacoop (e il manifesto) sostiene da almeno 6 anni per distinguere i giornali «veri» da quelli «finti».
L'allarme è alto anche perché è noto che oltre ai contributi pubblici anche il fondo per i prepensionamenti dei giornalisti è ormai a secco. Svuotato a man bassa da tutti i gruppi editoriali per fare ristrutturazioni senza precedenti. I numeri sono ancora in evoluzione ma entro il 2011 sicuramente più di 1 giornalista su 5 uscirà per sempre dalle redazioni. E' chiaro che se chiudono anche i 92 giornali in cooperativa, no profit e di partito, rischia di saltare l'intero sistema previdenziale della categoria e a quel punto il governo i fondi del welfare li dovrà comunque tirare fuori. Senza contare che 40 giornali chiusi in piena campagna elettorale (per le amministrative e forse anche per le politiche) sarebbero un problema politico e democratico di prima grandezza.
Anche il manifesto, come sanno i nostri lettori, è entrato in stato di crisi a settembre chiedendo 3 mesi all'anno di cassa integrazione a rotazione per tutti (giornalisti e poligrafici) e 14 prepensionamenti. E abbiamo aperto una sottoscrizione (vedi il sito) per ovviare alla voragine aperta dalla scomparsa dei rimborsi diretti (poco meno di 4 milioni, il 25% del nostro fatturato e una cifra di poco superiore ai nostri stipendi).
Incrociando le parole del sottosegretario con le indiscrezioni che filtrano dal Dipartimento per l'editoria sembra di capire che il governo per il momento si stia preoccupando solo di distribuire un po' meglio i pochi soldi che ci sono. Per esempio può accelerare la trasformazione (già prevista nel regolamento Bonaiuti) delle cooperative editoriali (tipo il Foglio) in cooperative giornalistiche (tipo il manifesto) dove ogni redattore è socio e dove la maggioranza dei soci deve essere un redattore. Oppure può rivedere i costi ammissibili limitandoli a quelli industriali e del lavoro, escludendo dal rimborso pubblico i costi di gestione o di locazione. Non è raro, infatti, che i giornali affittino una sede di proprietà dell'editore, una partita di giro tra un unico soggetto che alimenta le spese agevolate dallo stato.
«La prima cosa da fare - avverte Beppe Giulietti, deputato in commissione cultura alla camera - è provvedere in finanziaria. Non vorrei che ancora una volta mentre la maggioranza del parlamento chiede più fondi e più pulizia il governo con la scusa della fiducia rimandi tutto a un altro provvedimento». Sembra che la maggioranza insista molto con l'Economia per aiuti concreti al cinema (Bondi) e editoria (Bonaiuti). La partita però è adesso. E' difficile, infatti, che Tremonti apra il portafoglio con l'inevitabile milleproroghe di fine anno.
- Le notizie riferite dall'articolo si commentano da sé. Penso che occorra, piuttosto, parlare di noi, del calo delle copie vendute e degli abbonamenti. Credo che un'analisi del rapporto domanda-offerta si imponga. Dal lato della domanda, vivendo il mondo (neo-liberista) in un "eterno presente", quello che monopolizza l'attenzione in Italia è la contrapposizione berlusconismo/antiberlusconismo,trascinandosi dietro (fotografando) il secondo il degrado della vita civile e la crisi del legame sociale che connota il primo. Senza sapere guardare oltre, interrogarsi sul dopo, rasentando (penso a "il fatto quotidiano", ma anche al suo gemello televisivo "anno zero") forme più o meno pesanti di antipolitica. C'é da chiedersi a questo punto se esiste un altro pubblico che voglia leggere e fare politica pensante (e non limitarsi a sia pure oceaniche manifestazioni di piazza). Io penso di sì, ma se questa sinistra diffusa non ci compra ritengo che non ci ritenga utili, che non trovi nel giornale, al di là di notizie che altri non pubblicano e a pagine culturali che peraltro costituiscono spesso un giornale a sé (e parecchio impregnato di umori post-moderni), risposte al suo agire politico o, meglio, l'esplicitazione di "giuste domande" su cui lavorare collettivamente. Il giornale dovrebbe sforzarsi di offrire un "programma", che è cosa diversa da un mero progetto editoriale. Sforzarsi di mettere in circolo, mutuando anche dall'esperienza altermondialista, una nuova narrazione (parola vendolianamente di moda), il cui lessico si sta formando, ma che non sfonda nei media: beni comuni, sovranità alimentare, reddito di cittadinanza ecc.): essere il giornale che si sforza di dar corpo ad un nuovo senso comune. Ma allora la campagna attuale deve assumere un ben altro respiro (oggi é limitata a iniziative locali e poco più, non so quanto risolutive), lanciare iniziative eclatanti, promuovere un dibattito (assemblea nazionale dei soci della coop e non solo ). Non si può pensare a risultati apprezzabili tenendo il basso profilo riscontrato fin qui. 28-10-2010 12:48 - Giacomo Casarino
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