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Matteo Bartocci
Editoria di fine Secolo
Flavia Perina fuma una Ms dopo l’altra e non si ferma mai. Beve un caffè al volo, spiega come stanno le cose, sfoglia le agenzie, si arrabbia perché non c’è campo al telefonino. Con una mano prepara il giornale di domani e con l’altra saluta tutti con la stessa genuina gentilezza. Alle sue spalle, dietro una scrivania disordinatissima a due passi dalla redazione, alcune copertine del Secolo appese al muro e una prima pagina del manifesto un po’ ingiallita: «Somari si nasce». Quasi una profezia sull’Italia del bunga bunga.
Roma, Via della Scrofa, storica sede del Msi e di An. Due porte più in là c’è il Secolo d’Italia. Per queste stanze un po’ buie ma vive sono passati tutti: Fini, Gasparri, Urso, Storace, Bocchino, Landolfi... Una generazione che con Berlusconi è diventata «classe dirigente», presidenti, onorevoli, ministri. Qualcuno vuole continuare ad esserlo anche dopo e oltre Berlusconi. Se si vuole capire qualcosa della destra «post-An» ma anche «in qualche modo della post-destra» - spiegava Perina un anno fa, dopo la rottura del Pdl -, è soprattutto qui che bisogna guardare. Poche copie ma buone. Idee e coraggio. C’è una destra anti-berlusconiana.
Una voce che la guerra fratricida tra gli eredi di Alleanza nazionale, tra «berluscones» e «finiani», rischia di spegnere per sempre. La questione sarebbe semplice: come ogni anno la testata ha bisogno di chiudere il bilancio e l’editore (An) deve decidere se concedere i soldi necessari. Meno di 700mila euro. Tre giorni di riunione a porte chiuse tra onorevoli e «caporali», gestori e garanti, notai e avvocati, non sciolgono il nodo. La firma sull’assegno non arriva e il giornale rischia di chiudere. «Non abbiamo scelta, martedì dobbiamo portare i libri in tribunale», avverte Perina. Che convoca giornalisti e simpatizzanti per chiedere il sostegno alla testata con un appello: «una firma per continuare a vivere» e per «aggiungere un pezzetto di politica viva a una storia che è stata nobile e che vorremmo fosse ancora lunga».
L’appello su Internet
Il sito del "Secolo" raccoglie le prime adesioni. Tra qualche «Boia chi molla!» e «Lunga vita al Secolo», arrivano i commenti e tante firme diverse e di ogni latitudine. Da quella di Gianluca Iannone di Casa Pound a quella di «chi ne ha le scatole piene di questo schifo chiamato partito dell’amore» (Alberto Bortoli, Modena). Gente che lo legge da decenni e (sorpresa?) gente di sinistra. Alessandro Sanna: «Da sinistra vi dico: tenete duro. Ora e sempre resistenza!!!». Sisto: «Cara Perina, se mi avessero detto che un giorno avrei scritto al Secolo d'Italia, avrei risposto "ma sei matto?". Invece oggi lo faccio e con grande piacere e convinzione: state dimostrando, giorno dopo giorno, di essere un giornale libero e quindi, indispensabile». Chi firma «Da sinistra, eccomi. Coraggio e avanti così» (Cristina Cusimano) e chi «per il pluralismo dell'informazione» (Davide Borsani).
Manda la sua adesione anche Valentino Parlato, la Fnsi, l’Usigrai, Piero Sansonetti e l’ormai acerrimo nemico Francesco Storace (quello che ha dato il via all’affaire Montecarlo). Accanto a Perina si materializzano due «finiani» di governo come Antonio Buonfiglio (avvocato e sottosegretario all’Agricoltura) e Adolfo Urso. Il giornale ha 40 dipendenti. Che da dietro i nuovi iMac sulle scrivanie assistono un po’ preoccupati a una conferenza stampa volante, tutti in piedi e poi al lavoro. Pare che il Giornale di Feltri abbia in cottura un dossier di 4 pagine sul Secolo finiano. Che ne farà oggi 6 sulla sua verità. Come Davide contro Golia. Sulle agenzie già parte la contrarea berlusconiana, i Gasparri, i La Russa. Dietro le quinte si intravede la spartizione del patrimonio della vecchia An, che entro il 2011 dovrà confluire in una fondazione. Case, sezioni e palazzi stimati più di 300 milioni. Oltre a conti bancari milionari e alla torta dei rimborsi elettorali. Dimissionato su due piedi «il galantuomo» Pontone, il garante di «tutti» è una personalità fedele a Matteoli. Mercoledì forse la riunione si farà e il Secolo sarà ricapitalizzato.
Perché serve il sostegno pubblico
Se nell’Italia berlusconiana perfino il Secolo d’Italia non è più tollerato figuriamoci il resto. Entro due mesi 50 giornali rischiano di chiudere per sempre. Alcuni non sono usciti allo scoperto e fare i nomi è antipatico. Il manifesto è sicuramente tra questi. Diversamente dal Secolo e da quasi tutti gli altri quotidiani, il manifesto non ha un editore (un partito, un uomo, un gruppo) a cui chiedere gli anticipi bancari o a cui battere cassa per quadrare i bilanci. Il manifesto è una cooperativa e una comunità di lettori.
Ma anche se così non fosse, la vicenda Secolo è esemplare. Dietro la rissa politica, infatti, c’è un motivo finanziario: An non anticipa più i soldi (non a caso è la prima volta) perché non ha più di fronte a sé il credito certo della legge sull’editoria. Quel credito, fino al 2009, era garantito per tutte le testate dal diritto soggettivo. Un diritto che Tremonti ha abolito per decreto nel 2008 prorogandolo, dopo una trattativa estenuante, per un anno soltanto. Quello passato. Perciò, solo sotto questo aspetto, siamo tutti Secolo d’Italia.
Senza diritto soggettivo non si può bussare né al partito né alla banca. Il bilancio si chiude a fine anno per tutti. Chi c’è c’è e chi non c’è chiude. La responsabilità sta tutta nel governo Berlusconi. Che mentre il paese è allo sfascio sotto ogni punto di vista ha tutto l’interesse a spegnere i riflettori scomodi, a sopire fino a soffocare lentamente le (poche) voci critiche. Lo sanno i partiti, lo sanno i sindacati, lo sanno Fieg, vescovi e la Confindustria. Tra due mesi l’edicola sarà più vuota.
E non ci sarà trattativa privata che tenga - a destra come a sinistra - senza un pronunciamento del governo, chiaro e definitivo, che riguarda tutti. Il pluralismo è un «bene comune». Le alte cariche istituzionali lo sanno. E per quanto ci riguarda, continueremo a batterci fino all’ultimo giorno. Finché gli alberi daranno carta e i bit viaggeranno sul Web.
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Sperando ed anche un po’pretendendo un minimo di riconoscenza.
Hamas, Hezbollah, OLP (che alla morte di Arafat fu calcolato valere oltre 3 miliardi di dollari).
Produttori e pusher di sostanze (ma per coerenza solo di quelle di cui si vuole la legalizzazione).
Il comparto del tessile che produce e smercia kefiah, niqab e burqa.
Tutta la filiera delle bombolette spray degli “artisti” che “creano” su muri e fiancate di treni.
Il comparto dei tanto decantati farmaci omeopatici che con prodotti miracolosi ti curano un raffreddore in meno di 3 mesi.
Non dimentichiamo, infine, certi privati benestanti.
In primis l’ex senatore Turigliatto – e non dico altro.
Poi, sul versante opposto, Fiamma Nirenstein che senza il (non solo) vostro ultradecennale formidabile stimolo motivazionale, mai e poi mai, sarebbe entrata in politica. 26-11-2010 15:12 - matilse
allora mi firmo (ma tanto sempre anonimo resto) e riinvio il commento sparito:
i privilegi del manifesto sono i finanziamenti pubblici, Tremonti e Berlusconi hanno deciso di tagliare perché forse pensano che finanziare la stampa cosiddetta "libera" (in cui possiamo metterci pure il secolo a questo punto) sia diventato solo un costo non più funzionale agli interessi del potere, ma forse sbagliano... 31-10-2010 12:34 - comunista
beata ingenuità, pur di cercare di riottenere i finanziamenti perduti il manifesto si mostra solidale con i fascisti, e qui c'è qualcuno che loda le elevate qualità morali del manifesto! 31-10-2010 11:18 - meglio che non lo scrivo
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