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FUORIPAGINA
31/10/2010
  •   |   Andrea Baranes
    La tassa sulla finanza arriva in parlamento

    A tre anni dallo scoppio della peggiore crisi finanziaria della storia recente, a due dal fallimento di Lehman Brothers e dopo il moltiplicarsi di vertici internazionali, dal G20 in poi, cosa è stato fatto per riformare il sistema finanziario?
    Nel 2006 il 30% delle operazioni sui mercati finanziari erano eseguite da algoritmi di computer senza alcun intervento umano. Nel 2009 queste operazioni, che si concludono spesso in millesimi di secondo e che non hanno alcun rapporto con l'economia reale, erano aumentate al 60% del totale.
    L'import-export di beni e servizi nel mondo è stimato intorno ai 15.000 miliardi di dollari l'anno. Il mercato delle valute ha superato i 4.000 miliardi al giorno: circolano più soldi in quattro giorni sui mercati finanziari che in un anno nell'economia reale, come dire che oltre il 90% degli scambi valutari è pura speculazione. (...)


    Con una finanza ripartita come se nulla fosse successo, dovremo attendere lo scoppio di un'altra bolla speculativa per sperare finalmente in qualche intervento serio di regolamentazione? E se dovesse arrivare una nuova crisi, quale governo sarà in grado, in una situazione di difficoltà tanto per i conti pubblici quanto per l'economia, di stanziare ulteriori risorse per tappare le falle?
    È urgente approvare delle misure concrete. Una di queste è la tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) - un'imposta estremamente ridotta, pari allo 0,05% su ogni acquisto di strumenti finanziari. Il tasso minimo non scoraggerebbe i «normali» investimenti sui mercati, mentre frenerebbe chi opera con orizzonti di secondi o millesimi di secondo e che dovrebbe pagare la tassa per ogni transazione. Il peso della tassa diventa progressivamente più alto tanto più gli obiettivi sono di breve periodo.
    In altre parole la Ttf rappresenta uno strumento di straordinaria efficacia per frenare la speculazione senza impattare l'economia reale e per ridare alla sfera politica una possibilità di regolamentazione e controllo su quella finanziaria. La dimensione della finanza è tale per cui anche un'imposta dello 0,05% permetterebbe di generare un gettito di centinaia di miliardi di dollari l'anno su scala internazionale. (...)


    Al di là del gettito, gli effetti della Ttf sarebbero estremamente positivi per l'insieme dell'economia. Chi esporta vedrebbe ridotto il rischio di speculazioni sulle valute; la quotazione del petrolio e delle materie prime sarebbe più stabile e prevedibile; diminuirebbero le possibilità di attacchi speculativi sui titoli di Stato. (...). Se l'Inghilterra della City di Londra, cuore della finanza mondiale e delle sue potentissime lobby, si oppone alla Ttf, non a caso le nazioni che in Europa ne chiedono con maggiore forza l'introduzione sono Francia e Germania, Paesi dove l'economia si basa ancora sui settori industriali. (...) Se la grande industria ha beneficiato per decenni di un sistema economico e finanziario deregolamentato, oggi i consumi ristagnano, è più difficile ottenere credito in banca, gli stessi titoli azionari e obbligazionari delle principali imprese sono in balia delle tempeste speculative. In queste condizioni anche due governi conservatori hanno sottoscritto una proposta che le reti della società civile internazionale sostengono da tempo. È allora davvero difficile spiegarsi le reticenze del governo italiano, un paese in cui le piccole e medie imprese costituiscono l'ossatura del sistema economico e che beneficerebbe anche più dei vicini europei dall'introduzione di una Ttf.


    (la versione completa dell'articolo su www.sbilanciamoci.info)


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