mercoledì 18 settembre 2013
FUORIPAGINA
30/11/2010
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Roberto Ciccarelli
Tra proteste e cortei passa la riforma
«Hanno chiuso la piazza». La telefonata arriva alle 9,59. L'accesso al presidio di piazza Montecitorio per la manifestazione romana no-Gelmini è stato appena sbarrato da due blindati della polizia. Un'ora dopo la militarizzazione è completa. Bloccati gli accessi a Via del Corso e a piazza Santi Apostoli dai carabinieri. Piazza Venezia è uno spettro. Passano solo pochi turisti respinti anche dalla chiusura improvvisa dei musei, dalla serrata dei negozi. Il centro storico è invece presidiato dalla finanza. Defender dei carabinieri slittano sui sanpietrini nel cuore chic della Capitale. Sotto la pioggia passa solo chi esibisce un tesserino. Da giornalista. Da parlamentare. E pochi altri. La città è un alieno, nessuno la ricorda così, complice anche lo sciopero dei mezzi pubblici. Lo scenario ideale per una caccia al topo. Una provocazione che ha preparato le accuse giunte in serata dai banchi della maggioranza della Camera, così come dal suo più alto scranno, in sede di dichiarazione di voto sul disegno di legge Gelmini: «ecco la protesta estremista e conservatrice degli studenti». Una parola di saggezza è giunta anche dal premier Berlusconi: «studenti tornare a studiare». Reazioni che si riferiscono al lancio di ortaggi, e anche di bottiglie, contro i blindati che sbarravano l'accesso a piazza Montecitorio. Chiusi com'erano in quell'imbuto, gli studenti hanno iniziato a scuotere i blindati. C'è stata anche la carica di alleggerimento in via della Vite, angolo via del Corso, mentre il corteo che ha paralizzato la città si dirigeva verso il Muro Torto, l'autostrada urbana che collega piazza del Popolo con il quartiere San Lorenzo. Tutto sin troppo prevedibile, ma non sufficiente per cogliere il senso delle reazioni degli studenti che è stata ferma, ma non incosciente rispetto all'intimidazione preparata all'alba. «Nessuno si azzardi a usare la carta della criminalizzazione di un movimento che intende stare sul terreno della protesta pacifica» ha avvertito Domenico Pantaleo, segretario Flc-Cgil. Quello visto ieri è stato infatti un corteo pacifico, energico - 50 mila i partecipanti - composto per la maggioranza dagli studenti medi provenienti dalle scuole romane, e da quelle dell'hinterland. Un corteo che ha percorso almeno quindici chilometri in otto ore, sfiancando la resistenza del blocco militarizzato, fino al punto di riuscire a tornare alla Stazione Termini, occupandone per almeno un'ora i binari. La notizia dell'approvazione alla Camera del Ddl Gelmini è giunta alla fine di un'assemblea serale alla Sapienza, senza destare particolari reazioni di sconforto. L'esperienza di avere interrotto la normalità dei flussi e delle abitudini nell'intero paese non è stata inutile. Una generazione sta rifiutando una vita fatta di stage gratuiti, di lavoro volontario per conquistarsi un posto in paradiso, di precariato intellettuale. A guardarlo da vicino, e senza pregiudizi, lo slogan lanciato sui binari di Termini coglie il senso di questa fine: «È iniziata l'era del conflitto». È la traduzione in parole della determinazione che ha spinto migliaia di studenti, ragazze in maggioranza, a proseguire la protesta fino allo sfinimento. Sta proprio qui la differenza con l'Onda di due anni fa, pur mantenendo una continuità nello stile espressivo. Il ritrovato movimento contro la restaurazione gerarchica e burocratico-amministrativa dell'università vuole dire qualcosa di nuovo ad una società ridotta ad uno scheletro di pochi garantiti e una moltitudine di schiavi senza reddito e garanzie. Non basta riflettere sulla propria identità di esclusi, né chiedere le garanzie che hanno alleviato la vita dei genitori. Adesso è il tempo della «rabbia», dicono gli studenti in un comunicato. Oggi si trovano in una terra di nessuno, in una vera emergenza democratica. La «violenza» di un provvedimento approvato senza prestare ascolto alla colossale protesta messa in campo ieri è il sintomo di una maggioranza assediata. Non mancheranno occasioni per ribadirlo. C'è ancora tempo per riprendere il futuro.
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