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Gabriele Polo
Il lavoro di una donna
Sono passati due anni. E qualche giorno. Da quando Carla Casalini ci ha lasciato. Lunedì presenteremo il «suo» libro (ore 17, alla Casa della cultura di Roma, in via san Crisogono): «Il lavoro di una donna» non è altro che una selezione degli articoli che Carla ha scritto sul manifesto nei 34 anni in cui ha riempito la nostra quotidianità con la sua vita. Rendono l'idea di una presenza forte, critica dell'esistente, intemperante al potere ed eternamente insoddisfatta: non per pessimismo, anzi, proprio per eccesso d'ottimismo e di speranze. Ma rendono solo l'idea, non bastano a raccontare Carla, al massimo aiutano a ricordare chi l'ha conosciuta. Peccato - davvero peccato - per tutti gli altri.
Carla Casalini era una persona «non pacificata» nel senso letterale e migliore del termine, una strana miscela di anarchia esistenziale e concretezza emiliana, capace di andare al fondo delle cose («la ciccia dei problemi», diceva lei) con la ragionevole intransigenza di chi bada troppo alle forme. Per questo, a volte, il suo scrivere non era facile, a volte faticoso persino per lei. Si trattasse di sindacato come di femminismo, di condizione dei lavoratori come di costituzione europea, l'approccio era sempre lo stesso, più da semina che da raccolta, più per porre domande che dare risposte. Per questo era «complicata» e complicato era anche discutere con lei, lavorare con lei. Anzi, complesso. Come tutto ciò che ci lascia, a iniziare da questi suoi scritti, da cui possiamo trarre il profilo di un trentennio di passioni e alcune lezioni da far vivere: come quell'insegnamento che dava ai giovani che arrivavano al giornale per scrivere di sindacato e lavoro: «Ricordati sempre, quando ascolti un sindacalista, che parla della vita di altri non della sua e che la sorte di questi altri è più importante di quella di qualunque organizzazione».
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