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Angelo Ferracuti
Mostri d'Italia
Lo studio di Daniele Cudini si trova in un garage nel sottostrada di una palazzina di un quartiere residenziale di Fermo. Entrando colpisce l'occhio il bianco delle pareti e l'odore delle vernici, quello delle colle. In fondo c'è un soppalco in legno al quale si accede da una scala e, sul muro di fronte, è appesa una grande tela dove spiccano tre figure di musicisti, corpi plastici molto colorati e dai volti sformati alla Bacon che, come quasi in tutte le sue opere, non riesci a mettere a fuoco. Sono i lavori più recenti. Lui è al centro della stanza, vestito rigidamente di nero, corpulento come un ginnasta ma dal fare timido, ritroso. Nella città dove è nato non ha mai allestito una mostra, invece lavora molto in Germania, ha esposto a New York, a Berlino, ma anche in Italia è apprezzato, si pensi solo a "Interiors", una mostra curata qualche anno fa da Umberto Eco presso l'Istituto di Scienze Umanistiche dell'Università di Bologna. Di lato a dove siamo si accede a un'altra stanza meno spaziosa, in terra c'è uno dei suoi libri d'artista, che pittura nelle pagine dei cataloghi delle carte da parati, con appesi alle fiancate due quadri di dimensioni gigantesche. Uno è della copertina di un disco dei Coldplay.
«Mi interessano i gruppi musicali, le loro mitologie, soprattutto le pose teatrali, i modi coi quali si atteggiano» mi racconta. Ce ne è uno in bianco e nero con al centro il ritratto di John Lennon e in alto una perturbante Yoko Ono che filma, telecamera in mano, con gli occhiali neri e la sua maniacale morbosità; altri su carta sono più colorati e pop. Se li guardi da vicino sembrano delle decalcomanie. Infatti si tratta di cose dipinte su plastica, poi incollate su questi fogli di carta bianchissima che sfilano uno accanto all'altro appoggiati al pavimento. Lo spazio calpestabile nello studio è risicatissimo, torniamo nella prima stanza, dove c'è anche più luce. Daniele Cudini preferisce le grandi superfici e, dopo un lavoro fatto negli anni passati proprio sugli interni, anche di epoche lontane, camere da letto sontuose, studi, soggiorni, salotti dagli arredi molto ricchi, dove con la tecnica dell'olio su tela animava le apparizioni surreali di personaggi antichi come fantasmi perturbanti che ritornano, cercando di portare nei luoghi gli spettri postmoderni di un surrealismo personalissimo, oggi è più che mai concentrato sui personaggi e i fatti della realtà sociale e politica italiana. Quella che crea in un artista disagio, rabbia, sentimenti che poi si trasformano in pulsioni estetiche, materializzandosi nel lavoro creativo.
I suoi carboncini, che per il momento sono bozzetti, studi poi da rielaborare sulle tele, nascono soprattutto dalla frequentazione quotidiana della carta stampata. Sono le foto dei giornali ad attrarlo di più, ma dentro lo spazio emozionale del disegno riverbera anche il calco dell'immagine televisiva e la luce marziana del tubo catodico, la sua potente scoria tossica che ha ormai penetrato le carni e i cervelli, impressionandosi nell'inconscio più profondo. L'immagine esteriore, questa visione del mondo virtuale che diventa reale, c'era anche su un ciclo di lavori sul mondo della moda, sugli stilisti, dove sostituiva le modelle con dei mostri, un mondo che definisce «triste, irreale, quanto di più irreale ci possa essere». E poi «l'immagine nasconde», mi dice mentre invece guardo i piccoli quadri-schermo sulla parete di fronte, illuminati dal sole di una domenica di novembre dove le colline qua sotto s'incendiano di luce, «cerco di usare le immagini quotidiane e spostarle, rielaborarle, per dare loro un maggiore effetto di realtà». Il tratto è molto marcato, l'insieme molto lugubre, funerario, gli sfondi sono sempre minacciosi, e le facce che emergono da questa giungla di oggetti, angosciose, liquide, sono quelle di Berlusconi, La Russa, Verdini, Cosentino, la zingaresca Renata Polverini ritratta - si fa per dire - nel terrazzo di una villa romana che sembra avere nello sfondo un paesaggio selvatico di un paese africano, ha un volto maligno da strega. Sopra, in un piccolo riquadro, c'è un altro Berlusconi arrogante con le orecchie da asino e il naso di maiale, che sbrana due microfoni aperti, persino più cattivo e ripugnante di quelli perfidissimi disegnati da Altan.
Daniele si sposta circospetto nello studio, con precisione scosta tele, per mostrarmene altre che stanno sotto, e altre ancora, come un palinsesto. Quello dei Marlene Kuntz, rigidamente in bianco e nero, è molto bello, la grande dimensione dello spazio bianco ne esalta tutto il potenziale espressivo, anche gli scoli ne fanno palpitare una ulteriore vitalità, come nei quadri di Mario Schifano, che credo sia stato uno dei suoi fari negli anni dell'apprendistato.
Mi siedo su una poltroncina girevole in pelle, continuo a guardare questi disegni fatti in maniera quasi classica, e mi ricordano quelli inquietantissimi di Goya, le incisioni dei Capricci, o del pittore francese Daumier. Le scene del processo a Dell'Utri sono anche quelle ambientate in un clima burlesco e latinoamericano, sullo sfondo lo spettro sinistro di una civetta presagio di futuri nefasti, o Denis Verdini in asciugamano sul bordo di una piscina, giustapposto a un La Russa pensoso, che stanno nello stesso tempo trash della vita con le loro presenze pornografiche, o uno scranno del parlamento che sembra un porcile dove Alfano e Berlusconi hanno volti di scimpanzé. Spesso in questi disegni è forte la presenza animale, che si manifesta nelle sembianze umane sclerotizzate o bestiali, nei travestimenti, oppure con animali veri e propri che invadono il campo visivo con un effetto di aggressività, di ferocia esibita. «Faccio anche un lavoro sulla psiche», cerca di spiegarmi, «rappresento certamente loro ma anche quelli che gli danno il consenso, che poi sono vasi comunicanti. Certe cose si attraversano, si nutrono una dell'altra».
In un altro disegno vedo una donna elegante dal volto maciullato dalla matita, seduta su un divano in una posa equivoca, un po' puttanesca, e sotto, in primo piano, il faccione di un uomo baffuto. Daniela Santanchè e Masi, c'è scritto da un lato. «La capacità di mentire di questi personaggi è impressionante», dice Daniele, «la loro totale immoralità, la mancanza di pudore, di un orizzonte morale come un parametro esistenziale. Sono brutti, schifosi». Maligni, funesti, aggiungerei, sono i mostri che hanno circolato e continuano a circolare nell'Italia berlusconiana, i nani, le ballerine, i freak della tv spazzatura, un circo barnum osceno. E Daniele Cudini, in questo eccesso di realtà cerca di raggiungere le zone oscure dove avviene il golpe quotidiano, lo scempio, e lo scarto visionario rompe la crosta omertosa del referto realistico, la sua docile autoreferenzialità, rielabora la realtà con una urgenza politica, etica, che si compenetra con quella estetica, e l'effetto di visione è davvero straordinario. «Quella che voglio rappresentare è una società oscura, una fogna, dove questi personaggi sono come topi che si muovono nel buio».In questa notte italiana dove l'incubo non si è mai materializzato agli occhi di milioni di italiani, sostituito artatamente da uno spettacolo continuo, palpitante, quel "massaggio" dei media di cui parlava McLuhan. «In tutte le persone è successo qualcosa», mi dice ancora Daniele Cudini mesto prima di congedarci. Vero. D'altronde Pasolini lo aveva già scritto 40 anni fa: «È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre».
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