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Eleonora Martini
La città sopra le macerie
E' richiesta almeno la versione 9.0.0 del flash player. http://www.adobe.com/shockwave/download/«L'Italia s'è desta con L'Aquila in testa». Non è proprio una frase da comunisti e la signora che la mostra su uno dei tanti cartelli fatti in casa, portati stoicamente in corteo fino a quando la pioggia incessante non ne ha fatto carta straccia, sicuramente non lo è. A centinaia gli aquilani come lei fin dal mattino si erano messi in fila per firmare la legge di iniziativa popolare nei banchetti allestiti in molti angoli della città, indifferenti ai distinguo e alle patetiche grida di allarme lanciate dal centrodestra, con le sue giunte della Provincia e della Regione, con i suoi otto (unici) sindaci che si sono dissociati perché la manifestazione si era troppo «politicizzata», con il «suo» vescovo metropolita Giuseppe Molinari che ha «invitato» gli aquilani «buoni» a «isolare e neutralizzare ogni azione eversiva e demolitrice di strani gruppi che hanno annunciato la loro adesione». Tutto inutile: L'Aquila ha chiamato l'Italia e il paese ha risposto. Forse è stata la più grande manifestazione di sempre nel capoluogo d'Abruzzo, più corposa del 16 giugno, quando bloccarono l'A24, più del 25 giugno quando Landini concluse qui lo sciopero generale Fiom. O forse no. Ma che siano stati 25 mila come sostengono gli organizzatori o «non più di 15 mila» come vorrebbero i meno entusiasti, considerando anche l'enorme tenacia necessaria per resistere alle impietose intemperie, il risultato non cambia.
«Benvenuti all'Aquila, una città coraggiosa, testarda e che resiste» urlano i padroni di casa da uno dei sound system del lungo corteo che dalle 14:30 alle 18 ha sfilato da piazza D'Armi fino a piazza Duomo dietro lo striscione d'apertura «Macerie di democrazia», dividendosi in due tronconi, pacifici ma determinati a violare la «zona rossa» del centro storico: uno che ha sfilato ammutolito davanti al ground zero della Casa dello studente, e l'altro altrettanto silente che ha deviato dentro i vicoli distrutti e nemmeno messi in sicurezza che diventano visibili solo forzando i divieti militari. Da quel momento, dal pericolante ponte del Belvedere, luminoso esempio di speculazione urbanistica a discapito delle popolazioni, è venuto giù uno striscione da dieci metri con su scritto «Riprendiamoci la città». Gli aquilani salutano i valsusini e i vicentini che non sono alla loro prima visita ma che ora, dopo la catastrofe dell'alluvione, si sentono ancora più vicini, ancora più legati dalla stessa lotta. Salutano le mamme vulcaniche dei paesi campani e i romani che sono arrivati in ritardo ma ce l'hanno fatta, col loro carico di militanti di tutti i colori. Salutano i palermitani e i mantovani che sono qui dal giorno prima, salutano i familiari delle vittime di Viareggio e quelle di Giampilieri e di San Giuliano di Puglia. 38 autobus sono partiti dai quattro punti cardinali del Paese. E perfino gli italiani che vivono in Spagna hanno inviato un saluto non avendo potuto, questa volta, sbarcare in nave come fecero l'estate scorsa a Genova.
I caschetti bianchi e gialli non si vedono già più, coperti dagli ombrelli e dalle bandiere nero-verdi indossate a mo' di impermeabile, rimaste unico simbolo della città che si vuole novella fenice. «Non ce l'hanno fatta a dividerci - rispondono gli ospiti - siamo qui perché è da qui che è cominciata la caduta di Berlusconi». «Vorrebbero vederci gli uni contro gli altri - urlano i romani di Action - giovani contro vecchi, bianchi contro neri, un paese contro l'altro, ma è un messaggio che non passa. Quello che fa paura è la nostra unità: tutti insieme contro gli speculatori».
Speculazione e profitto sono le parole più usate per descrivere la situazione aquilana in questa giornata caratterizzata dalla presenza massiccia di giovani. Sfilano composti dietro lo striscione listato a lutto dei familiari delle vittime del 6 aprile 2009, portando come simbolo una rosa bianca o rossa: «Per loro, per tutti». Ballano dietro il camion del «3e32» con su scritto: «Molinari, il vero mostro sei tu», o al seguito della Titubanda, o tra i nuovi briganti delle «Brigate di solidarietà comunista» che subito dopo il terremoto scipparono ai cattolici e alla protezione civile il monopolio di solidarietà con gli sfollati. Sfilano nello spezzone studentesco ricordando che «L'Aquila è una città universitaria». Era, perlomeno. Oggi a migliaia, gli studenti fuori sede stanno andando via annichiliti per la mancanza di alloggi, di spazi per studiare, di mense e di luoghi di aggregazione. E hai voglia a dire, come fa Enrico Letta arrivato con una decina di parlamentari Pd, che «per far rivivere l'economia già in crisi prima del terremoto bisogna puntare qui a un polo nazionale della farmaceutica», se tra le industrie straniere che qui continuano - uniche - a registrare alti fatturati e il territorio non c'è alcun nesso: nell'ateneo aquilano manca la facoltà di farmacia e la ricerca che fa vivere la Sanofi-Aventis, la Dompé e le altre fabbriche di medicinali d'alta tecnologia è rigorosamente straniera.
Tra i manifestanti sfilano i sindaci del cratere, primo tra tutti il Pd Massimo Cialente che giudica «un errore molto grave» la defezione di Regione e Provincia perché «qui c'è l'intera popolazione, dalla Confindustria ai sindacati, dalle banche ai cassintegrati». Ci sono anche i radicali Marco Pannella («questa è la vera politica») e Rita Bernardini, e c'è Antonio Di Pietro che promette, come il Pd, di sostenere con tutte le forze in parlamento la legge per la ricostruzione presentata dal presidio cittadino permanente. Una promessa che l'extraparlamentare Paolo Ferrero non può fare ma ai piedi del palco, off-limits ai politici, dove si alternano le voci dal cratere a quelle che raccontano altre macerie italiane, spiega così la sua presenza: «La Fds si costruisce all'Ergife ma anche qui». Dal palco, gli applausi se li guadagnano in molti e c'è chi propone di far diventare il 6 aprile giornata nazionale di prevenzione ambientale e sismica. Ma l'ovazione arriva come un grido di battaglia: «Senza una legge ad hoc e trattamenti fiscali simili a quelli adottati negli altri terremoti, verremo di nuovo tutti a Roma».
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Elia 22-11-2010 15:48 - Elia Favero
Cercate anche di non esagerare per approfittare della situazione per ingrassare, vi faccio un esempio per tutti.
Per la riparazione del duomo e dell'annesso arcivescovado è stato stimato e richiesto 150 milioni, che se va bene alla fine saranno 300; ma vi rendete conto quanti sono 150 milioni? sono 300 milardi di lire che diventerenno se va bene 600.
Con una cifra simile si costruisce un paese intero.
Se lo stato finanzia tutte queste ruberie dove va il debito pubblico; ossia nostro?
Vigilate a che le richieste siano oneste se veramente volete la ricostruzione. 22-11-2010 15:38 - picchiato
Cosa volete,il burro o i cannoni?
Tutti quelli della piazza dissero :I cannoni.
L'anno scorso Mussolini piccolo disse ai terremotati:
Cosa volete la città restaurata o delle casette ?
Tutti dissero che volevano le casette.
Il nano vi dette le casette.
Ora perche anche la città?
Vi ha dato quello che avete chiesto.
Perciò non vi mettete in testa di rimettere in piedi quei sassacci rotti.
Pensate,che fra 500 anni,quelle casette saranno la vostra storia.
Magari,ci sarà un nuovo terremoto e il pronipote del nano,vi chiedera:Cosa volete che vi aggiusti le casette o delle nuove casette spaziali?
E quel giorno griderete di nuovo..... 22-11-2010 08:24 - maurizio mariani