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Daniela Preziosi
Un altro Pd è possibile?
Una sferzata d'orgoglio democratico, la rivendicazione del proprio ruolo determinante nell'alternativa a Berlusconi. Con il discorso che ancora ieri limava, e che ha discusso con i big del partito giovedì scorso (D'Alema, Veltroni, Franceschini e Finocchiaro), Pier Luigi Bersani inevitabilmente chiude un ciclo della storia del partito democratico. È vero che la giornata del 14, con la delicata costruzione incrociata di fiducia e sfiducia alla Camera e al Senato con grande probabilità chiuderà il ciclo berlusconiano. Ma del doman non v'è certezza neanche per il Pd.
In piazza San Giovanni il segretario va su sicuro: la crisi del governo, la necessità di un esecutivo di transizione che rappresenti un 'time out' tra destra e sinistra, di almeno un anno durante - sedici mesi, calcolano gli strateghi - per affrontare le emergenze economiche e la riforma elettorale. Poi il riferimento alla compravendita di parlamentari da parte Pdl. Oggi Luciano Violante ha insistito sul concetto: «Non si tratta tanto di passaggi da uno schieramento all'altro, ma del sospetto che il virus della corruzione stia degradando la vita parlamentare. Questo è il tema». Non una novità dell'ultim'ora, quindi.
Ma la piazza del Pd Pride, a cui pure i più malpancisti hanno giurato di essere (assisteremo alla gara delle esternazioni al fine di verbalizzare mediaticamente le presenze), rischia di essere anche l'ultimo giorno del Pd per come l'abbiamo conosciuto fin qui.L'ingresso o anche solo il sostegno a un governo «di transizione», se arriverà, rischia di fare del Pd il bersaglio perfetto di chi resterà fuori, a sinistra. Questo esecutivo dovrebbe tentare di raddrizzare la crisi politica del paese, con poche misure non necessariamente popolari. Pier Ferdinando Casini da qualche tempo lo ripete a Bersani: «Tutti dentro, nessuno da fuori deve giocare al tiro al piccione». Il leader dell'Udc finge di non considerare Nichi Vendola e Antonio Di Pietro: che da una situazione del genere potrebbero guadagnare proprio a scapito del Pd. Un guadagno netto, per il terzo polo. La pensano così anche i veltroniani: «Chi sostiene il governo di transizione, fuori e dentro il parlamento, guadagna il nulla osta per l'alleanza alle politiche. Chi non ci sta, non potrà essere nostro alleato, dopo»
C'è un altro problema, tutto interno, ed è l'eterno malumore dei centristi. Che a giorni rischia di arrivare al capolinea. Il caso Milana a Roma - l'ex segretario cittadino, ex dc, che ha abbandonato l'ultimo congresso dopo l'elezione di un successore molto bravo ma anche molto bersaniano - è un segnale di portata più ampia. Riccardo Milana è un senatore dell'area centrista, non la parrocchia di Fioroni ma siamo lì. Utilizzando il casus belli, un altro senatore, Lucio D'Ubaldo, lui sì braccio destro di Fioroni, ha aperto una battaglia senza quartiere contro Nicola Zingaretti, accusato di essere il vero dominus del partito laziale, con un atteggiamento, dice, «per niente pluralistico, che chiude gli spazi di dialogo. Se volevano fare un partito onestamente socialdemocratico, tanto valeva dirlo prima». Qui si parla a nuora perché suocera Bersani intenda.Nel mirino la «regressione» a un partito «ex ds». Persino la consultazione di giovedì del leader con i big è stata presa male: «Una riunione di ex ds, eccetto Franceschini». Ma nella competizione sulla rappresentanza dei cattolici democratici, Franceschini viene considerato un 'democratico cattolico': cioè meno preoccupato dell'autonomia delle posizioni cattoliche. In sostanza gli ex dc doc non gli attribuiscono nessuna rappresentatività. Anche sulla legge elettorale, il lavorìo di Violante e Bressa viene visto con grande diffidenza.
Milana al momento resta nel partito, ma chi ci parla sa che è pronto a un approdo centrista. Nel gruppo nazionale degli ex dc è solo, per ora. Ma il punto centrale del ragionamento per tutti è uno: se salta il tappo, ovvero Berlusconi, saltano le ragioni stesse per cui esplose il big bang del Ppi, nel '94, e della divisione con Casini, che ruppe per fondare il Ccd. Proprio perché credeva possibile - come poi avvenne - un'alleanza con Berlusconi.Se salta Berlusconi, saltano le ragioni di quella divisione. Tanto più con il pressing di Vendola e della sinistra, a cui Bersani non può dire di no, stavolta il big bang toccherebbe al Pd. (Che per inciso è, alla lettera, quello che Fausto Bertinotti preconizzò all'indomani della sconfitta, di Pd e sinistra, dell'aprile 2008).
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(Per chi mai votrei?) 12-12-2010 17:51 - enna
quanti contatti fate al giorno? 500? 12-12-2010 13:35 - Antonio Pirpo
la redazione: Circa ventimila. Non è molto ma insomma... Il guaio è che tra loro ci sono anche persone che trovano soddisfazione solo nell'insultare tutto e tutti, "a prescindere".
su tre gambe perchè non può sfondare certo questo partito che zoppica a sinistra
e subisce la mortale attrazione del centro, sono per quella rifondazione perchè la sinistra è indispensabile ma da sola resterà sempre una testimonianza poco utile 12-12-2010 12:43 - giovan sergio benedetti
Tutta la mia vita è lotta di classe.Sono contro la guerra di classe perche è una barbarie!
La lotta è una disputa tra due o più persone o gruppi che si confrontano, con una chiarezza e con una regola, etico sportiva.
Nella lotta greco romana c'è un giudice, che osserva,ammonisce o squalifica ,chi non è leale.Anche quando si perde,c'è la soddisfazione di aver partecipato a un confronto leale e rispettoso .
La lotta e da persone per bene.
La guerra invece,è una cosa terribile.La guerra è sempre fatta da eserciti che come carri armati, di battono.Solo i generali sanno dove combattere,i soldati invece devono ubidire agli ordini.
No, io non sono un soldato.Io sono un guerrigliero, che combatte è pensa nello stesso tempo.Dalla nostra parte,non ci sono generali,ma siamo tutti uguali.Ognuno secondo le sue capacità e ognuno secondo i suoi bisogni! 12-12-2010 10:01 - maurizio mariani