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Nicola Bruno
Assange torna in libertà (vigilata)
«Ricordate Napster?» chiede l'Economist sull'ultimo numero. Quando nel 2001, dopo una lunga battaglia giudiziaria, l'industria discografica Usa riuscì a bloccare Napster (il primo servizio per la condivisione di musica protetta da copyright) non ci volle molto perché online comparissero decine di alternative più sicure e sofisticate. Né tanto meno servì a molto criminalizzare l'ideatore Shawn Fanning e tutti gli altri «pirati» portati in tribunale. Il problema non erano i singoli individui che scaricavano mp3 a ruota libera, ma il salto tecnologico che era stato compiuto.
Un network decentrato di utenti che condividono da «pari a pari» tutti i bit che vogliono, legali e non. Fermare un simile sciame di individui si è dimostrato impossibile. E, seppur con notevole ritardo, i colossi dell'intrattenimento ora hanno capito che il problema non era il file-sharing, ma il loro modello di business troppo chiuso. Sono loro a doversi aprire alle nuove dinamiche di rete, se non vogliono trovarsi dalla parte sbagliata della storia.
«Ricordate Wikileaks?». Tra dieci anni forse ci ritroveremo tutti a farci questa domanda. Julian Assange è stato il primo a capire che si poteva estendere la cultura della condivisione da «pari a pari» oltre la musica per provare a rivoltarla contro poteri ancora più forti. Multinazionali, lobby, governi più o meno corrotti, chiunque in questi anni ha prodotto gigabyte e gigabyte di documenti digitali ora inizia a tremare. Nell'era del network non esistono più segreti, «tutto è inoltrabile», duplicabile, condivisibile, con o senza Wikileaks. E così come non è servito bloccare Napster, anche i maldestri tentativi di fermare Assange potrebbero rivelarsi un flop. Decine di attivisti sono già all'opera per garantire che i leaks continuino a scorrere senza sosta.
Subito dopo l'oscuramento di Wikileaks da parte di Amazon online sono comparsi 1600 mirrors, siti-specchio che duplicano i file originali. E il numero cresce di pari passo con il lancio di nuove iniziative.
In Belgio è stato presentato BrusselsLeaks, un nuovo sito che intende smascherare tutti gli affari sporchi che ruotano intorno all'Unione Europea: «Dopo aver lavorato per molto tempo a Bruxelles - spiegano gli ideatori sul sito - sappiamo che molte decisioni sono prese sulla base di capricci personali, e sono spesso influenzate da gruppi di lobby, consulenti e Ong. È per questo che abbiamo creato questo sito, per offrire un luogo sicuro e anonimo per commentare e condividere questi documenti».
Dalla Germania arriva invece un progetto ancora più radicale. Daniel Domscheit-Berg, ex portavoce di Wikileaks (organizzazione che ha lasciato in polemica con l'eccessivo protagonismo di Assange), ha annunciato un nuovo progetto «incensurabile» chiamato Openleaks: «Vogliamo garantire la stessa trasparenza di Wikileaks, ma senza attirare le stesse pressioni legali e politiche». Per farlo Domscheit-Berg punta su un'organizzazione ancora più decentrata: le fonti potranno sottoporre le soffiate anonime su un server sicuro e al tempo stesso indicare quale testata dovrà verificarle e poi pubblicarle sulle proprie pagine. In questo modo Openleaks farà solo da tramite, mettendosi al sicuro da ogni ritorsione: «Proviamo ad andare oltre il modello troppo politicizzato di Wikileaks che ha spesso portato a fare scelte soggettive sui target da colpire», ha spiegato l'ideatore.
La storia di Napster sembra ripetersi. Per ogni servizio di file-sharing abbattuto, altri cento, più sicuri e sofisticati, sono pronti a sbucare online. Come ha spiegato Hillary Clinton nel suo storico discorso sulle libertà digitali dello scorso gennaio, «L'informazione non è mai stata così libera. I network digitali stanno aiutando i cittadini a scoprire nuove verità e a rendere i governi più trasparenti». Di certo quel giorno non aveva in mente Wikileaks. Né tanto meno poteva immaginare la bufera che di lì a qualche mese avrebbe travolto la sua amministrazione, rivelando i lati oscuri di una democrazia che in pubblico si riempie la bocca di «Primo Emendamento» e poi prova in tutti i modi a mettere in ginocchio la libertà di informazione.
Se gli Stati uniti continueranno a battere sul chiodo di Wikileaks e Julian Assange, finiranno solo col trovarsi dalla parte sbagliata della storia.
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Per Stefano: intanto guardati il documentario wikirebels (svedese in inglese), osserva le immagini sull'Iraq,e ascolta, poi rifletti un po'. Magari Assange e' un 'divo' qualunque, ma questa e' una guerra (guerriglia o rivolta o altro) giusta e inevitabile e non finira' 17-12-2010 23:00 - maurizia n.