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Hammett
«Ora la precarietà vi si rivolta contro»
Si fa presto a dire «black bloc». Salvo poi scoprire i volti dei propri figli dietro le sciarpe o un sasso. Abbiamo ascoltato attentamente le ragioni di chi martedì ha scelto di forzare la «zona rossa» intorno al Palazzo. Per scoprirne la cultura politica e sondarne la ricchezza umana. Seguiteci.
Tutti vi cercano, ma nessuno si interroga troppo. Com'è andata martedì?
La giornata ha messo in evidenza soggetti e movimenti con cui si devono ora fare i conti. Sta avvenendo in tutta Europa. Il paragone con gli anni '70 è una narrazione del potere, per farne una semplice ripetizione ciclica, una banalità. C'è stata una saldatura importante tra tessuti sociali sulla proposta concreta. Si è unificata la prospettiva, ci si è dati una parola comune. E ha generalizzato il tema della condizione precaria, che viene sempre ridotta all'attesa di un posto fisso che non arriverà mai; mentre accomuna ai senza casa, ai cassintegrati, ecc.
Qual è stata la parola unificante?
Martedì era la rivolta, la ricerca della rottura. Come singole realtà sociali, facciamo molto altro. Per esempio, siamo impegnati in battaglie locali - a volte insieme ai sindacati di base o altre realtà - in conflitti di intensità inferiore. Chi vive la crisi, di fronte alla fine della mediazione politica, comincia a «soggettivizzarsi» non solo nell'autorganizzazione, ma costruendo «pezzettini» di rivolta quotidiana. Alla fine emerge la crisi globale di un sistema bloccato. Siamo di fronte alla crisi del processo di valorizzazione: di per sé è una «crisi sistemica». Non c'è molta ideologia da aggiungere. E c'è pure una «crisi nella crisi», quella della rappresentanza politica.
Coincidenza forse non casuale.
No. Ma è anche una scelta necessitata. Se - come potere - dico che «a causa della crisi» non sono in grado di dare risposta ai bisogni sociali, è ovvio che «la mediazione» non la posso trovare. Io politico sono esautorato dal processo economico. Ma ogni scelta economica è politica. Ora ci troviamo in una nuova stagione, che rimette in discussione anche tattiche, progetti, apparati organizzativi.
È cambiato «l'ambiente» per tutti. Trovare l'accordo intorno a un tavolo richiede anni, una giornata così, invece...
Non c'è dubbio, perché alla fine si tratta anche di riconquistare un po' di forza sociale e politica. Se vogliamo la trasformazione radicale dell'esistente dobbiamo rimettere al centro i processi di conflitto. È politicismo parlare oggi di «quale rappresentanza per i movimenti», oppure «quale dialogo con il sindacato democratico». È discutere di politica prima di accumulare forza e presenza. I processi di ristrutturazione e riorganizzazione del capitale hanno frammentato il tessuto sociale. Ricostruire è arduo. Servono molte strutture reali, per supportare la socializzazione. L'opzione sindacale in molte situazioni non è sufficiente, visto anche l'alto livello di ricattabilità sui posti di lavoro, specie nel settore privato. In Italia la metà del lavoro è al nero. Ci sono 14 milioni certificati di inattivi...
Un po' troppi, per esser tutti veri...
Tra questi sicuramente si pesca molto lavoro nero o sommerso, ed anche la criminalità. Nelle nostre periferie ci sono centri urbani di spaccio a cielo aperto, lì c'è il vero «quarto settore». Ma il problema della rappresentanza andrebbe posto come rappresentanza sociale, capacità di essere recettivi e intellegibili ai tanti che sono soli e non sanno come esprimere la propria rabbia. Ora sanno che c'è qualcuno disponibile. Fino a ieri pensavano che eravamo tutti «normalizzati», che con un paio di fondi pubblici ai centri sociali e una candidatura si sistemava tutto.
Tutto qui?
Che da qui a «costruire un mondo nuovo» sia sufficiente bruciare due macchine, ovviamente no... Ma qual è la priorità oggi? Riportare i processi di conflitto al centro, accumulare forze per il cambiamento... Anche facendo le barricate costruiamo un mondo nuovo, perché mentre le fai scopri «con chi» puoi fare un altro mondo. Tutto questo riporta al vecchio tema: «senz'acqua, la papera non galleggia».
Martedì si vedeva chiaro: «solo tutti insieme facciamo paura».
E la piazza ha «tenuto» oltre ogni attesa. Ora c'è da capire quali prospettive si dà questo movimento. Ma martedì tanti «pischelletti» hanno capito che c'è una cooperazione nella lotta, e la ricomposizione è possibile. Il movimento non è «nostro», è libero di scegliere.
Una ricomposizione concettuale, dopo 20 anni di «impotenza percepita»...
È stata davvero una giornata importante, per questo. Ora bisogna lasciare spazio affinché si esprima su altri obiettivi. Nei mesi scorsi è stata importante la mobilitazione degli studenti medi. E si è visto. Lo spezzone universitario ci stava dentro con una consapevolezza maggiore, ma con articolazioni meno sociali, più «equilibrismi». Ma è nella frammentazione sociale che c'è più necessità di un passaggio politico. Bisogna dare parola e rappresentanza sociale, quindi anche politica, a un precariato diffuso che oggi non ha altri spazi se non il proprio stesso «agire». C'è necessità di «candidarsi nella società» - non alle elezioni - essere credibili per le cose che fai e che dici tutti i giorni, al di là della sparata di martedì. Si tratta di costruire «complicità» nelle relazioni. Un piccolo obiettivo contro l'isolamento e la frammentarietà, ma anche contro la crisi della politica. Ci sono partiti di massa che, per fare un volantinaggio, faticano a mettere insieme 15 persone. E ci sono invece collettivi di base, movimenti autorganizzati, che hanno una capacità di militanza e adesione che va manifestata.
Come la spiegate questa differenza?
Anzitutto con l'accumulazione di forza e la consapevolezza delle parole d'ordine radicali che stiamo mettendo in campo. Se c'è una crisi sistemica, è sistemica. È inutile cercare il modo di cogestirla. L'idea di «governare la crisi» si scontrerà con gli equilibri della globalizzazione. Cosa farà Vendola domani, quando vorrà introdurre una riforma sociale radicale? Potrà sforare il patto di stabilità? Sarà disposto a farlo?
Da gennaio la politica di bilancio sarà fatta a Bruxelles.
Crediamo che la scelta sarà quella di «dichiarar guerra» ai poveracci. E' ovvio che chi detiene il potere ha dei privilegi e li vuol preservare. Non ha più strumenti di mediazione, il welfare state, e dichiara guerra. Ma a questo punto è finita anche un'altra ipotesi: quella della «simulazione del conflitto». Oggi chi «simula» scherza col fuoco. Se è finita la mediazione politica, è finita anche la simulazione. L'«elemento simbolico» ha un peso forse ancora più forte. Il blindato che va a fuoco è un simbolo, non è che sparisce la guardia di finanza. Ma va a fuoco sul serio.
La repressione. Cosa vi aspettate?
Staremo a vedere. Per oggi si tratta di avere la capacità di dare una risposta unitaria. È comprensibile, conseguente, che ci sia una reazione dura. Chi ha i privilegi - ricchi, padroni, governanti - o chi voleva solo scalzare Berlusconi, presentandoci poi il conto dei sacrifici, del «governo di transizione neutrale», della gestione europea e di Marchionne... «non ci ama». Contro questa prospettiva abbiamo detto «que se vayan todos», andate tutti a casa. Perché non ci sono alternative, in questo «palazzo» immobilizzato tra lobby di interessi trasversali e governance della globalizzazione. Può darsi che finora siamo stati una generazione poco coraggiosa...
Ma è stata la vostra Valle Giulia...
È l'apertura di una nuova stagione. Tutta la cordata che arriva fino a Vendola dovrà prendere prima o poi delle decisioni. Abbiamo visto un silenzio imbarazzato davanti a questa giornata. E pensiamo sia sbagliato, perché bisogna essere conseguenti con le cose che si dicono. Si parla di sofferenza, precarietà, rabbia... Ma qualsiasi governo verrà dopo, o mette in crisi il sistema di accumulazione e la governance, oppure avrà le mani legate. E quindi l'unica cosa che rimane ai democratici è l'opinione. Ma, almeno quella, falla!
Qualcosa di molto distante dall'immagine di «quelli che vogliono solo sfasciare tutto»...
Si può anche non negare questa cosa: sì, volevamo sfasciare tutto. Ma eravamo tanti e volevamo prendere parola. Quando lo fai, non sei «simpatico».
Era un corteo di gente che finalmente parlava: «mafiosi», «venduti»...
Senza fischietti e palloncini... È il frutto di pratiche di organizzazione sociale, fuori dai campi già conosciuti, dalla «politica» dei partiti, in parte anche dai sindacati. Per esempio, lo spazio di attivazione dentro un laboratorio sociale, o la riaggregazione della precarietà in un determinato territorio, rimettendo al centro la «complicità» tra persone. Li aggreghi costruendo una tua «narrazione», che dice «siamo indipendenti, aspiriamo a dare parola a chi non ce l'ha». Anche attraverso una birra scambiata, una squadra di calcio, o la «cospirazione» tra precari che si rivolgono a un avvocato per far causa all'azienda e sfilarle almeno un po' di soldi.
Tanto, da precario, non hai il posto...
Alcuni dicono cash and crash. Un modo nuovo di «assumersi» in pianta stabile come precari e sopravvivere. Mostrano la corda tutte le forme di «crisi pilotata». La Cgil ha reso noto che le ore di cig concessa ha superato il miliardo. Ci sono oggi nuove frontiere oltre lo sfruttamento diretto della forza lavoro. Anche se, secondo noi, rimane sempre questo il centro della contraddizione.
Nonostante la delocalizzazione vada riducendo la base produttiva...
Ci sono anche le nuove forme del lavoro cognitivo, o del lavorare nel tempo di «non lavoro». Ma il tema è sempre quello della produzione, della vendita della forza-lavoro; non è che si scappa. Rimaniamo sempre lì, tra valore d'uso e valore di scambio... Si tratta di costruire un'azione politica realmente alternativa, a cominciare da: cosa si produce, per chi, come lo si fa, in quale equilibrio e sostenibilità. Bisogna ripartire dai bisogni. In base a quelli sai anche calibrare una nuova filiera produttiva, cosa effettivamente è utile produrre. Magari scopriremo che non serve fare tante automobili, ma nemmeno ci dobbiamo tutti mettere a lavorare nel fotovoltaico. Ma torniamo al discorso di prima: o accetti la governance o la rompi. Per fare questo ti devi attrezzare, organizzare gente, accumulare forza; che è oggi il problema numero uno.
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“È discutere di politica prima di accumulare forza e presenza. I processi di ristrutturazione e riorganizzazione del capitale hanno frammentato il tessuto sociale. Ricostruire è arduo. Servono molte strutture reali, per supportare la socializzazione. L'opzione sindacale in molte situazioni non è sufficiente, visto anche l'alto livello di ricattabilità sui posti di lavoro, specie nel settore privato.”dice Hammett.
“Accumulare forza e presenza” imposta appunto il problema dei rapporti di forza sociali. Se partiamo dalla considerazione che la societá é divisa in classi, da una parte la classe capitalista con tutto il suo seguito di parassiti e privilegiati presenti negli organi di organizzazione dello stato e dall’altra i lavoratori occupati e non, gli ex lavoratori pensionati, la grande massa di donne-mogli, gli studenti delle scuole pubbliche, gli immigrati censiti e non, se dunque la societá é divisa in classi si tratta di constatare a priori quale rapporto esiste fra queste classi. É evidente che esiste un conflitto di classe che si esprime a partire anzitutto dalla distribuzione del reddito. Sono piú di 20 anni che il reddito delle classi sfruttate é rimasto fermo o é diminuito, mentre quello della classe capitalista é aumentato. L’abbassamento del livello di salario é avvenuto non nel salario diretto ma anche in quello indiretto, le cosidette elargizione del welfare. In tutta Europa e Usa i governi hanno dato grandi somme alle banche e poi hanno presentato il conto alle masse sfruttate, che é vero sí che possono dare poco, “ma sono in gran numero”. Un grande capitalista di WallStreet ha proprio detto poco tempo fa, questa é una guerra di classe e noi la stiamo vincendo. Il capitalismo sta cercando di riprendersi tutte le conquiste ottenute dai lavoratori quando i rapporti di forza sociali erano piú equilibrati. Questi rapporti sociali di forza sono attualmenti squilibrati a favore del capitalismo. Il tessuto sociale é stato “ frammentato” dai processi di ristrutturazione del capitale, rileva giustamente Hammett. La cosa importante e straordinaria che é successo a Roma e nelle altre cittá il 14 dicembre é appunto la convergenza delle varie ingiustizie, Terzigno, NodalMolin,NoTav, studenti. Fiom, precari, in una dimostrazione che ha portato alla identificazione dei propri obiettivi di lotta con quelli delle altre organizzazioni sociali presenti. Questa convergenza é stata portata avanti e attuata al di fuori degli “organismi democratici di rappresentanza”. Questi, tutti, rappresentano gli interessi del capitalismo sia direttamente, sia indirettamente portando le proposizioni capitaliste nel campo dei lavoratori. La massa si é trovata negli ultimi decenni ad essere assediata da B da Prodi, dal Pd, da Epifani, etc. Tutti diretti a convincere la massa che non c’é altra soluzione per “uscire dalla crisi” che sacrificarsi per i capitalisti.
In tutta Europa si sta sviluppando un processo analogo. Dopo che tutte le organizzazioni che erano storicamente di sinistra si sono dedicate ad amministrare gli interessi del capitalismo contro le masse (il Pasok é l’esempio piú contundente), sta prendendo forma un movimento di solidarietá tra le masse sfruttate, un movimento che organizza lr proprie azioni, le proprie dimostrazioni, le proprie lotte,le proprie elaborazioni (invece dei fischietti, discutere durante la dimostrazione con gli altri partecipanti). É giá piú di un anno che movimenti di studenti e lavoratori stanno cercando uno spazio per respirare e uscire dalla sottomissione cerebrale ai media e la loro cultura. Il 14 ha segnato un passo avanti, un riconoscersi, una constatazione che non tutto é perduto, si puó lottare, sono molti che vogliono lottare, si tratta di sviluppare le forme di lotta e di organizzazione. En passant, non so chi sia Hammett, mai sentito prima, ma é con grande piacere ed emozione che ho letto le sue dichiarazioni. É coscienza della lotta. 18-12-2010 20:14 - Nicolai Caiazza
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/18/news/studenti_alemanno_zona_rossa-10354780/?ref=HRER2-1
Eppure sarà quello che succederà il 22, su queste quisquilie ci accapiglieremo per mesi. Stupendo, unico, geniale!! Sistemico, non c'è che dire. 18-12-2010 19:25 - Livia
Per chi avesse voglia di curiosare su un impostazione di questo tipo:
http://ozioproduttivo.blogspot.com/ 18-12-2010 18:28 - lpz
Giocate allegramente con le parole! "Riportare i processi di conflitto al centro, accumulare forze per il cambiamento... Anche facendo le barricate costruiamo un mondo nuovo, perché mentre le fai scopri «con chi» puoi fare un altro mondo"
Ma che vuol dire? Sono parole. Nient'altro che parole.
Fra sei mesi, o un anno, quando di questo "cambiamento" senza strategia e senza idee, non ci saranno rimasti che gli echi dei petardi e la scritte sui muri, che facciamo: ci raccontiamo un'altra volta che ha vinto la reazione?
Ma fatemi il piacere!! 18-12-2010 16:42 - Harken