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Marco Bascetta
Il pensiero unico riorganizza la riscossa
Il ddl Gelmini torna in aula. È una scelta criminale, una provocazione scellerata. Il segno di una arroganza che sfocia nell'idiozia. Un messaggio irricevibile: con una maggioranza di tre nullità a buon prezzo, con una opposizione sociale gigantesca e determinata e il rifiuto di gran parte del mondo della cultura e dell'università, procederemo comunque, useremo fino in fondo il potere di cui disponiamo, quello dei voti come quello dei manganelli per imporre la nostra volontà.
Spirito di vendetta? Astiosa resa dei conti con il fronte sconfitto della sfiducia? Grottesca simulazione di una capacità di governo ormai irrimediabilmente liquefatta? Perchè tutto questo accanimento, questa fretta di segnare il punto? Questa strategia di sfondamento? Il fatto è che intorno alla riforma dell'università si gioca una partita, simbolica e politica, di enorme portata e di lungo periodo. Berlusconi e i suoi federali lo capiscono benissimo, l'opposizione centrista e perfino di sinistra, è restia a rendersene conto, come se si trattasse di una pacata disputa legislativa sui dettagli.
Il primo elemento che dovrebbe saltare agli occhi di tutti è che mettere in calendario il ddl Gelmini con questi tempi e in questo clima configura un preciso stile di governo: quello di un potere che disponendo di una maggioranza, comunque raccattata, agisce a prescindere dalla situazione sociale del paese come pura e semplice affermazione di autorità. Chi, pur apprezzando per un verso o per un altro questa pessima riforma, è disposto ad accettare un siffatto stile che assomma l'onnipotenza berlusconiana alle esibizioni muscolari di Maroni e La Russa? Senza rendersi conto che l'approvazione del disegno di legge potrebbe comportare una catastrofe ormai annunciata in ogni modo.
Ma vi è un secondo elemento ancora più importante: la normalizzazione aziendalista dell'università configura un modello sociale complessivo. Un modello che espelle dal suo orizzonte l'idea stessa dell'investimento come investimento sociale, che nega alla radice qualunque possibilità di concepire la crescita culturale di un paese come processo collettivo, e che, sotto le bandiere del «merito», stabilizza e inasprisce gli strumenti di ricatto che disciplinano il mondo del lavoro precario.
Un modello che non concepisce affatto i «tagli» nemmeno come una dolorosa necessità, ma come un principio di giustizia, quasi divina, e una straordinaria occasione per redistribuire i redditi verso l'alto. Un modello, infine, che cerca di riaffermare, costi quel che costi, i principi e le politiche neoliberiste infragiliti e attanagliati dalla crisi. È insomma a partire dall'Università e dall'intero sistema della formazione che il «pensiero unico» e il «non ci sono alternative» sta riorganizzando la sua riscossa, radunando le file, affilando le armi. Per questo non mollano e per questo sono disposti a tutto.
Facciamo i debiti scongiuri e ristabiliamo le debite proporzioni, ma la questione dell'università occupa nella testa (e nella pratica) dei poteri dominanti, da Londra a Roma a Parigi, lo stesso posto che i minatori, a suo tempo, occuparono in quella della «lady di ferro» e i controllori di volo nella testa di Ronald Reagan. È il fronte da spezzare, l'avversario da sbaragliare per predisporre il campo del presente, e soprattutto quello del futuro, all'esercizio incontrastato del potere e del profitto. È il «nulla sarà più come prima», è l'aggressione selvaggia a qualunque pretesa di benessere sociale, di libertà individuale e di rilevanza politica. Non si levano forse da tutte le parti gli inviti all'«umiltà», alla riduzione delle aspettative e all'arte di arrangiarsi? Rivolte indifferentemente a studenti, operai e lavoratori precari?
Certo, i minatori e i controllori di volo hanno perso: gli era difficile parlare all'insieme della società. I primi perchè legati a tradizioni e forme produttive in evidente declino, i secondi per la loro specificità corporativa. Ma con il lavoro cognitivo è tutta un'altra storia. Non si può sostituirlo con le macchine e gli schiavi, né farlo svolgere dai militari. Una certa libertà ne è l'indispensabile carburante, penetra le fabbriche e i più diversi comparti produttivi. Non nutre nostalgie, ma non accetta la chiusura del futuro.
L'Università, insomma, può parlare oggi alla società tutta intera. Chi avesse avuto la pazienza di ascoltare come la città di Roma ha percepito l'insorgenza del 14 dicembre, avrebbe facilmente registrato la sovrapposizione della mobilitazione studentesca all'insieme della condizione giovanile e non solo. Non si parlava degli «studenti», ma di gente derubata del futuro, e di una classe politica complice o impotente. Quanti, nell'aula parlamentare, si troveranno a partire da domani a fare i conti con il colpo di mano del governo sappiano che della complicità o dell'impotenza saranno chiamati a render conto. È proprio a loro che ingiungiamo, per una volta, di isolare i provocatori e i violenti che siedono sui banchi del governo. Quanto alla piazza, ai movimenti, si può star certi che non resteranno a guardare. Non possono farlo. La posta in gioco è troppo alta. Troppo seria per lasciarla alla miseria di questa politica.
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