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Angelo Ferracuti
S. S. 18, la strada della 'ndrangheta
L'ultima volta che sono stato in Calabria era d'estate, alloggiavo in una piccola pensione di Fuscaldo a pochi chilometri da Paola, modesta e accogliente, e mi spostavo sulla strada maestra che lambisce la costa per raggiungere le spiagge libere di Amantea, Falerna, Gizzeria Lido.
Conosco la strada di cui parla Mauro Minervino nel libro Statale 18 (Fandango), questo far west della via Emilia delle Calabrie popolata da «loschi cow boy», strada che l'autore attraversa ogni giorno per raggiungere Catanzaro, la città dei ponti impossibili, dove insegna all'Accademia di belle Arti.
Narratore di un pezzo d'Italia ustionato e bruttato dalla 'ndrangheta, cantore di una regione vivisezionata in un libro ormai cult, La Calabria brucia (Ediesse, 2008), che gli ha fatto vincere il Premio per la Cultura Euromediterranea, in questo lavoro di rara efficacia e bravura compenetra lo sguardo profondo dell'antropologo, quello del viaggiatore disincantato, e ancora quello più caustico del cronista.
Ne viene fuori un viaggio ondivago in una delle strade più battute del sud, oggi specchio di un degrado non solo paesaggistico di una società border line.
Minervino, da dove nasce questa «mostrificazione» del Sud e della Calabria che tu descrivi?
Il Sud per secoli si è guardato con gli occhi degli altri. Così abbiamo smesso di osservarci, di disegnare le nostre rappresentazioni, i nostri racconti. E anche di prenderci cura del paesaggio, della terra, del mare, delle case.
La Calabria è una terra di sconfitte silenziose e di violenze eclatanti, di ribelli e di ipocriti, di gente in fuga o rassegnata al peggio. Oggi è da questa dittatura degli opposti che si deve smarcare se vogliamo pensarci moderni e davvero «diversi»: riprendiamo i nostri racconti, ribaltiamoli sul mondo. Amare i luoghi e prendersene cura, non c'è alternativa. Se la Calabria impara ad amarsi e a raccontarsi così com'è adesso, ipermoderna, con tutte le sue strade contromano, col suo paesaggio bello e straziato, partecipa al racconto del mondo e dell'Italia di oggi che si specchia in questa «mostrificazione» pasoliniana che pareggia tutto, una deformazione che qui trionfa carica di pregiudizio e di ideologia.
E perché questa strada, la Statale 18, è «madre di tutte le catastrofi calabresi»? Questa frantumazione del paesaggio, che tu chiami «l'area simbolo del paradosso sociale e del non luogo», può essere la punta dell'iceberg, il modello di un degrado esportabile?
Qui ormai la gente vive ammassata sulla strada, un sifone che aspira e prosciuga le esistenze. Se la strada è tutto, niente è più come la strada di casa; quella che conduce a un luogo fatto per abitare, per amare e trovare un riparo. In troppi posti d'Italia come questi, la terra non vale più niente, i valori iscritti nei luoghi non valgono niente. Conta solo il cemento, la mobilità, il pil, ogni forma di speculazione e profitto. Il degrado è già esportato, la Calabria è in fondo il laboratorio avanzato di un'Italia che somiglia sempre più a queste coste sfrangiate, consuma paesaggio, cultura, legalità, umanità. Il corrispettivo della SS 18 oggi lo trovi sull'asse del cosiddetto «bilanciere veneto», sulle coste turistizzate della Sicilia come sulla riviera Ligure da Rapallo, ovunque dove viene meno il senso della civiltà e della bellezza.
Però, nonostante tutte le derive, proprio qui è successo un fatto importante, la «battaglia di Rosarno». Una forma di resistenza interessante e nuova.
Sì, Rosarno è il segnale che qualcosa di nuovo è accaduto. Una risposta a una vicenda umana e politica che è partita da un dramma, dagli abusi sui lavoratori neri, da una situazione oscena che molti facevano finta di non vedere. Si deve muovere molto altro per risvegliare le coscienze intorpidite, per scuotere la politica che qui è sorda e spesso sediziosa.
Eppure nel libro, nonostante la continua autopsia del brutto, resiste uno struggente desiderio di bellezza, che tu ritrovi in questo paesaggio antico, amatissimo da tutti i viaggiatori del Grand Tour.
L'idea stessa della bellezza è nata da queste parti, su queste coste che ora sono inquinate e piene di veleni. Poi non dimentichiamo che il Sud è servito per secoli alla cultura intellettuale Europea a creare un'idea autocelebrativa del primato del Nord, una coscienza della civiltà continentale erede di quella classicità che proprio il Sud regredito aveva smarrito nei secoli del lungo medioevo rurale. Una condizione di minorità comoda, scontata, che è durata fino a qualche decennio fa. La Calabria specialmente, regione in fondo a Sud, terra estrema di questo confine meridiano, si è caricata addosso un pregiudizio distruttivo e auto-distruttivo senza appello che dura fino ad oggi, che oscilla sempre tra il genio e l'errore, tra la bellezza e l'apocalisse. Fino a farlo proprio, a sentirlo implicito, e a praticarlo anche contro se stessi, contro la propria gente. C'è un filo rosso che si tende in alto con la letteratura di viaggio tra gli illuministi e i romantici stranieri dei secoli del Grand Tour, e poi si degrada via via fino ai vertici bassi della propaganda leghista, con le pretese egemoniche di un nordismo antisud, tutto laboriosità e virtù civiche d'accatto. Naturalmente la realtà e le inchieste della magistratura smentiscono anche questo pregiudizio del primato morale del Nord. Però il meccanismo ha agito su tutti. Fino ai sofisticati processi di controllo e di espansione dell'economia criminale gestiti delle mafie, che oggi sono piene di colletti bianchi del Nord, di finanzieri del jet set, di intermediari e portavoce, le facce presentabili delle oligarchie politico-mafiose, gente che ha saldato il conto dell'etnicità e del divario classico Nord/Sud. Forze che di queste opposizioni si sono nutrite reciprocamente sostituendosi allo Stato e alla legalità democratica, al corretto esercizio dei diritti di cittadinanza. Questo è il guaio. Nel passato era implicita una certa dismisura, e questa dismisura resta. La modernizzazione ha però ha fatto saltare le ovvietà dei pregiudizi, ha ribaltato tutte le categorie di chi si chiamava fuori dal caos del Sud. Non conosco grandi scrittori e uomini capaci di bellezza e di commozione profonda che abbiano amato di più il Sud e una regione magnifica, ma eccentrica e difficile come la Calabria, di più e meglio di George Gissing, il mio alter-ego vittoriano, che scrisse della Calabria della fine dell'Ottocento, povera, umile ma ancora carica di ardori e di nuove speranze.
Faremo mai il viaggio vero, «quel viaggio» da cui ci aspettiamo un cambiamento? Quella che definisci giustamente «l'ideologia del progresso», l'eterno presente senza memoria, senza cultura, ha vinto definitivamente?
No, spero davvero di no. Io scrivo anche per testimoniare contro questa deriva, per dire questo da qui e per evitare che accada, non solo qui. E anche questo viaggio, il viaggio vero della vita, ricomincia ogni giorno. Occorre lottare insieme, però. Il cammino dipende anche da noi, dal nostro desiderio di libertà, di bellezza autentica, e di fraternità.
A un certo punto dici: «per reazione vorrei sottrarmi da questi scenari minacciosi e incombenti, pigiando ancora più forte sull'acceleratore». Hai mai pensato di andartene?
Sì spesso ci penso, mentre guido in mezzo ai paesaggi decomposti della SS 18. Poi sfogata la rabbia, a mente fredda ci ripenso. Del resto viaggio molto e spesso sono in giro per lavoro lontano dalla Calabria, facendo l'antropologo di mestiere. Nonostante tutto, i miei luoghi sono una calamita fortissima, senza tempo. Non conta più 'perché'.
La Calabria ha le sue stranezze, le sue vastità. Ci vivo e basta e in fondo non esiste più nel mondo un posto che sia davvero «il mondo». Metto assieme più luoghi per vivere, come fanno molti ormai, ma ho un mio arcipelago, le mie 'isole nella corrente', come le Eolie che si velano di un desiderio di lontananza ogni volta che le vedo comparire al tramonto sull'orizzonte del Tirreno. Poi qui ho le mie relazioni vitali: la mia famiglia; mio padre e mia madre, i mei figli, mia moglie. Il mio centro è qui. Anche se molti mi danno del rinnegato. Io sono uno che ama questa terra visceralmente, ma fuori da ogni mitologia, che denuncia e racconta i mali della Calabria dalla Calabria, e per questo pago un prezzo, personale, professionale e 'politico', anche nel mio mondo che è quello dell'università, della cultura e dei giornali. Qui sono stato oggetto di discriminazioni, di campagne stampa violente e denigratorie. Vado per la mia strada, ma resto qui. In questi anni Enzo Siciliano, che per primo mi spinse a scrivere di queste storie, poi Gian Antonio Stella, Gianni Vattimo, De Magistris, Angela Napoli fino a Roberto Saviano, mi hanno dato il loro sostegno.
Si sente l'amore e la passione civile per la tua terra.
La magia è intatta e l'energia è ancora potente; questo è davvero uno dei paesaggi più belli del mondo. Forse è per questo che il mio punto archimedico resta fisso qui davanti al mare di Paola, sul Tirreno azzurro, che qui davanti si alza altissimo e ha un'illusione d'Infinito. È il mare che amo, il mare dell'infanzia, il mare dei ricordi, degli amori che durano. Il mare che forse conta di più della terra su cui devo mettere i piedi ogni giorno per vivere.
È vero, Minervino parla spesso del suo mare, che vedo anche stamattina, mentre passeggiamo fianco a fianco, la sua patria è quella: «Lì ritrovo il punto sestante che rende possibile dopo ogni allontanamento, il mio rientro in porto. (...) Il mare che sciacqua la pietra viscida degli scogli. Ecco il mio "dromo", il segnale di terra che nella lingua dei marinai con la sua immobilità, già prima dell'approdo, fa da punto certo di riferimento a chi viene da lontano. Gli scogli, un anticipo di terra nel pelago degli avvenimenti, la prima sponda a cui io mi aggrappo da qualsiasi distanza con gli occhi della mente per un istinto di riconoscimento e appartenenza, nonostante tutto».
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Andrea 21-12-2010 15:34 - andrew packard