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Roberto Ciccarelli, Benedetto Vecchi
Ribelli on the road
Giocheranno di sorpresa, spiazzeranno chi li vuole fare arrestare «preventivamente» per non farli scendere nuovamente in piazza per protestare contro il Disegno di legge Gelmini; useranno l'ironia perché ci vuole anche ironia con chi dice di governare un paese con tre voti estratti dalla tombolata di fine anno. Gli studenti, come i precari e i ricercatori che hanno partecipato al forum che ieri Il manifesto ha ospitato in redazione, non sono così ingenui nel credere di potere cambiare le sorti del paese nelle prossime 24 ore, ma non si lasciano scoraggiare dalla quasi certa approvazione della riforma dell'università al Senato.
Si preparano ad una lunga marcia in un paese impoverito, ma non più solo mucillaginoso e incarognito come l'hanno rappresentato in questi anni i custodi delle scienze sociali. Sono onesti e non nascondono i limiti delle mobilitazioni autunnali. In un forum lungo più di tre ore, hanno dimostrato un'ammirevole capacità di abitare un presente privo di interlocutori politici e istituzionali all'altezza della crisi, senza nascondere i rischi e le insidie che si nascondono in questa contingenza.
«Ci siamo liberati dallo stigma del tempo - afferma Claudia Bernardi, dottoranda e attivista del gruppo romano «Laboratori precari» - per questo il nostro movimento non può essere considerato figlio del Settantasette, oppure la continuazione di quello contro il G8 di Genova. C'è un elemento innovativo che, con buona pace di Roberto Saviano o di Marco Travaglio, ci rende oggi irrapresentabili rispetto ai loro vecchi schemi e ci avvicina a quello che sta accadendo da anni in Francia e da qualche mese a Londra. Quella che abbiamo visto il 14 dicembre a Roma non è un'insorgenza isolata. È il sintomo della rivolta di una generazione».
Una chiave di lettura che contrasta con quella adottata dai giornali anglosassoni per i quali il declino dei paesi mediterranei è lo stesso, come anche le forme tumultuose di protesta che si sono viste a Roma o ad Atene. «È così - risponde Claudia - in Grecia c'è un'esasperazione della crisi che in Italia non si è ancora data. A Roma la piazza era composta per la maggioranza da universitari e da studenti medi e questo dato la rende più vicina alla Francia e al resto d'Europa dove avanza il processo di Bologna (l'organizzazione modulare dei cicli didattici del «3+2», l'introduzione dei debiti e dei crediti nella valutazione dello studio, n.d.r.) che riduce gli studenti a clienti dell'università. Con Londra abbiamo un immaginario e una sensibilità in comune. In pochi giorni il movimento inglese ha ripreso la pratica del book bloc che è stata inventata un mese fa in Italia».
«Per essere capita quella giornata di martedì va collocata in una prospettiva politica che parte dall'Onda di due anni fa e oggi ha operato una rottura intergenerazionale. Non c'è stata una "rottura storica", ricorrere alla figura dell'infiltrato si è rivelato altrettanto inutile - aggiunge Fabio Gianfrancesco di Uniriot - Il Pd non riesce proprio a comprendere la politicità di una dimensione sociale e del problema generazionale che evidenzia. Pochi infatti hanno capito che le manifestazioni di queste ultime settimane, e non solo quella del 14, sono l'espressione affermativa di una nuova composizione sociale ricca di competenze, ma spesso denigrata, se non proprio nascosta. È questa una differenza con la situazione greca e che avvicina Roma a Londra e a Parigi. È dagli anni della Pantera che assistiamo ad una continua riconfigurazione del movimento studentesco rispetto ai reiterati processi di riforma a cui è sottoposta l'università. Oggi questi processi hanno contagiato tutti gli ambiti sociali. C'è una cognitivizzazione del lavoro che non riguarda pià solo la formazione, ma l'intero processo del lavoro. Anche a Mirafiori o a Pomigliano, la Fiat mette in discussione la sfera cognitiva dell'operaio che è vitale per la fabbrica come lo è l'intelligenza degli studenti o ricercatori».
Rimuoviamo i luoghi comuni della cronaca, recuperiamo le analisi prodotte dai movimenti nei due anni trascorsi e per comprendere l'evento a cui stiamo assistendo ripartiamo dall'Onda, una meteora che ha coinvolto milioni di persone nelle piazze senza però lasciare apparentemente tracce dopo l'approvazione della legge 133 e l'avvio della riforma Gelmini nelle scuole. Non la pensa così Claudio Riccio di Link-Uds. L'Onda non è stata condannata alla risacca dai tagli da 8,5 miliardi di euro al budget della scuola e di 1,3 miliardi al fondo per l'università: «Al contrario, ha imposto al governo la trasformazione del decreto legge sull'università in disegno di legge, obbligandolo ad un difficile iter parlamentare che dura ancora oggi. Certo - ammette Riccio - quello è stato un movimento che chiedeva il ritiro della legge 133 già approvata, ma aveva anche un'analisi della crisi che noi abbiamo sviluppato. Il nostro obiettivo, oggi, non è solo quello di bloccare il Ddl. Siamo molto più ambiziosi: vogliamo invertire il processo storico che nelle università porta il nome di "processo di Bologna", ma che nella società ha l'immagine del populismo».Un altro risultato delle mobilitazioni degli ultimi due mesi è stato quello di spostare l'opposizione di centro-sinistra su posizioni molto distanti rispetto a quelle di due anni fa. «Quando il 28 ottobre 2009 il Ddl Gelmini è stato approvato dal Consiglio dei ministri - aggiunge Riccio - molti esponenti del Pd hanno rivendicato la riforma da portare avanti in maniera bipartisan. Abbiamo occupato stazioni, aeroporti, monumenti, il consenso alla fine si è spostato verso di noi e loro al momento hanno abbandonato le loro posizioni ideologiche».
Antonella Vitiello di Ateneinrivolta, non nasconde un altro aspetto, fino ad oggi sottovalutato, nelle analisi della giornata del tumulto generazionale e dell'indignazione di massa. «Negli ultimi due anni - sostiene - abbiamo occupato, fatto lezioni in piazza contro il Ddl Gelmini, ma non abbiamo avuto alcun risultato. Questa chiusura del governo ha prodotto rabbia tra gli studenti. In più noi la crisi la stiamo continuando a pagare, anche se da due anni proviamo ad opporci. Dobbiamo però essere onesti. Anche noi siamo rimasti sorpresi da quanto è accaduto martedì a piazza del Popolo. Si è parlato delle migliaia di persone che hanno reagito positivamente agli scontri. Questo aspetto interrogherà a lungo il modo in cui una generazione si è affacciata alla politica. Molti continuano a parlare, in maniera astratta, di «violenza» e la contrappongono alla «non violenza». Noi invece preferiamo parlare di "indignazione" rispetto alle politiche europee di austerity che iniziano a porre problemi alla borghesia e non solo ai precari o agli studenti».
Come, e dove, allora trovare un'alternativa? «Noi la vediamo nello sciopero generale - risponde Antonella - che la Cgil ha più volte promesso, ma che non ha ancora indetto. Bloccare un paese oggi è una risposta alla gestione della crisi. Migranti e altre categorie che non si ritrovano nello sciopero tradizionale sono saliti su tetti e gru. Per questo, dobbiamo creare una rete di lotte e permettere che comunichino sempre di più».
Eppure questo movimento ha praticato, per usare il suo lessico, uno sciopero generalizzato in cui è diventata centrale la precarietà come condizione generale. La crisi, va da sé, ha amplificato, accelerato tendenze in atto. «È molto probabile che il disegno di legge sarà approvato - afferma Renato Foschi, ricercatore di psicologia alla Sapienza di Roma -. Come ricercatori precari e strutturati abbiamo costituito una rete che ha elaborato proposte emendative, sperando che ciò potesse modificare l'iter parlamentare. Così non è stato. Ora dobbiamo pensare a forme di protesta originali che continuino ad avere la capacità di parlare all'intera società. Siamo saliti sui tetti, ma è tempo che da quei tetti scendiamo giù per parlare a tutti».
L'antico dilemma se il conflitto favorisca o meno il consenso è il filo rosso della riflessione dei ricercatori «indisponibili». Per Gerardo Morsella, ricercatore in matematica a Tor Vergata, la posta in gioco è il livello della mobilitazione, sia in senso qualitativo che quantitativo. «Dobbiamo partire dal fatto - afferma - che in questi mesi siamo riusciti far diventare l'università un problema nazionale. C'è un ministro dell'economia come Giulio Tremonti che ha sostenuto che con la cultura non si mangia. Abbiamo dimostrato che la sua era solo ideologia a buon mercato. E tuttavia il problema di come continuare la mobilitazione esiste. Non dobbiamo farci intimidire dalle proposte governative su Daspo, arresti preventivi e continuare per la nostra strada, riuscendo a trovare nuove forme di mobilitazione».
Gli fa eco Velia Minicozzi, altra ricercatrice a Tor Vergata. «Il desiderio di sfondare qualsiasi zona rossa è molto diffuso. Allo stesso tempo, non possiamo negare il fatto che il Pd, cioè il maggiore partito di opposizione in Parlamento, non sa che pesci pigliare. Nei mesi scorsi, uno dei fondatori del Pd, Michele Salvati, ha anche scritto che quella della Gelmini era una proposta tutto sommato positiva. Anna Finocchiaro, ha saputo solo dire che il problema erano gli infiltrati, dimostrando che il suo partito non ha capito quasi nulla di questo movimento».
Ma il 14 dicembre è però alle spalle. Quello che lascia perplessi è il nesso di causa e effetto tra disperazione e radicalità della piazza. «Disperati i ricercatori? Per quelli "strutturati", disperazione non è proprio la parola appropriata. Per gli studenti, la realtà è un po' più complicata. Sono abbandonati a se stessi, pensano di non avere un futuro. È disperazione? Se pensi che non avrai un lavoro certo, che la pensione è un miraggio e che la tua vita non sarà rose e fiori, di rabbia ne accumuli e anche molta». Alessandra Filabozzi, altra ricercatrice di Fisica, sempre a Tor Vergata il dato da cui partire è dunque un altro. «Faccio parte di una piccola parte del movimento, quello dei ricercatori, che sta cercando faticosamente di dotarsi di un punto di vista. Detto questo, la rete 29 aprile deve porsi il problema di come connettersi al resto del mondo».«L'indisponibilità dei ricercatori a insegnare gratuitamente - ha aggiunto Emanuele Pontecorvo, dottorando in fisica alla Sapienza - resta comunque centrale per noi precari e spero venga confermata nei prossimi mesi. È un elemento che può contribuire al loro risveglio. Alla Sapienza, come altrove, c'è la possibilità che nasca una vertenzialità sui diritti base per il nostro lavoro».
Precarietà. Parola dal sapore amaro, che finalmente occupa la scena politica. «Vorre direi sul 14 dicembre solo una cosa: "una rabbia degna per una vita degna". E la finisco qua. Mi interessa ora discutere di un altro aspetto». A parlare è Giuseppe Allegri, precario di lungo corso sulla formazione. Ha conosciuto tutte le forme contrattuali, tiene a specificare, nella ricerca. «Ciò che è stato messo a nudo è il volto miserabile di un ventennio pieno di riforme dell'Università: Berlinguer-Zecchino, Moratti, e ora Gelmini. L'Università italiana doveva allinearsi ai dettami della società della conoscenza ed è stato invece un fallimento. Dobbiamo però fare i conti con una sorta di antropologia negativa del precario. Ricattabile, rispettoso dell'ordine costituito perché sottoposto al ricatto. Tutto questo ha impedito lo sviluppo di movimenti sociali davvero radicali. In tanti hanno provato, in questi anni, a fare i conti con questa antropologia negativa. E non ci sono riusciti. Anche l'Onda ci ha provato. La novità di questo autunno è che la precarietà è diventata il filo rosso con cui tessere iniziativa politica, costruzione di relazioni sociali e politiche. Ciò che è emerso è infatti il rifiuto radicale delle politiche di austerity volute dall'Unione europea. Il mantra dei sacrifici, della crisi lo abbiamo sentito recitare da Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, ma anche dal governo italiano. Questo movimento ha detto basta. Cosa è il collegato lavoro del Ministro Sacconi se non l'istituzionalizzazione della precarietà? Abbiamo detto basta e la nostra indisponibilità non è solo su una riforma, ma su un progetto di società. Per questo dobbiamo creare le nostre istituzioni, i nostri momenti di mediazione, i nostri momenti di ricomposizione».
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Voi siete i veri protagonisti del futuro.Giusto che decidiate da soli.
Fate quello che più ritenete giusto.Il futuro è dei giovani! 22-12-2010 10:08 - mariani maurizio
Benissimo!
Non date più retta a nessuno.
Noi stiamo in un altra dimensione.
Il futuro è vostro e è giusto che siate solo voi, a decidere,il che fare.
Bravissimi!
Vi ammiro. 22-12-2010 10:04 - maria
Entro una o due generazioni, chi ha adesso più di 40 anni (il sottoscritto compreso) o sarà vecchio o sarà morto.
Chi ne ha meno, dovrebbe fare figli, studiare, prepararsi a sostituirci.Non è una questione politica, ma biologica: c'è poco da arzigogolare. Se questo non avverrà, ci sarà un crollo sociale e culturale. Se non avremo università, ad esempio, i futuri italiani apprenderanno la loro storia dagli altri, come avviene da secoli per nei paesi colonizzati dagli europei (si veda Orientalismo di Said), con le ovvie conseguenze.Inutile aggiungere altro, il discorso è chiaro.
Mi sembra che a forza di astrarre, digitalizzare, filosofeggiare, ci scordiamo le più elementari verità: un paese è fatto di uomini e donne che nascono e muoiono, e di nuove generazioni che debbono essere nutrite, allevate ed educate. Non farlo, significa radere al suolo tradizione e identità.
Ma, forse, è proprio questo che si vuole. Chi non ha tradizione e identità diventa più facilmente uno schiavo.
Distinti saluti. 22-12-2010 08:51 - bruno di+prisco