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Silvio Messinetti
Le 'ndrine nell'urna
Chissà se lo scatenato Gasparri di questi giorni avrà l'ardire di commentare l'operazione Reale, eseguita ieri all'alba dai Carabinieri del Ros su mandato della Dda di Reggio Calabria. Probabilmente il capogruppo Pdl al Senato non lo farà. Perché sarebbe imbarazzante ammettere che il suo delfino (e pupillo), Peppe Scopelliti, si è ritrovato presidente della Regione grazie anche a voti sporchi, a preferenze di 'ndrangheta.
Questo giornale, nell'immediatezza del voto, aveva titolato "Le 'ndrine nell'urna" (il manifesto del 31 marzo). Perché troppe erano le liste inquinate e troppo strani alcuni risultati. Con Scopelliti trionfante in tutte le roccaforti del crimine.
A cominciare da San Luca, il cuore della 'ndrangheta, regno incontrastato dei Nirta, dei Pelle e dei Vottari. È qui, ai piedi dell'Aspromonte, che si raccolgono i custodi della tradizione, i boss che ratificano l'affiliazione alle 'ndrine, i picciotti e gli scherani da battezzare. Ebbene, nove mesi fa Scopelliti a San Luca sfiorò il 75%, e lo stesso fece nei dintorni, come a Samo, Benestare, Bovalino, Bianco. E migliaia di preferenze le prese anche Santi Zappalà (Pdl), il più votato dell'intera provincia di Reggio, il terzo in assoluto della regione.
Da ieri Zappalà è rinchiuso nella casa circondariale di Reggio. Insieme a lui sono finiti in carcere in 11, ed almeno altrettanti sono gli indagati. Si tratta di mafiosi, intermediari, imprenditori (e prenditori) di voti. E, soprattutto, politici.
In manette, con l'accusa di voto di scambio, associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose, sono finiti cinque candidati che, il 29 e 30 marzo scorsi, portarono una marea di voti alla destra, a Scopelliti. Il Ros ha notificato le ordinanze di custodia cautelare a Francesco Iaria (Udc), a Pietro Nucera e Liliana Aiello (Lista Scopelliti presidente) e ad Antonio Manti (Alleanza per la Calabria).
Ma il volto più noto è senza dubbio Zappalà, l'unico eletto tra gli indagati, e attuale presidente della VI Commissione "Affari dell'unione europea e relazioni con l'estero". D'altronde lui, gli affari e le relazioni - a detta degli inquirenti - era abituato a farli e a intrattenerli. Ma questa volta con le cosche. A cui Zappalà e gli altri politici si rivolgevano per avere sostegno elettorale.
Andavano a casa di Peppe Pelle (detto Gambazza, morto qualche mese dopo), il capoclan, e chiedevano voti. Trattavano «da pari a pari» e in cambio erano pronti a garantire alle imprese di riferimento della cosca l'aggiudicazione di importanti appalti pubblici.
Secondo quanto emerge dagli atti, Zappalà si rivolse non solo ai Pelle di San Luca ma anche ai Commisso di Siderno, «che si erano impegnati con un altro candidato (Cosimo Cherubino del Nuovo Psi, indagato nell'operazione che la settimana scorsa ha portato in carcere l'ex sindaco di Siderno, Ciccio Figliomeni, ndr) ma che comunque promisero un pacchetto di voti anche a lui».
Zappalà e compari, dunque, anziché rivolgersi agli elettori si rivolgevano prima ai clan per avere sostegno elettorale in vista delle regionali. Promettendo di «mettersi a disposizione». D'altronde, «la mia missione è di essere sempre e solo a disposizione e al servizio del cittadino. Affinché la mia amata Calabria possa divenire la regione della Politica del Fare» scriveva Zappalà sul suo sito. Un "fare" che, alla luce dell'inchiesta, si manifestava sotto forma di appalti per le cosche, di trasferimento di detenuti, di visite mediche «quando qualcuno non può muoversi», come i latitanti.
Santi Zappalà è anche da dieci anni sindaco (incontrastato) di Bagnara Calabra, il borgo marinaro noto per le sue donne, "le bagnarote", che belle, instancabili e fiere erano, sin dall'antichità, l'asse portante della comunità.
A Bagnara non si costruiva, non si faceva uno sgombero, non si caricavano i velieri di legname senza che queste donne venissero assoldate. Insomma, un mito e un esempio di abnegazione e laboriosità, che tuttora persiste.
Tutt'altro esempio è il suo primo cittadino che tra il serio e il faceto nemmeno due mesi fa aveva consegnato per protesta la fascia tricolore al Prefetto perché «Bagnara - diceva - è ormai diventata terra di conquista di ladri, criminali e assassini». Che fosse un'involontaria autocritica?
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Comunque a leggere le commistioni tra politici e mafie diventa francamente difficile credere a un possibile ripristino della legalità 'borghese'. 22-12-2010 19:42 - lpz