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Pierluigi Sullo
Lo sciopero sociale
Loris Campetti, sul manifesto di mercoledì scorso, suggerisce il ricorso non solo allo sciopero generale, ma allo «sciopero generalizzato», in grado cioè di coinvolgere attivamente studenti e precari. A parte il fatto che la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, ricevendo una delegazione di studenti, ha loro detto che il sindacato in questo momento non pensa affatto a scioperi generali, l'articolo di Loris mi ha fatto tornare in mente un episodio di alcuni anni fa. Nel 2003, o giù di lì, l'Arci di Tom Benetollo organizzò a Genova, nei giorni dell'anniversario del G8, un incontro pubblico molto affollato in cui anche a me fu chiesto di intervenire. Dissi che serviva uno «sciopero generalizzato». L'espressione era nata qualche tempo prima, proprio in un articolo sul manifesto, e aveva avuto una certa fortuna tra reti di precari e centri sociali. Achille Passoni, allora nella segreteria della Cgil diretta da Sergio Cofferati, parlò subito dopo di me, ammonendomi: lo sciopero generale, disse in sostanza, è una faccenda che riguarda i sindacati, non c'è bisogno di alcuno «sciopero generalizzato».
L'episodio, in sé minimo, dimostra però quanto pervicace sia, in parti importanti del sindacalismo (in quello migliore, la Cgil), la resistenza a prendere atto che il «mondo del lavoro» è radicalmente cambiato. Non ci sarebbe bisogno di insistere, ma anche l'ultima rilevazione Istat dice che i contratti a tempo indeterminato - quelli su cui stile, linguaggio, obiettivi, visione della società del sindacato si modellano - continuano a diminuire, mentre, in una generale crescita della disoccupazione, aumentano i contratti precari. Perciò, se la Cgil volesse «rappresentare» davvero i lavoratori, dovrebbe modificare in profondità il suo modo di essere. Ciò che in varie riprese si è pure tentato. Una rete di Camere del lavoro (Bologna, Brescia, Reggio Emilia, ecc.) tentarono qualche anno fa di elaborare una visione del ruolo «territoriale» del sindacato. Anche all'inizio del 2010 la Cgil (la segretaria confederale Morena Piccinini, con Sandro Del Fattore) ha prodotto, in collaborazione con altri, un fascicolo molto interessante sulla «contrattazione territoriale», ovvero su come il sindacato può aprire - e in una certa misura già apre - vertenze «cittadine» sul Welfare che sta crollando, sulla condizione dei migranti, sui giovani, ecc. Ciò nonostante, la Cgil non riesce a cambiare rotta.
Eppure basterebbe guardarsi intorno. Tanto per dirne una: in Italia abbiamo una legge sull'immigrazione che come è noto stabilisce come la stessa presenza di un irregolare (o «clandestino») sia un reato. Bush n. 2 non riuscì a far approvare una legge che stabiliva lo stesso principio, perché i migranti - regolari e non, e specialmente quelli di origine messicana - organizzarono, oltre a manifestazioni gigantesche, una forma di protesta inedita. Si chiamava «Un dìa sin mexicanos» e prendeva spunto da un film: tutti i migranti, un certo giorno, smisero di fare qualunque cosa, paralizzando così il paese. Era uno sciopero? Anche, ma è più appropriato definirlo uno «sciopero sociale».
C'è un altro argomento, a favore di forme di lotta ulteriori, rispetto al tradizionale sciopero generale. Salvatore Settis, già rettore della Scuola Normale di Pisa, presentando in tv il suo libro sulla distruzione del paesaggio, alla domanda se vi sia chi reagisce a questo vandalismo, ha risposto: i cittadini. E ha citato ad esempio la rete dei comitati toscani presieduta da Alberto Asor Rosa. Voglio dire che al classico conflitto tra capitale e lavoro si è aggiunto, come ormai sanno anche i sassi, un conflitto territoriale, ambientale, attorno ai beni comuni. Che si esprime a sua volta con forme di lotta assortite, dal presidio alla presentazione di liste fuori dei partiti, al blocco stradale, ecc.Ora, non penso che si possano «unificare» tutte le lotte - dai lavoratori «normati» ai precari, dagli studenti ai cittadini organizzati, ecc. - ma, oltre a individuare i nessi tra l'una e l'altra (e ce ne sono molti, come dimostrano gli studenti che occupano i monumenti, comunicando così che intendono tutelare storia e identità del paese), sarebbe abbastanza agevole «generalizzare», o «socializzare», giornate generali di lotta, per farne, parafrasando quel tale col passamontagna, scioperi che contengano molti scioperi.
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Immaginiamo che domani, i scioperanti,invece di astenersi a un lavoro che non c'è,si mettano a fare come i giovani di Primavalle, nel lontano 60.
Primavalle è una borgata romana e in quel tempo,non arrivavano neanche gli autobus.La gente era disoccupata e la zona era popolata da immigrati e romani deportati dal centro.
Questi, stanchi di essere ghettizzati,cominciarono a fare delle enormi buche sulle strade provinciali,come la Boccea e nazionali come l'Aurelia.
Alla notte rompevano le strade e al mattino venivano assunti per riempirle.
Queste manifestazioni, fecero incazzare le autorità, che ammazzarono un manifestante.
Un ragazzo immigrato (Tanas).
Ancora oggi,Primavalle ricorda questo martire del lavoro e lo ringrazia; il suo sacrificio servì.
Da quel giorno ci fu lavoro e autobus, per tutti! 23-12-2010 18:43 - maurizio mariani