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Giuliana Sgrena, inviata a Tunisi
«Ora vogliamo giustizia e libertà»
La situazione è precipitata in Tunisia prima del previsto persino per le forze della società civile e dei partiti che appoggiavano la protesta. Anche se voci su un possibile intervento dell'esercito circolavano da giorni.
Fino a ieri tuttavia l'attenzione era concentrata sulla tenuta del movimento di protesta che ormai aveva raggiunto la capitale coinvolgendo la società civile e le associazioni e le strutture che la rappresentano. «È un movimento spontaneo, impossibile da cavalcare. Prodotto dall'accumulazione di frustrazione dei giovani di fronte a un regime sordo alle sue richieste, alla quale si è aggiunta la difficile situazione economica provocata dalla corruzione e dal saccheggio delle risorse del paese» ci aveva detto Radhia Haj Zekri, da noi intervistata, come gli altri interlocutori che citiamo, prima della fuga di Ben Ali.
Radia Haj Zekri è presidente dell'Associazione delle donne tunisine per la ricerca e lo sviluppo, una delle associazioni entrate a far parte, insieme al sindacato e altre espressioni della società civile e del mondo della cultura, del Collettivo per la difesa della cittadinanza. Un raggruppamento che avrebbe dovuto rafforzare la resistenza contro il regime. Un compito apparentemente finito con la partenza di Ben Ali, anche se non è certo che basti la sua esclusione per riportare la giustizia e soprattutto la libertà nel paese, soprattutto se a prendere le redini del paese è l'esercito. Un esercito che nei giorni scorsi non avrebbe sparato sui manifestanti - come invece ha fatto la polizia - e, in alcuni casi, li avrebbe addirittura protetti.
Proprio ieri, nella giornata di sciopero generale proclamato dall'Ugtt, avevamo incontrato il portavoce del sindacato Abid Briki per valutare sia l'ultimo discorso del presidente - da lui ritenuto «teoricamente» positivo - che il futuro del movimento di cui il sindacato era diventato in qualche modo un punto di riferimento. Anche se lo stesso sindacato non è omogeneo, a livello centrale l'Ugtt è molto più disponibile ai compromessi rispetto alla base e anche alle strutture periferiche. Differenze che erano emerse soprattutto nel dibattito preparatorio del prossimo congresso dell'Ugtt. Lo stesso Abid Briki critica le parole d'ordine dei manifestanti che si stanno sgolando nella piazza Mohammed Ali, di fronte alla sede del sindacato, da dove partirà il corteo che si andrà sempre più ingrossando per raggiungere la vicina via Bourghiba.
Abid Briki, aveva così definito la posizione dei manifestanti: «La gente ragiona come un partito politico dell'opposizione, il loro obiettivo è prendere il potere, noi siamo un sindacato non un partito politico, noi prendiamo posizione sulle riforme». E anche se molte delle rivendicazioni sociali del sindacato coincidevano con quelle della piazza, il sindacato pensava di realizzarle attraverso il dialogo, fino a ieri anche con Ben Ali, anche se «finora il dialogo è assente» ci aveva detto Abid Briki.
Un dialogo appoggiato anche dal Partito democratico progressista (Pdp), che come il sindacato aveva giudicato l'ultimo discorso di Ben Ali teoricamente positivo. Najib Chebbi, fondatore del Pdp, rispetto agli sviluppi della situazione ci aveva prospettato tre scenari possibili: una risposta di Ben Ali accettabile, anche se ormai il tempo sembrava scaduto, oppure una risposta sempre più dura che avrebbe provocato un bagno di sangue con una evoluzione alla «birmana» e infine, come terza ipotesi, un colpo di stato dell'esercito. Con il passare delle ore vi è stata un'accelerazione degli eventi che in qualche modo ha concentrato le tre ipotesi prospettate da Chebbi: le nuove promesse del presidente, la repressione della manifestazione e l'intervento dell'esercito.
Un'altra delle questioni che si poneva, almeno alla vigilia dell'intervento militare, era la possibilità che gli islamisti si potessero inserire in questo movimento. Gli islamisti esistono anche in Tunisia, sebbene la maggior parte di loro sia stata eliminata fisicamente dal regime nei passati decenni, mentre i leader sono fuggiti all'estero. La loro possibilità di successo tuttavia si scontra con un movimento molto laico, evidente innanzitutto nella partecipazione delle donne alle manifestazioni. «Le donne, madri, figlie e spose sono scese in piazza innanzitutto per accompagnare i morti. E questo non è normale, in Tunisia le donne non partecipano ai funerali e non vanno al cimitero con gli uomini, invece in questi giorni hanno rotto quella tradizione e hanno partecipato» ha sottolineato Radia Haj Zekri.
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Questo gridano i tunisini.Basta con chi promette ponti e grandi imprese e pòi ci fa mancare i soldi per il pane!
Anche in Italia ci sono persone che hanno fame.Pensionati al minimo.Giovani disoccupati,precari extracomunitari che anche se non italiani o censiti,sono esseri viventi che hanno fame.Siamo milioni ad avere fame,cosa aspettiamo ad uscire in piazza come i fratelli tunisini?
Anche noi vogliamo PANE E GIUSTIZIA. 15-01-2011 19:03 - mariani maurizio
Frattini sostiene il coraggio di Ben Alì! Abbia allora anche lui almeno il coraggio di dimettersi dopo queste vergognose affermazioni!
Spero che il popolo tunisino riesca a condurre la rivoluzione verso una ricostruzione delle forze politiche democratiche che si sono opposte al regime di Ben Alì. Forza popolo tunisino, il mondo vi guarda e spera! 15-01-2011 17:34 - Lara
Anche in Tunisia le forze socialdemocratiche (Partito democratico progressista, il Partito Ettajdid (ex PCT), ecc) e staliniste (Partito Comunista Operaio Tunisino PCOT), la burocrazia dirigente sindacale (CGTT) puntano ad un governo con la borghesia democratica per una Repubblica democratica borghese.
Questa prospettiva è appoggiata dall'imperialismo europeo.
In questa situazione è importante che il Movimento Operaio tunisino, la sinistra sindacale,il movimento giovanile di massa, i comunisti rivoluzionari (leninisti e trotskisti)devono mantenere l'indipendenza dalla borghesia e l'opposizione al nuovo governo, lottare per un governo degli operai e delle masse popolari che prepari l'assemblea costituente e avvii una svolta di potere e di società nella prospettiva di rivoluzione permanente e una Federazione socialista araba unita. E' quello che sostiene in Italia il PCL sezione italiana del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale. 15-01-2011 15:00 - francesco