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Michele Fumagallo
Fiat Pratola Serra a motori spenti
Gli studi sul mondo operaio, e soprattutto sul rapporto tra mondo operaio e territori, non sono più all'ordine del giorno come in anni lontani quando hanno fatto da spartiacque per la cultura più avveduta in Italia. E sono stati momenti di crescita per molti perché lavoro e cultura stavano insieme, e c'era un mondo di intellettuali estranei alla fabbrica che aveva un grande desiderio di capire e di immedesimarsi nella condizione operaia vissuta come "maestra" di vita per tutti. Altri tempi. Tuttavia le analisi e le inchieste sulle fabbriche sono continuate, e sono state spesso di grande utilità per tanti. Una di queste è il rapporto sulla Fma, fabbrica di motori Fiat situata in Irpinia. Un rapporto che può aiutare a capire proprio in un periodo in cui la Fiom si sta mobilitando per difendersi dagli attacchi antidemocratici di Fiat.
È stata sempre vissuta come la fabbrica gemella di Melfi perché anche qui furono promessi a iosa dalla Fiat rinnovamenti, "fabbrica integrata", snellezza giapponese, modello partecipativo tra operai e azienda, prati verdi e quant'altro. Ma col tempo, anche qui si è rivelato l'inganno. Una fabbrica è una fabbrica comunque la si chiami, il lavoro dipendente è lavoro dipendente comunque lo si nomini, lo sfruttamento è sfruttamento e basta anche se gli cambi il nome. Parliamo della Fma (Fabbrica Motori Automatizzati) di Pratola Serra alle porte del capoluogo irpino: l'insediamento più importante per i motori delle autovetture Fiat. Un insediamento dove si è abbattuta da tempo la spada di Damocle di Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, nonostante si parli di una fabbrica dove gli operai hanno lavorato, tanto e bene. Senza molti "capricci": qui la flessibilità è stata notevole, i ritmi rispettati anche nel lavoro notturno che prevedeva la seconda battuta (cioè due settimane di lavoro notturno continuato), l'assenteismo è stato quasi assente. E naturalmente il tutto è avvenuto, come a Melfi, usando i privilegi (per la Fiat) del contratto di programma che prevedeva, all'inizio degli anni 90 del secolo scorso, finanziamenti congrui dalla Stato e diritti e salari ridimensionati. Qualcosa col tempo è cambiato anche in meglio per gli operai, soprattutto dopo la grande lotta degli operai di Melfi del 2004: pensiamo tra l'altro al lavoro notturno meno massacrante. Ma le cose si sono aggravate con la crisi economica e l'assoluta incapacità della Fiat di dare un futuro serio ad un azienda che pure aveva raggiunto obiettivi ambiziosi dopo l'accordo con la General Motors. Oggi la Fma è una fabbrica dove si cammina a tentoni, senza nessun progetto per il futuro, con la cassa integrazione imperante che ha decurtato i salari di operai che spesso pagano mutui per la casa di 600 euro, impegni presi quando le cose tiravano e non si immaginava però l'orlo del precipizio di oggi. Un baratro che si è aperto per una classe operaia giovane (in media 38 anni), lasciata per ora in balia dell'incertezza più assoluta. Viene perciò a puntino lo studio che una avanguardia di fabbrica, Giuseppe Morsa, Rsu Fiom, e un docente dell'università di Salerno, Francesco Pirone, hanno elaborato sulla Fma.
È un rapporto dal titolo significativo: "A motori spenti". E mette a nudo, nella crudeltà dei numeri, il caos in cui si trova la politica industriale in Italia. Al sud poi è peggio, con industrie spesso avulse dal territorio (poco è cambiato dalle "cattedrali nel deserto" degli anni 60 e 70), nel senso che la cultura industriale (generale e sociale) di cui dovrebbero essere portatrici, è spesso inesistente, e in pratica si lavora, non in un territorio specifico, ma in un territorio astratto, "sulla luna". E' un discorso complesso che ci porta all'incapacità delle classi dirigenti (e anche dei sindacati) di analizzare il territorio di intervento in modo corretto, con un approccio che integri i vari settori produttivi, che usi le risorse locali, che apra agli investimenti dentro una logica di radicamento sui luoghi e sulle esigenze delle persone (dei lavoratori innanzitutto). La Fma, pur importante, come del resto la Sata di Melfi, non è mai stata questo. Discorso lungo e indispensabile per capire e intervenire. Discorso inutile da fare con personaggi come Sergio Marchionne, l'amministratore delegato della Fiat, figlio perfetto della globalizzazione capitalistica, per cui i luoghi non sono storia e relazioni ma posti da sfruttare e consumare.
Il rapporto di Morsa e Pirone non è certo completo perché manca la vita delle persone, degli operai, di ciò che pensano, di come si sono formati; insomma l'aspetto più prettamente e completamente politico della faccenda, cosa che in altri periodi storici (pensiamo agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso) sarebbe stata non solo normale ma prioritaria, ma tant'è. Ce ne fossero di analisi e dati che ti aiutano a capire e a leggere una realtà non più semplice come nei decenni passati ma complessa e spesso sfuggente come del resto la società che ci circonda. Dunque nel rapporto viene evidenziata, con ricchezza di dati, l'assurda situazione che vive la fabbrica, dapprima produttrice del settore medio alto dei motori, oggi appesa al filo dell'incertezza del futuro, tanto più dopo la fine della collaborazione con la General Motors da cui dipendeva ben un terzo della produzione dei motori di questa fabbrica. Poi la messa a nudo che il "prato verde", cioè l'inizio dei nuovi rapporti tra operai e dirigenti e tra operai e territorio, è stata una leggenda. Ancora: che l'azienda è estranea al territorio, una cultura industriale complessiva degna di questo nome non c'è mai stata.
E oggi? Come sarà usata la sapienza di questi operai irpini? Per quali segmenti di motori, e di quali automobili? Tutto è ancora in alto mare, alla mercé di Re Marchionne che ancora non si decide a scoprire le carte dei suoi progetti.
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Quindi? 18-01-2011 03:33 - antonio
Lui è un uomo della finanza,non un ingegnere.
Lui fa i soldi con le "bolle" e con le promesse,non con il lavoro umano.
Infatti al signorino Marchionne,non gli frega nulla se in Italia o in Serbia la gente lavora.
Quello che interessa a lui e ai suoi padroni è fare aumentare i profitti in borsa.
Nessuno mi aveva spiegato che la famiglia Agnelli non erano più industriali,ma solo speculatori di borsa.
Nessuno mi aveva spiegato che Marchionne si guadagna la pagnotta con la sopravvalutazione delle azioni.Insomma,tutte chiacchiere per fare soldi.anche l'accordo di oggi.Quello estorto con il referendum,non è altro che propacanda per fare soldi.
A lui, dei lavoratori italiani,serbi o polacchi,non frega nulla.
Lui usa i lavoratori come in un Monopoli,dove si guadagna speculando sulla fame altrui.
Bene a sapersi! 17-01-2011 20:29 - mariani maurizio