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Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
Chioggia sott'acqua
Era il sindaco foresto, per di più padovano. L'uomo del centrodestra per la conquista di Chioggia all'epoca del governatore Galan. Romano Tiozzo è durato poco meno di tre anni e mezzo, dimostrando tutta la sua inconsistenza politica e insieme innescando la prima vera "rivolta" contro la sussidiarietà targata Comunione e liberazione.
Dal primo dicembre ha dovuto svestire la fascia tricolore, sfiduciato definitivamente da sedici consiglieri comunali. La sua amministrazione passerà alla storia solo per le baruffe di stampo goldoniano, le faide sugli interessi, la guerra per un posto al sole. Politicamente, Tiozzo è un uomo morto.
È durato poco. E non ha saputo far meglio di niente. La sua giunta è stata paralizzata da tre crisi. Ogni delibera passava al vaglio dei veti incrociati fra Carroccio e Pdl, senza dimenticare le diverse anime della maggioranza. Le decisioni roboanti si afflosciavano alla prima prova dei fatti. In compenso, il sindaco Tiozzo spopolava su Youtube nel ballo in spiaggia con la sua mole da buongustaio. O era al centro del tam tam nei social network con tanto di intervento della polizia postale.
Del resto, il municipio era finito letteralmente sott'acqua ben prima della «vera» alluvione del Veneto. E il sindaco si era distinto nell'intestare a Giorgio Almirante un'aula di palazzo Grassi, la sede distaccata dell'Università di Padova (con rapido dietrofront nel cuore della polemica con il magnifico rettore). Per il resto, grande concentrazione sulla vocazione ciellina applicata al patrimonio pubblico: dall'educazione al nuovo ospedale, fino alle consulenze e ai corsi di formazione «mirati».
Tiozzo ha disertato l'ultima seduta del Consiglio comunale più che convinto che l'ennesimo rimpasto di giunta sarebbe bastato a sopravvivere. Invece, è fioccata una sfiducia emblematica: ai dieci esponenti di centrosinistra si sono aggiunti tre dissidenti (area Forza Italia) e altrettanti ex An che fanno capo al consigliere regionale Moreno Teso. Dimissioni dal mandato anche da parte dell'assessore all'Ambiente Claudio Bullo (Pdl). Inevitabilmente, largo al commissario Vittorio Capocelli, già prefetto a Treviso, e nuove elezioni in primavera.
Sintetizza il democratico Lucio Tiozzo: «È l'epilogo di un'amministrazione partita male e finita peggio». Laconico il commento di Massimo Aprile (Pdl): «Un'operazione fatta al buio, tuttavia è sicuro che non si ripeterà l'errore di votare uno sconosciuto». Scattano accuse, ripicche, insulti con il grande vecchio del centrodestra Carlo Alberto Tesserin che boccia senza appello l'esperienza del Tiozzo ciellino. Sull'altro fronte, è già scattata la voglia di rivincita in un quadro politico che rivitalizza la sinistra.
A Chioggia, 50 mila abitanti nelle nove frazioni strette fra laguna e Polesine, il panorama si rivela tutt'altro che incoraggiante. I pescatori (che incarnano sempre la prima industria locale) scontano sulla loro pelle l'inerzia del governo Berlusconi come dell'amministrazione comunale: il porto marittimo langue in una crisi senza prospettive. Non va meglio negli altri due comparti economici: l'agricoltura che sopravvive con il radicchio e il turismo sulla spiaggia di Sottomarina sempre più marginale.
Resta un territorio esposto a giochi pericolosi sul tavolo dell'economia più "nera". È l'angolo dell'Adriatico dove negli anni Novanta si sono consumate vere e proprie battaglie tra flotte che arano con ogni mezzo i fondali ricchi di vongole e cozze. Le turbo-soffianti di Chioggia contro i pescherecci del Delta: la pirateria sconfinò nell'abbordaggio con reciproche vendette e rese dei conti in mare aperto. Ci scappò perfino il morto. E la vocazione all'illegalità marinara nutre anche ben altri interessi: il contrabbando d'armi con l'ex Yugoslavia ha aperto la via della criminalità organizzata. Kalashnikov e Skorpion per gli eredi della banda Maniero, la mafia della Riviera del Brenta. I «soggiornanti» della camorra a far da base logistica. Le gang di Croazia e Serbia pronte a mercanteggiare con tutti, pur di far viaggiare droga, armi e prostitute lungo l'autostrada del mare della criminalità senza confini.
Da queste parti, insomma, non si trovano alternative. Emblematica la vicenda del nuovo ospedale. Chioggia ha già «divorziato» da Piove di Sacco con cui formava l'unica Usl interprovinciale del Veneto. Ha ancora il monoblocco di sette piani inaugurato nel 1970 con 652 posti letto. Quando si insedia il sindaco Tiozzo, la sanità pubblica vanta 100 medici, 276 infermieri e 46 operatori sociosanitari. Nell'ottobre 2008, arriva Galan a lanciare il progetto del nuovo ospedale: modello project financing come quello realizzato a Mestre davanti a via don Giussani. Si può replicare sulla scia dei progetti della Bassa padovana e del Vicentino. La Regione mette sul tavolo 60 milioni di euro, ma spetta al Comune indicare l'area urbanistica. Da parte sua, il direttore generale dell'Asl 14 Antonio Padoan (sempre più in bilico all'epoca di Zaia) nella scorsa primavera insisteva: «Chioggia deve uscire dalla mentalità isolana pretendendo un nuovo ospedale moderno e attrezzato ma spostato dal baricentro cittadino. Dovrà essere l'ospedale del Delta del Po. Altrimenti Chioggia otterrà solo una struttura di rete e anche piccola. Però la convenzione tra Regione e privati per la realizzazione del polo ospedaliero non può essere sottoscritta finché non si conosce il sito». Il fallimento della giunta Tiozzo ha, di fatto, azzerato la fattibilità del progetto. Tanto più che ora in Regione comandano i leghisti, pronti a utilizzare (come a Verona) la "nuova" sanità pubblica in chiave ben diversa.
L'anno dell'ingovernabilità di Chioggia si chiude con un episodio più che sintomatico. Un banco del mercato del pesce viene regolarmente acquistato da un cinese, con la sollevazione dei commercianti "indigeni". Un segno dei tempi nel Veneto ormai "globalizzato". Paola Camuffo, presidente dell'associazione dei commercianti del mercato del pesce, chiosa: «Non abbiamo niente contro i cinesi, ma siamo allarmati: è il primo caso, ma se ne seguiranno altri si rischia di vedere scomparire una tradizione della nostra città». E deve intervenire anche Luca Zaia, governatore leghista, in difesa dell'identità di questo pezzo di Veneto così vicino a Venezia: «Sarà anche un segno dei tempi, tuttavia non è un bel segno. La Regione continuerà a lavorare perché i banchi del pesce e tutte le attività rispettino l'identità di origine. E questo perché immagino che quando un veneto và a comprare un branzino o un polpo voglia sentire l'idioma locale. Il prodotto tipico in Veneto si vende in questa e non in altre maniere».
Alle inevitabili elezioni anticipate di Chioggia, la Lega Nord prenota anche così il diritto di successione al buco nell'acqua del sindaco ciellino.
- Quello che succede a Chioggia e' il concetto odierno di aderire ad un partito di centrodestra per emulare il capo indiscusso Berlusconi privatizzando l'incarico pubblico in questo caso la carica di sindaco. Sindaco che dovrebbe governare ,invece comanda.Anche nostalgico del fascismo intestando un'aula dell'universita'a G. ALMIRANTE.Mentre la citta' di Chioggia va sottacqua ,Lui assieme a Comunione e Liberazione hanno razziato le casse comunali. 20-01-2011 09:38 - pierdomenico
- ...ma i compagni chioggiotti cosa hanno fatto fino adesso? 19-01-2011 22:08 - lucio
- L'uscita di Zaia del veneto che vuol sentire la parlata veneta quando va a comprare il pesce è esilarante. E magari chiederà anche al pesce di parlare per sentire se è veneto pure lui... 19-01-2011 20:00 - mario54
- Pare di capire che il Veneto sia ciellino almeno quanto la Lombardia... 19-01-2011 19:00 - saverio
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