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FUORIPAGINA
19/01/2011
  •   |   Immanuel Wallerstein*
    Il mantra dei popoli

    Uno dei mantra del XX secolo è stato quello dell'autodeterminazione dei popoli, delle nazioni. Una fede da tutti condivisa, in teoria. Ma in pratica un tema spinoso e controverso. Come arrivare, infatti, a definire l'identità del soggetto che doveva governarsi da solo, del popolo, della nazione che aveva diritto all'autodeterminazione del proprio destino?
    Un tema su cui non si è mai arrivati a un accordo. Nel caso delle colonie la questione era relativamente semplice, ma nel caso di uno stato già riconosciuto come sovrano le opinioni erano discordi, spesso violentemente divise. E la discussione al momento riscuote l'interesse della stampa per via del referendum in Sudan meridionale, dove il «popolo» vota per dire se desideri rimanere in uno stato di nome Sudan oppure preferisca la costituzione di uno stato nuovo, distinto dal Sudan.


    In ogni stato, senza eccezioni, ci sono persone in posizione di potere che sostengono quella che abbiamo definito una posizione «giacobina». La loro tesi è che tutti i cittadini dello stato costituiscono una nazione, una nazione che ha già determinato il suo destino. Parliamo di stati-nazione come se il principio giacobino fosse una realtà piuttosto che un'aspirazione politica. I giacobini sostengono che lo stato va rafforzato e difeso rifiutando di riconoscere il diritto, la legittimità, di qualsiasi gruppo, cosiddetto intermedio, di frapporsi tra stato e cittadini. Tutti i diritti agli individui, nessun diritto ai gruppi.
    Al tempo stesso in ogni stato, ancora una volta senza eccezione, ci sono altri, spesso definiti «minoranze», che contestano quell'idea. Costoro dicono che la posizione giacobina nasconde gli interessi di qualche gruppo «dominante» che mantiene i suoi privilegi alle spese di coloro che appartengono a gruppi diversi da quello dominante. Le minoranze (che spesso, ma non sempre, comprendono di fatto la maggioranza numerica della popolazione) sostengono che, se i diritti dei gruppi non vengono rispettati, è negata loro uguale partecipazione allo stato.


    Quali sono i «diritti» di cui quelle minoranze si ritengono private? A volte si tratta di diritti linguistici, il diritto di condurre i loro affari nell'ambito giuridico, educativo e dell'informazione in una lingua diversa da quella «ufficiale». Altre volte, si tratta di diritti religiosi, della possibilità di praticare apertamente una religione diversa da quella ufficialmente riconosciuta e di condurre i loro affari civili nel rispetto delle loro leggi religiose. Altre volte ancora sono i diritti fondiari, i diritti dei gruppi che detengono la terra secondo leggi tradizionali diverse da quelle correnti applicate dallo stato.
    Ci sono due strategie per salvaguardare i diritti dei gruppi di minoranza. Una è perseguire ufficialmente l'autonomia nelle varie sfere della vita sociale e legale. L'altra, se il gruppo occupa una zona geograficamente compatta, è la secessione, ovvero la creazione di un nuovo stato. Per molti gruppi sono queste le alternative all'interno delle quali muoversi. Se non sono riusciti ad ottenere l'autonomia possono puntare alla secessione. Oppure se le loro aspirazioni secessioniste sono state sconfitte a livello politico e/o militare possono accontentarsi di ottenere l'autonomia. I kurdi in Turchia, così come quelli in Iraq, avendo perseguito la secessione, sembrano ormai pronti ad accettare l'autonomia. E così pure a quanto pare i francofoni del Quebec. La popolazione del Sudan meridionale ha imboccato un'altra strada, quella dei kosovari albanesi in Serbia.

    Il punto cruciale è che non si tratta mai di una questione puramente interna a un determinato stato. Per essere uno stato sovrano bisogna essere riconosciuti come entità legittima da altri stati sovrani. Oggi, la Repubblica turca di Cipro del Nord è riconosciuta solo da un altro stato e dunque non può entrare a far parte di organismi internazionali, anche se di fatto continua a controllare il suo territorio. Quando il Kosovo proclamò la sua indipendenza, fu riconosciuto solo da meno della metà degli stati membri delle Nazioni Unite. Allora ci dobbiamo chiedere perché e da quali stati? Alcuni degli stati europei, ma anche altri (in particolare Cina e Russia) temevano il precedente. Sostennero che se i kosovari potevano dichiarare l'indipendenza in modo unilaterale, gruppi analoghi nei loro paesi avrebbero interpretato la cosa come un precedente. Gli Stati Uniti e alcuni stati dell'Europa occidentale pensarono invece che l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia avrebbe comunque fatto i loro interessi geopolitici e incoraggiarono i kosovari a proclamare l'indipendenza, che poi riconobbero subito, offrendo il loro aiuto materiale e politico.
    Quando il Biafra cercò di attuare la secessione dalla Nigeria, molti decenni fa, quasi tutti gli stati africani sostennero gli sforzi del governo nigeriano per reprimere la rivolta militarmente. La tesi principale a sostegno del loro schieramento era che una secessione del Biafra avrebbe istituito un precedente terribile in Africa, dove quasi tutti i confini nazionali erano stati segnati arbitrariamente dalle vecchie potenze coloniali, di fatto attraversando linee etniche. Gli stati africani volevano preservare i confini esistenti, per quanto «artificiali», come unica garanzia dell'ordine collettivo.


    Ora sembra che il referendum nel Sudan meridionale produrrà un voto schiacciante a favore della secessione. E gli stati africani che non vollero riconoscere il Biafra, nonché la Cina che non ha voluto riconoscere il Kosovo, quasi certamente riconosceranno lo stato che viene creato oggi. Anzi perfino lo stato dal quale si produce la secessione sembra pronto a riconoscere quello nascente. Perché? La risposta è semplice: ci sono ragioni geopolitiche a spiegarlo. La Cina è interessata a intavolare buoni rapporti col futuro stato che sarà grande esportatore di petrolio. L'interesse per il petrolio acquistabile sembra prendere il sopravvento rispetto alle preoccupazioni sui possibili precedenti per i gruppi secessionisti in Cina. Il Sudan sembra pronto a riconoscere il nuovo stato perché gli Usa hanno promesso di modificare la loro politica nei confronti del Sudan se il paese permetterà una secessione pacifica. Gli stati africani sono sopraffatti dall'accordo de facto tra le due parti in questa controversia. Inoltre molti di loro simpatizzano con i gruppi del Sudan del sud dove popolazioni nilotiche sono sottoposte a un governo sostanzialmente dominato da arabi.


    Nel XXI secolo, l'opzione giacobina sembra battere in ritirata in molti paesi. La vera questione è autonomia versus secessione per le cosiddette minoranze. Una è preferibile all'altra? Non c'è una risposta unica che vada bene per questa domanda. Ogni caso è un caso a sé per due motivi. L'attuale demografia e la storia di ciascun paese è diversa per cui quel che è logicamente migliore e più giusto è diverso. E comunque ogni nuovo stato risultante da una secessione scoprirà immediatamente le «minoranze» nei suoi confini. è una storia infinita.
    Ma c'è una seconda considerazione. Autonomia versus secessione ha conseguenze geopolitiche cruciali dal punto di vista delle lotte interne al sistema-mondo nel suo insieme. Tutte le parti perseguono, con un certo cinismo, i loro interessi in quanto stati. E le loro posizioni possono essere di volta in volta di segno opposto. Questo perché le potenze esterne si preoccupano prima di tutto dell'impatto geopolitico delle loro decisioni. Ma è proprio il ruolo di queste potenze esterne ad essere spesso decisivo.

     

    (Traduzione di Maria Baiocchi)


    *Copyright by Immanuel Wallerstein
    distributed by Agence Global


I COMMENTI:
  • Per quanto condivida l'impianto teorico-analitico di Wallerstein sul sistema-mondo,debbo spezzare una lancia in difesa dei giacobini, cui W. attribuisce, erigendolo a modello politico, il disconoscimento di qualsiasi gruppo intermedio tra Stato e cittadino. Se stiamo alle vicende della rivoluzione francese, dobbiamo ricordare che fu la costituzione "liberale" del 1791, che fondava la sovranità sulla "nazione" (e non sul "popolo", come quella giacobina mai andata in vigore del 1793), a consolidare il divieto di ogni forma associativa (economica e non solo), in consonanza con l'eversione dei privilegi feudali, di cui ad es.le stesse corporazioni venivano considerate un aspetto, un'articolazione. Tant'è che con Napoleone e con la successiva Restaurazione si persiste nel mettere al bando le realtà associative e mutualistiche, che in effetti si formavano e rimanevano clandestine. Per quanto riguarda i neo-giacobini, i bolscevichi del 1917, essi non furono secondi nemmeno al Presidente Wilson nel rivendicare, stante il disfacimento degli Imperi centrali e di quello ottomano, il principio dell'autodeterminazione dei popoli. 20-01-2011 17:25 - Giacomo Casarino
  • Con tutta evidenza oggi non c'è un scontro fra "cittadinanza storico-politica" e cittadinanza identaria. Lo scontro, di questo scorcio dell'"autunno dell'Occidente", è sempre all'interno della logica economica: se sfruttare una identità contro uno Stato torna utile economicamente, quali che ne siano i presupposti, la secessione è sostenuta dalla "comunità inernazionale". Il paragone di Wallerstein fra la secessione del Biafra e quella del Sudan, segnala questo scarto. L'Occidente di allora aveva ancora una idea "forte" di ordine mondiale complessivo. Oggi ha una idea "liquida" che ne segnala la decadenza. In particolare il povero, "ricco" Sudan del Sud si avvia a diventare un piccolo Stato totalmente asservito e perennemente in crisi come il Congo, l'Angola etc. 19-01-2011 13:56 - Valter Di Nunzio
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