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FUORIPAGINA
24/01/2011
  •   |   Nadia Bovino*
    Incredibile Vadar

    Questa è la storia più incredibile che sia mai capitata al Naga. Vadar arriva al Naga nel giugno 2010. Parla pochissimo italiano e con uno spiccato accento spagnolo, ma non proviene dal Sudamerica, e nemmeno dalla Spagna. Si presenta come romeno, di origine, lontano dalla Romania e dalla famiglia ormai da 18 anni, da quando era bambino.
    Proviene da un paese che ricorda bene. Ricorda anche la famiglia: la madre molto dolce, il padre violento, l'economia della famiglia che va a picco quando il padre perde il lavoro. E ricorda che un maledetto giorno, all'età di 7/8 anni, dopo l'ennesima scena di violenza in casa, decide di allontanarsi da casa, e prende un treno che lo porta lontano. Poi, di sera, affamato e lontano dai suoi, viene avvicinato da un gruppo di persone che gli chiede come mai sia solo, lo sfamano e lo ospitano per la notte, promettendogli di riaccompagnarlo a casa il giorno dopo. Da quel maledetto giorno Vadar non è più tornato a casa.
    Elemosina ed errori
    Di certo Vadar non passa inosservato. A causa di un incidente, infatti, ha perso un braccio e, chissà, forse proprio quel braccio mancante ha fatto di lui un "bocconcino prelibato". Un bambino mutilato che chiede l'elemosina può mantenere intere famiglie, e così Vadar, nelle mani dei rapitori, ha passato tutta l'infanzia e la fanciullezza chiedendo l'elemosina per l'Europa passando per l'Italia, l'Inghilterra, l'Irlanda, la Spagna. Negli anni Vadar riesce a liberarsi dal controllo dei rapitori solo per brevi periodi e a Roma riesce a scappare. Viene accolto in un istituto, ma Vadar, all'epoca quindicenne, scappa e torna nelle mani sbagliate. Dice che quella fuga è la cosa più stupida che abbia mai fatto, ma indietro non si torna. E così, privo di documenti, e totalmente assoggettato ai suoi sfruttatori, Vadar riprende la solita vita: elemosinare soldini sui vagoni ferroviari, in strada nei centri cittadini, nei mercati rionali.
    Tenta di sottrarsi al controllo dei rapitori, ma viene ripreso e picchiato pesantemente. Senza speranza, ormai rassegnato, la svolta nella sua vita arriva quando, per motivi che tutt'ora lui non ha compreso, la polizia spagnola inizia a tenerlo d'occhio. Vadar è ormai grande, anche se non sa quanti anni ha, quando la polizia spagnola lo arresta. Dopo due giorni di interrogatorio racconta la sua vera storia: il rapimento e gli anni di sfruttamento. Da questo momento in avanti si chiude per lui la fase dell'elemosina. I poliziotti gli fanno fare le radiografie, e così Vadar viene a sapere che dovrebbe essere nato nel 1985.
    Signor Nessuno
    In Spagna Vadar cambia vita. Viene accolto dalla Comunità evangelica Remar dove resta per anni, pulendo la sede, lavando i piatti, in cambio di vitto e alloggio. Ma Vadar non vuole restare in Spagna. Vuole tornare in Romania. Ricorda il nome del paese dove viveva, San Pietro Mare, e ricorda anche nomi e cognomi dei suoi genitori, sa di avere un fratello e una sorella. Si mette in contatto con l'ambasciata romena a Madrid. Racconta la sua storia e chiede di fare delle ricerche o di avere un documento valido per tornare in Romania e fare le ricerche da solo.
    Va all'ambasciata tante volte. Ogni volta gli rispondono che con i pochi dati forniti non sono riusciti a identificarlo e lo invitano a tornare dopo un mese. Così passano gli anni e Vadar continua ad essere il signor nessuno, senza alcun documento d'identità. Stanco dell'attesa, e deluso dai fallimenti, Vadar si mette in viaggio senza documenti. Arriva fino al confine romeno dove viene bloccato. Tenta di corrompere i poliziotti, ma quelli non accettano, e lo respingono alla frontiera. Sconsolato Vadar torna in Spagna, nella solita comunità Remar.
    Poi, un giorno, a febbraio 2010, sente alla tv spagnola una notizia che lo colpisce profondamente. È un servizio sull'Italia, che spiega la politica italiana con i rom romeni. Si dice che Berlusconi sta rimandando in Romania tutti i romeni privi di documenti. È l'occasione di Vadar.
    In un paio di settimane Vadar si organizza e si mette in viaggio. Pieno di speranza arriva in Italia credendo che gli italiani lo manderanno finalmente a casa.
    La polizia italiana
    Arriva a Torino e si presenta subito alla polizia: «Buongiorno, sono romeno e non ho i documenti». «Allora?» Allora buttatemi via, mandatemi in Romania». «Questa non è un'agenzia di viaggi».
    Profondamente deluso, Vadar deve prendere atto che, senza documento di riconoscimento, non può nemmeno essere espulso. Chiede ai poliziotti cosa deve fare per essere rimpatriato. Quelli gli rispondono che per essere espulsi bisogna commettere qualche reato, specificano che il reato deve essere grave. Gli consigliano di rubare qualcosa di molto prezioso. Lui non se la sente di commettere un reato grave, ma chiede comunque ai poliziotti il favore d'accusarlo di un reato grave: «Per favore, scrivete che ho ucciso qualcuno, o che ho fatto qualcosa di brutto». Quelli, ovviamente, si rifiutano, lo mandano fuori dall'ufficio e lo invitano a rivolgersi al consolato romeno.
    Vadar è convinto che il consolato romeno non farà nulla per lui. E infatti non ci va. Piuttosto si mette alla ricerca di un alloggio. La Comunità Remar c'è anche a Milano, e così Vadar arriva a Milano, a metà marzo 2010, all'età presunta di 25 anni. Viene ospitato dalla comunità evangelica secondo le solite regole. Spolvera e lava e in cambio ottiene vitto e alloggio. Anche lì racconta la sua storia. È ormai convinto che nessun consolato possa dargli una mano, ma non rinuncia all'idea di tornare a casa. Inizia a chiedere in giro, agli ospiti della Remar, a chi potrebbe rivolgersi, e un boliviano gli parla genericamente del Naga. Vadar arriva allo sportello immigrazione del Naga a giugno 2010.
    Chiede aiuto. Vuole tornare a casa. Vuole un documento. Vuole un pezzo di carta col suo nome e cognome. Che fare? Come prima cosa si consulta un avvocato, per verificare la possibilità di fare domanda di apolidia. Essere riconosciuti apolidi è importante perché l'apolide ottiene un documento di riconoscimento col quale può viaggiare. Decidiamo di tentare, ma subito si presentano delle difficoltà e non otteniamo il gratuito patrocinio. Intanto la vita quotidiana di Vadar si fa pesante. Alla comunità Remar ci sono regole di vita molto rigide e, a un certo punto, non ce la fa più e scappa. Affitta un posto letto e torna a chiedere l'elemosina, stavolta in proprio. Noi del Naga cambiamo strategia e ci rivolgiamo al consolato. Scriviamo la storia di Vadar e chiediamo aiuto al console.
    Dal Console
    Dopo circa un mese, il console ci convoca direttamente nel suo ufficio. Vadar è felicissimo. Ci diamo appuntamento al Naga alle 9.00 e lui arriva alle 8.00. «È troppo importante, volevo essere sicuro di non arrivare tardi».
    Il console ascolta la storia dalla viva voce di Vadar. Indaga, chiede particolari della famiglia di Vadar, circostanze, date. Vadar riferisce quanto ricorda. Il console si dimostra molto ottimista. Promette che riuscirà a identificarlo nel giro di due settimane e, comunque, anche in caso di mancata identificazione, promette che gli rilascerà un documento d'identità presunta, col quale recarsi in Romania a fare ricerche in autonomia. Vadar tocca il cielo con un dito. Ma dopo circa un mese arriva al Naga un fax laconico. Il consolato romeno dichiara di non essere riuscito a identificare Vadar. Quando lui viene a saperlo piange e dice «per la prima volta sento che non so chi sono». Gli prometto che non ci fermeremo. Gli diamo la tesserina di utente del Naga, quella che hanno tutti i pazienti che si rivolgono al nostro ambulatorio,e che, ovviamente, non ha alcun valore legale. Alla sua tesserina aggiungiamo una fototessera, giusto per renderla un po' più personalizzata. Vadar se la mette in tasca e commenta: «So che non vale niente, ma con questa tesserina sento di possedere una piccola identità».
    E così, dopo qualche mese, ripresentiamo una nuova domanda di gratuito patrocinio, con un paio di documenti allegati e incrociamo le dita. Intanto riscriviamo al console. Gli chiediamo se, come aveva detto, è possibile avere il documento d'identità presunta, per consentire a Vadar di viaggiare. Il console stavolta tarda a rispondere. Risponde invece la commissione del gratuito patrocinio... positivamente! Vadar è contento. Gli assegniamo un avvocato e lui prende appuntamento con l'avvocato. Si può far partire la pratica di istanza di apolidia.
    Tutte le vie
    Ma ormai siamo decisi a percorrere tutte le vie possibili. Tra le altre cose pensiamo di fare noi stessi delle ricerche e passiamo un pomeriggio a fare ricerche su internet sulla famiglia di Vadar. Chissà... magari la sorella avrà un account su facebook... o qualcuno della famiglia... Non troviamo nulla di utile. Mandiamo un bel po' di richieste di amicizia, con la storia di Vadar, su Facebook.... messages in a bottle, senza alcun risultato.
    Non ci arrendiamo. Iniziamo a pensare alla stampa e alla tv. Ci mettiamo in contatto con un collaboratore di Chi l'ha visto? e con un fotogiornalista. E stavolta, come speravamo, entrambi dimostrano molto interesse per la storia di Vadar. I contatti con il giornalisti durano qualche settimana e, al momento di concretizzarsi in un incontro vero e proprio, pensiamo doveroso informare il consolato romeno del percorso intrapreso. Scriviamo al console che la tv e la stampa si stanno interessando al giovane Vadar.
    A questo punto il consolato convoca Vadar, e gli comunica che hanno trovato la sua famiglia nel paese da lui indicato. La madre è viva, e abita nella stessa casa dove lui abitava da bambino.
    Il lasciapassare
    Il console consegna a Vadar Lacatus un lasciapassare per recarsi in Romania. Questo lasciapassare è tanto più bello della tesserina del Naga. Contiene la sua data di nascita vera: 19-01-1984. Vadar scopre quindi di avere già quasi 27 anni. È felice. Ora sa chi è e ha in tasca l'indirizzo di casa sua. Informiamo i giornalisti del lieto fine, e qui potrebbe finire la storia. Invece c'è un seguito.
    Dopo qualche giorno telefona il giornalista che ha preso contatti con la tv romena, dove c'è una trasmissione analoga a Chi l'ha visto?. Dice che la tv romena ha trovato la madre di Vadar, che lo aspetta a braccia aperte. Il giornalista italiano ha deciso di accompagnare Vadar in Romania personalmente, e di immortalare il momento.
    Vadar e il giornalista al mattino presto del 7 gennaio volano in Romania e al pomeriggio Vadar arriva a casa, seguito dalle telecamere romene, accompagnato dal sindaco del suo paese, e riabbraccia finalmente sua madre.
    La madre di Vadar, signora Dominika, versa fiumi di lacrime e il tutto viene mandato in onda sulla tv romena in due puntate, quella stessa sera e il giorno successivo, con milioni di telespettatori romeni in lacrime... Poi arrivano fratello, sorella e... un nipotino.
    Due Vadar
    Vadar è entusiasta. Mi chiama: «Lo sai? Ho un nipotino.... è bellissimo.... si chiama Vadar! Mia madre ha voluto che si chiamasse così perché mi aveva dato per morto e voleva un altro Vadar».
    Così adesso c'è il problema di distinguere un Vadar dall'altro. In famiglia li chiamano Vadar grande e Vadar piccolo... Vadar è quindi tornato a casa. Dal momento in cui ha deciso di tornare ci ha messo circa 5 anni: una vergogna. Ora, a telecamere spente, Vadar potrà godersi gli affetti familiari e iniziare a pensare al futuro... La sua storia per ora si ferma qui. È così particolare che bisognava raccontarla. E che il lieto fine sia di buon augurio.
    *Volontaria del Naga di Milano, associazione di assistenza socio-sanitaria e per i diritti di cittadini stranieri, rom e sinti


I COMMENTI:
  • Grazie Nadia
    Non sapevo dell'esistenza del Naga. Purtroppo ha ragione Maurizio. A Rosarno gli extra comunitari li hanno scacciati perchè chiedevano che fossero riconosciuti quel minimo di diritti che ai nostri emigranti venivano garantiti negli anni 60 ai nostri emigrati che partivano con le valigie di cartone in Isvizzera e Germania. Consentitemi uno sfogo e spero che la nemesi colpisca: Maledetta Lega !!!!!!!!
    Salvatore 30-01-2011 17:29 - morelli Salvatore
  • Il "moncherino",si è salvato,ma quanti come lui stanno patendo per delle leggi come la Bossi Fini che impedisce allo straniero di avere dei diritti in Italia?
    Siamo una nazione che dà meno diritti di tutti e abbiamo ancora lo schiavismo in tante zone della nazione.Al sud ci sono i "caporali" che fanno lavorare i neri come al tempo dello schiavismo.
    I sindacati e i lavoratori nostrani si lamentano per la manodopera a basso costo,ma non fanno nulla per denunciare i mafiosi che sfruttano.Eppure basterebbe fare un'inchiesta sul territorio,per conoscere veramente le varie realtà produttive.
    Loro,(i fascisti al governo),non vogliono sistemare lo straniero,perche così, possono favorire le organizzazioni criminali,che gli procurano i voti,a sfruttare lo schiavo senza catene.
    Una cassa di aranci,senza contributi e senza alcun diritto,30 centesimi se riempita con venti kili di arance.
    Forse,oggi, costerebbero di più i neri dell'Alabama,quando cerano i suddisti!
    In questo modo i partiti alla "PILO",di destra,ma anche di sinistra fanno il pieno di voti e fanno fare i soldi ai loro elettori.
    Basterebbe che la macchina del sindacato funzionasse come indagatore,all'interno dei posti di lavoro.Invece eccoci qua a parlare del "monchetto" che si è salvato.
    Quì ci vuole una rivoluzione su tutto! 25-01-2011 12:39 - mariani maurizio
  • Ottimo servizio. Conoscevo il NAGA per sentito dire. Altre storie che la quotidianità non sa. Non vuol sapere. Grazie.
    Un'autentica opera di misericordia e di umanità! 25-01-2011 09:24 - Ernesto
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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