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FUORIPAGINA
26/01/2011
  •   |   Renata Pepicelli
    Un velo in nome dell'autodeterminazione

    A partire dall'ultimo decennio del secolo scorso e con una accelerazione dopo l'11 settembre 2001, la crescente immigrazione musulmana in Europa ha cominciato ad essere avvertita come una seria minaccia ai valori democratici e a uno dei grandi pilastri attorno a cui sono nate le società moderne, il secolarismo. È divenuta opinione comune che i musulmani siano fanatici fedeli di un credo dispotico, antilibertario e contrario ai diritti delle donne. Giornali e programmi televisivi discutono continuamente della condizione della donna musulmana e dell'oppressione che subisce a causa della religione. I discorsi sulla sua subordinazione e sulla necessità che venga liberata da una fede violenta sono diventati elemento determinante nelle scelte in materia di relazioni internazio-nali, piani di cooperazione, interventi armati e politiche migratorie.

     

    L'Islam di periferia
    Di fronte a questo ritratto dell'Islam come irriducibilmente altro e delle donne musulmane come necessariamente sue vittime, tre anni fa all'interno di un gruppo di ricerca europeo interessato a studiare la relazione tra «genere, migrazione e religione nell'Europa sud-orientale» (www.gemic.eu) è stato posto con forza la domanda se le donne musulmane erano davvero vittime della propria religione e se l'Islam stava ponendo delle sfide eccezionali al secolarismo europeo.
    Sulla scia dei pionieristici studi di Saba Mahmood, Jeanette Jouili, Nadia Fadil, realizzati pochi anni prima, quel gruppo di ricerca ha deciso di analizzare modi e forme della religiosità femminile nella diaspora. Per meglio comprendere le dinamiche in atto, e capire se l'Islam era l'unica religione che si stava affermando (o riaffermando) nello spazio pubblico europeo, si è poi scelto di allargare lo spettro d'indagine, estendendo lo studio anche a donne di altre religioni.
    In Italia la ricerca di campo si è concentrata in uno specifico contesto urbano: Centocelle, nella periferia orientale di Roma. Un quartiere che, nato all'inizio del Novecento in seguito alle migrazioni interne al paese, oggi conosce un nuovo sviluppo anche grazie ai migranti, che rappresentano l'11 per cento della popolazione residente. A Centocelle sono state prese in considerazione in particolare due comunità religiose: quella musulmana sunnita, composta per lo più da arabi, raccolta attorno alla moschea al-Huda, e la comunità battista rumena della chiesa di via delle Spighe.
    Sin dai primi passi della ricerca, è emerso il fatto che il semplice spostamento nella messa a fuoco del soggetto di studio - non più solo l'Islam - insieme alla scelta di porre domande diverse - non più o non solo sull'effetto della religione sulle donne, ma qual è il loro ruolo nella riaffermazione della religione - ha mostrato risultati per certi versi inaspettati che invitano a leggere l'affermazione dell'Islam in Italia e nel resto d'Europa sotto una nuova luce. È apparso evidente che l'Islam non era la sola religione che ritornava a chiedere uno spazio nella sfera pubblica: il cambiamento delle condizioni storiche, politiche, e culturali insieme all'emergere di nuovi attori sociali, migranti e non, ha infatti comportato un generale ritorno della religione nella sfera pubblica italiana ed europea. Malgrado le profezie sulla sua fine, dobbiamo riconoscere che oggi la religione è al centro della vita di molte donne e uomini.

     

    Un culto non ortodosso
    Non solo: a uno sguardo più attento, la ricerca ha messo in evidenza che l'affermazione dell'Islam sulla scena europea si accompagna con una serie di trasformazioni che attraversano il cristianesimo. Sulla spinta di nuove «domande» spirituali tra gli immigrati africani, asiatici, latinoamericani e dell'est Europa, stanno infatti emergendo nuovi o rinnovati movimenti cristiani dediti all'evangelizzazione, come appunto i battisti, che stanno ridefinendo le mappe e le forme della cristianità: «Come minimo, il loro numero crescente fornisce un importante contrappeso alla rapida crescita della popolazione musulmana. In vari modi, inoltre, la loro esperienza replica quella delle comunità musulmane, condividendone molti problemi e conflitti legati alla condizione della diaspora e - fatto forse significativo - ricevendo anch'essa disprezzo e sospetto da parte della corrente principale della società», scriveva nel 2007 Philip Jenkins in un illuminante libro sulle religioni in Europa intitolato God's Continent (Il Dio dell'Europa. Cristianesimo ed Islam in un continente che cambia, Emi).
    In questo contesto di generale riaffermazione dell'Islam e dei culti cristiani, i cattolici italiani ed europei non sono restati a guardare: nonostante la crisi delle istituzioni ecclesiastiche, sembrano essere più attivi oggi che 30 anni fa. Il sociologo Salvatore Abruzzese, che recentemente ha pubblicato Un moderno desiderio di Dio. Ragioni del credere in Italia (Rubettino), sostiene che la pratica religiosa non è assolutamente scomparsa, anzi. Il numero dei fedeli che partecipano ai pellegrinaggi e visitano i luoghi di culto è in costante crescita. La larga maggioranza dei genitori (oltre l'80%) continua ad inviare i propri figli in parrocchia per i corsi preparatori alla prima comunione, mentre la percentuale di coloro che credono che sia necessario celebrare il matrimonio in chiesa è passata, tra il 1990 ed il 2000, dal 79 all'82%. E malgrado i pesanti attacchi al Vaticano, è sotto gli occhi di tutti il suo peso nell'influenzare il dibattito culturale e politico italiano, come hanno dimostrato da ultime le questioni delle unioni omosessuali, della fecondazione artificiale e della cosiddetta pillola abortiva.
    A ben guardare, in Italia e nel resto d'Europa, non sembra esserci un'eccezionalità dell'Islam. Sono le religioni in generale che si stanno riaffermando in un ambiente che forse è ormai il caso di definire post-secolare. In questo processo, le donne non appaiono vittime quanto piuttosto protagoniste. Le più giovani - che siano casalinghe, studentesse, lavoratrici - sono spesso le più attive attrici del revival religioso di questi anni. «Siamo noi giovani che parliamo di Islam ai nostri genitori, piuttosto che il contrario. Il primo a parlare di Islam è stato mio fratello che ne ha discusso con me, e poi insieme ne abbiamo parlato con mia madre. Nostra madre ha cominciato a praticare, fa il digiuno, ma non indossa ancora l'hijab, ma spero che presto lo farà, comunque è una sua scelta. È la sua coscienza che deve dirle se metterlo o non metterlo. Mio padre è più distante, ma spero che anche lui si avvicinerà alla sua fede», ha raccontato una giovane albanese durante un incontro nella moschea di Centocelle. Per molte giovani donne come lei, indossare l'hijab (il velo che incornicia il volto lasciandolo scoperto) è il segno della riappropriazione dell'Islam in quanto identità religiosa e culturale, piuttosto che espressione di continuità con una tradizione in cui non sempre si riconoscono.

     

    La lettura dei testi sacri
    Per molte giovani donne coinvolte nella ricerca, il velo non è simbolo d'ignoranza e reclusione, non esprime sottomissione agli uomini, ma a Dio; non le nasconde, ma le rende visibili nella sfera pubblica, nella vita sociale e in quella religiosa. La loro presenza nelle moschee sta mutando il volto di luoghi che sono stati a lungo soprattutto maschili. Per secoli le donne musulmane hanno infatti praticato la propria religiosità tra le mura domestiche; oggi invece, sul modello delle donne delle prime comunità islamiche, sempre più frequentano le moschee, dove organizzano corsi di studio del Corano, attività di volontariato, doposcuola per i loro figli e lezioni per le donne che non parlano l'arabo o la lingua del paese in cui sono emigrate. Nella moschea di Centocelle, il sabato pomeriggio, lo spazio femminile pullula di donne di tutte le età. Mentre i bambini giocano o frequentano le classi di arabo, loro si dedicano alla lettura e al commento dei testi sacri. Guidate da una donna considerata esperta in studi religiosi, discutono della vita del Profeta e delle donne che vissero accanto a lui: le sue mogli, le sue figlie, le compagne della prima comunità di fedeli, alla ricerca di modelli femminili da emulare nel XXI secolo.
    Poco lontano, le donne della chiesa battista si incontrano ogni settimana per dedicarsi agli studi biblici e organizzare il proselitismo tra i connazionali. Il loro ruolo nella diffusione del battismo è decisivo. «Mio marito ed io abbiamo aperto due chiese in Romania prima di essere inviati in Italia a vivere tra i rumeni - racconta la moglie del pastore -. Come moglie del pastore ho molte responsabilità. Aiutata anche da altre donne, ho iniziato una missione chiamata Messaggera di Cristo. Nel 2007 ho anche scritto un libro sulla vita qui in diaspora. Si chiama All'ombra delle rovine del Colosseo. L'idea mi è venuta dai primi cristiani che qui hanno dovuto lottare così duramente per la loro fede e ora noi ci ritroviamo nella stessa posizione, nello stesso luogo, nel senso che Dio vuole che noi facciamo le stesse cose che hanno fatto loro».

     

    In nome dell'eguaglianza
    I risultati della ricerca svolta a Centocelle mostrano un ritratto delle donne musulmane in Italia diverso da quello spesso proposto dai mass-media. Le loro storie e le loro pratiche non appaiono poi così dissimili da quelle di donne di altre fedi che oggi rivendicano in privato e in pubblico la centralità della religione nelle proprie vite. Per quanto è innegabile che ci siano molte donne che subiscono violenze e sopraffazioni da parte di uomini che si giustificano dietro interpretazioni misogine del Corano, molte altre vivono l'Islam come libera scelta, come uno strumento per agire nuove forme di cittadinanza e ottenere una maggiore uguaglianza tra i generi. Inoltre, le donne che oggi affollano le moschee di Italia sostengono pratiche religiose che prevedono una chiara divisione tra generi (il rifiuto di spazi misti nei luoghi di culto, il rifiuto di donne alla guida della preghiera, l'adozione dell'hijab), è anche vero che queste stesse donne esprimono modelli femminili tutt'altro che passivi. In nome dell'Islam, contestano la violenza e le forme di esclusione, rivendicando uno spazio nella vita delle loro comunità e della sfera pubblica italiana. Non oggetti silenti, ma soggetti politici dell'età postsecolare, le donne musulmane di Italia ci invitano oggi a ripensare alla religione come a uno spazio di possibile emancipazione e di autorealizzazione.

     

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    Il testo qui pubblicato sarà presentato durante il convegno «Muslims of Europe. Perspectives on gender and religion», che si terrà il 27 e 28 gennaio presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna. Per due giorni il gruppo di lavoro su migrazioni e genere costituito nella facoltà bolognese e coordinato da Sandro Mezzadra si propone di analizzare il ruolo della religione all'interno delle più generali sfide poste dalla presenza islamica nell'Europa contemporanea.
    Oltre a presentera le ricerche sul campo condotte in alcune città italiane, l'incontro si propone un confronto con studiosi che hanno affrontato questi temi in altri paesi del vecchio continente. Tra i partecipanti, vanno segnalati Nilufer Gole, Enzo Pace, Stefano, Allievi Helen Kambouri, Evgenia Troeva-Grigorova, Mila Mancheva, Jeanette Jouili, Anne Sofie Roald, Schirin Amir-Moazami, Pia Karlsson Minganti. Partendo dall'analisi dell'Islam in contesti ancora poco esplorati come la Grecia, la Bulgaria e l'Italia, il convegno affronterà questioni centrali nel dibattito europeo, come la condizione femminile nell'Islam, il ruolo dei giovani, la crescita del numero dei convertiti, il dibattito sulle moschee. Organizzato come momento finale del progetto di ricerca europeo GeMIC (www.gemic.eu) e finanziato dalla Commissione Europea, il convegno intende creare un momento di dialogo tra esponenti del mondo accademico e esponenti della società civile, delle associazioni femminili, dei migranti, e delle comunità musulmane.

     

    Informazioni sul convegno

    Programma


I COMMENTI:
  • Fabio,permettimi di risponderti,che tanto sarò l'unico a farlo;dunque,tu giustissimamente citi fatti storici inconfutabili e dimostrabili;ma ti chiedi perchè gli pseudo-comunisti si aggrappino all'islam come un naufrago a un salvagente?Bè,per me è molto semplice:entrambi-comunisti e islamisti-hanno in comune l'odio verso la democrazia,l'assoluto disprezzo della persona e della vita degli altri(non comunisti o infedeli,cioè atei,cristiani,ebrei,ecc.),nonchè la tracotanza,l'arroganza,la prepotenza e la violenza!Ecco perchè tra affini,ci si intende. 29-01-2011 12:28 - claudiouno
  • Ripeto il commento che ho fatto in un altro articolo (l'argomento è simile):
    Mi spiegate pechè voi pseudo-comunisti vi siete trasformati da apologeti dell'ateismo razionalista a portavoce dell'islam? E se dovete diventare dei credenti pechè sceglite l'islam rispetto al cristianesimo (molto pù annacquata come religione) o all'animismo africano (molto più innocuo)? Siete ancora alla Dottrina Carlos (vediamo chi la conosce). E parlando di islam lo sapete che il Gran Muftì di Gerusalemme del tempo di guerra(che Arafat mentendo spacciava per suo zio) ha passato tutta la II G.M. ospite di Hitler a Berlino? E sapete che le SS erano piene di unità interamente islamiche (ceceni, albanesi, bosniaci, ecc) che sul Fronte Orientale si sono macchiate delle peggiori efferatezze? E sapete che il leader delle SS, Himmler, era una grande estimatore dell'islam perchè (diceva lui) aveva molti punti di contatto col nazismo? Prima di fare disinformatia documentatevi un po' 27-01-2011 21:34 - Fabio
  • Io sarei curioso di sapere cosa pensa Giuliana Sgrena di questo articolo.
    Comunque che portino pure il velo, l'importante è che lascino le loro figlie libere di non portarlo, però ne dubito 27-01-2011 21:06 - paolo1984
  • Qualunque tentativi di giustificare o tollerare l'esistenza di un simbolo di oppressione, disuguaglianza e ingiustizia sociale, di tipo sessista come è l'imposizione con la forza o con la persuasione occulta sin da bambine, del velo o di qualsivoglia indumento discriminante la donna e a completa mortificazione della sua sessualità e libertà è da parte della sinistra, come della destra, ma specialmente da parte della sinistra, semplicemente aberrante. Io ringrazio chi come mia madre negli a cavallo degli anni 60 e 70 ha liberato la donna da un oppressione millenaria. E' semplicemente incivile e vergognoso il tentativo di relativizzare e giustificare questa indecenza come un'accettabile compromesso nel nome di un multiculturalismo a senso unico, vista la totale paranoia del mondo islamico verso ogni libertà di espressione della donna. 27-01-2011 14:35 - Gianluigi74
  • Ottimo articolo da parte della prof. Pepicelli, da anni porta avanti studi sul femminismo islamico veramente ottimi.
    Paolo, la penso come te sull'esistenza della religione, ma in un contesto totalmente e profondamente religioso, se ci si SERVE della religione per guadagnare emancipazione e diritti ben venga. 27-01-2011 14:33 - Fierabràs
  • "ripensare alla religione come a uno spazio di possibile emancipazione e di autorealizzazione."

    Religione come emancipazione? No grazie! Ognuno faccia come crede, ma quando sento parlare di protagonismo delle religioni mi corre un brivido lungo la schiena! è il socialismo laico e umanista la vera emancipazione, secondo me. La religione nasce dalla paura della morte e ciò che nasce dalla paura è difficile che porti qualcosa di buono se diventa egemone. 27-01-2011 14:04 - paolo1984
  • "le donne musulmane di Italia ci invitano oggi a ripensare alla religione come a uno spazio di possibile emancipazione e di autorealizzazione". Il problema è proprio nell'ormai inevitabile era post-secolare. Antropologicamente capisco il bisogno di provare senso di appartenenza ad una comunità, anche di credere in qualcosa di olistico o spirituale, ma mai una religione, stortura culturale di un legittimo sentimento individuale, potrà rappresentare emancipazione e progresso: l'affermare di essere portatori di una verità assoluta, nonchè rivelata, è qualcosa di preoccupante e pericoloso. 27-01-2011 13:37 - Mimmo
  • Non si può stare contro l'Islam.
    Loro sono le vittime e i nostri governanti i carnefici.Io non sono mussulmano,ma oggi mi sento molto vicino alla loro causa e alle loro religioni.
    I mussulmani,nel mio paese sono vittime e anche se reagiscono con la violenza,restano sempre delle vittime offese.
    Io non posso stare con quelli della Lega e neanche con i cattolici che difendono i loro privileggi.l'ISLAM è una religione e presto diventerà una grande religione anche nel nostro occidente.La colpa non è delle vittime, ma di chi contrappone alla libertà di culto,leggi e imposizioni ingiuste.
    L'Islam è vittima ogni volta che si cerca di condizionare al suo popolo i culti e le idee.
    Come diceva Malcom X,i cristiani hanno un grande nemico,loro stessi!
    Giovanni Paolo II aveva fatto tanto per la concordia,ma altri lo hanno ostacolato e forse anche ammalato.
    Bisogna fermare la spirale di intolleranza che sta tra i cristiani.
    Non è da cristiani e nessun DIO ha mai detto di impedire agli uomini di credere in DIO!
    Anche perchè,se le chiese sono tante,di DIO ce nè uno solo!
    Il DIO che pregano gli islamici è lo stesso DIO dei cristiani e degli Ebrei! 26-01-2011 17:19 - mariani maurizio
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