-
|
Riccardo Tagliati, Anna Santonicola
27 gennaio giorno della memoria
E' richiesta almeno la versione 9.0.0 del flash player. http://www.adobe.com/shockwave/download/I miei 18 anni a Mauthausen
di Riccardo Tagliati
Armando Gasiani ha gli occhi chiari, di un azzurro profondo, lo stesso colore della camicia che spunta da un maglioncino beige. Un anziano come tanti altri, come quelli che affollano i centri commerciali, in estate per il fresco, in inverno per il caldo, seduti ai tavolini a combattere insieme la solitudine. Ma Armando è diverso. Lui non è solo, ha Maria, sua moglie da 54 anni, che un pomeriggio di Natale lo ha aiutato a rinascere. Era il 1997 quando lei lo ha costretto, vincendo le sue resistenze, ad andare al cinema a vedere “La vita è bella” di Roberto Benigni. E’ nella sala del Cinema Nuovo Italia di Lavino, comune di Anzola Emilia, provincia di Bologna, che tra singhiozzi e lacrime Armando è rinato. “Era sempre cupo e chiuso. Dopo quella sera ha iniziato a parlare di quello che aveva passato. Adesso è un’altra persona” dice Maria. “Mi dicono tutti che sono cambiato. E’ vero – ammette Armando -. Mi sono tolto un peso. Ora voglio che tutti, soprattutto i giovani, sappiano la mia storia. Quello che è successo. Cosa fa fare l’odio”.
Classe 1927, nato in una famiglia cattolica di mezzadri, Armando è stato deportato, insieme al fratello Serafino, nel campo di concentramento di Mauthausen. “Ci hanno preso durante il rastrellamento di Anzola, il 5 dicembre 1944. Stavamo lavorando in un cantiere della Todt, la società tedesca che costruiva le postazioni difensive tedesche. Ci eravamo fatti assumere, su consiglio di Burdini, il commissario politico della brigata perché così avremmo avuto un lascia passare che poteva essere utile.
Quando avete deciso di stare con i “banditi”?
Mio fratello, venti giorni dopo l'8 settembre, era tornato a casa dalla Francia dicendo “Io della guerra per loro non ne faccio più”. Eravamo convinti che la libertà doveva essere per tutti e per questo abbiamo iniziato ad aiutare i partigiani, costruendo rifugi, nascondendo i combattenti nel capanno degli attrezzi, portando loro da mangiare. Come facevano quasi tutte le famiglie dalle nostre parti. Però non mancavano le spie. E proprio a causa di una di queste, uno che aveva partecipato alle nostre riunioni, io e mio fratello siamo stati fermati durante il rastrellamento di Anzola, il 5 dicembre 1944.
Dove vi portarono?
“Prima nelle scuole di Anzola. Poi, per il ‘processo’, nel comando della Gestapo di Bologna e da lì nel carcere di San Giovanni in Monte. Lì è arrivata la condanna alla deportazione. Il 23 dicembre, insieme a 89 uomini e a 9 donne, siamo saliti su dei camion diretti al Brennero. Il giorno di Natale eravamo nel campo di smistamento di Bolzano dove siamo stati schedati. Ma lì, non eravamo ancora numerati. Ci chiamavano ancora per nome”. E fu proprio per nome che la mattina del 6 gennaio chiamarono lui, Serafino e altre centinaia di prigionieri. Li caricarono su di un treno merci.
“Eravamo in sessanta per vagone, stipati come animali. Non avevamo quasi niente da mangiare. Ma la cosa più dura era la sete. Nessuno sapeva dove stavamo andando. Solo uno, un avvocato di nome Costa. Ricordo che disse: “Se andiamo a Mauthausen per noi è finita. E’ un campo ci concentramento Kz. Si và dentro e non si viene più fuori”. Il viaggio durò 5 giorni. Armando ricorda bene l'arrivo nella stazione di Mauthausen: “Faceva un freddo pazzesco ma c’era un sole bellissimo. Appena scesi abbiamo visto cosa è l’odio. Mentre passavamo in mezzo al paesino gli abitanti si scansavano, si voltavano dall’altra parte. Ci disprezzavano. Siamo partiti a piedi, eravamo in 700. C'era neve, fanghiglia, gelo, le SS coi cani da una parte e dall’altra. Arrivati davanti alla “fortezza”, quando si apre il portone…l’impatto…(sospira) mi sembra di vederlo anche adesso”. Fantasmi, vestiti a righe, coi numeri addosso, tutti magri, tutti scavati, alcuni incatenati ai muri, è quello che vede Armando. “Ci hanno fatto spogliare, completamente nudi, in mezzo alla neve, nel piazzale centrale. Poi ci hanno fatto fare la doccia, tutti insieme. Ci hanno buttato addosso un panno e due zoccoli di legno, rasato, fotografato, schedato. Poi ci hanno dato la divisa da schiavo, quella con le righe, e un numero. Lo ricordo a memoria. Da quel momento ci chiamavano solo per numero”.
Mentre racconta Armando tiene in mano il suo numero, il 115523 scritto su di un triangolo di stoffa rossa che lo indicava come detenuto politico. “E' lì che ho compiuto 18 anni, il 23 gennaio 1945: “Auguri Armandein” mi disse, in dialetto, mio fratello.”
Cosa accadde poi?
Nei primi giorni di febbraio siamo stati inviati al lavoro in uno dei 49 campi che disseminavano le colline nei dintorni di Mauthausen. Serafino venne mandato a Gusen 1 e io a Gusen 2. Facevamo due turni in galleria e tre turni in fabbrica, a costruire aerei da guerra. Eravamo a pochi chilometri di distanza l'uno dall'altro, ma da quel giorno non ho più visto mio fratello.
Cosa ricordi del giorno della liberazione del campo?
Il 5 maggio 1945, vedemmo che kapò e Ss stavano smobilitando: la liberazione doveva essere vicina. Gli americani arrivarono a bordo di una jeep. Per vedere la liberazione, con le ultime forze, mi sono messo a sedere su di un muretto. E ho pianto tantissimo. Ho deciso di andare a cercare mio fratello, e sono partito a piedi ma sono crollato sulla strada. Un side-car americano mi ha raccolto e portato in ospedale. Successivamente sono stato trasferito in un ospedale da campo della croce rossa internazionale. Lì, un medico russo, mi ha rimesso più o meno in sesto. Mi davano da mangiare, pochissimo, sei volte al giorno, per riabituarci a mangiare. Quando sono partito da casa pesavo 68 kg, quando sono uscito da Mauthausen ne pesavo 34. Ho cercato più volte di andare da mio fratello che avevo saputo essere ricoverato in un campo non lontano, ma inutilmente. Il 23 giugno ho preso un treno diretto a Bolzano e il 27 ero di nuovo a casa.
Armando Gasiani è sopravvissuto a Mauthausen grazie alla sua tempra e alla sua forza d’animo. Dopo essere “rinato”, ha iniziato a raccontare. Gira per le scuole, parla con gli studenti, li accompagna nelle visite a quei luoghi della morte da cui lui è riuscito a fare ritorno. E a chi lo rimprovera “Sei troppo crudo coi ragazzi. E’ troppo violento quelloche racconti” Armando risponde con semplicità e onestà: “E’ la verità”.
Ravensbrück, il racconto di Mirella Stanzione
di Anna Santonicola*
Nel 1944 Mirella Stanzione aveva sedici anni quando è stata deportata come prigioniera politica nel lager di Ravensbrück, 90km a nord di Berlino. Lager destinato solo alle donne .
"..mentre inserivo la casseta sapevo che questa donna aveva accettato di regalarmi un racconto, un regalo che le sarebbe costato una ulteriore sofferenza."
*fotografa videomaker
Prima parte - Il racconto
Seconda parte - Per tanti anni non ho parlato
- 31/01/2011 [0 commenti]
- 31/01/2011 [1 commenti]
- 31/01/2011 [14 commenti]
- 30/01/2011 [6 commenti]
- 29/01/2011 [11 commenti]
- 29/01/2011 [11 commenti]
- 29/01/2011 [16 commenti]
- 29/01/2011 [1 commenti]
- 28/01/2011 [6 commenti]
- 28/01/2011 [14 commenti]
- 28/01/2011 [8 commenti]
- 27/01/2011 [4 commenti]
- 27/01/2011 [10 commenti]
- 27/01/2011 [0 commenti]
- 27/01/2011 [5 commenti]
- 27/01/2011 [8 commenti]
- 26/01/2011 [2 commenti]
- 26/01/2011 [8 commenti]
- 26/01/2011 [3 commenti]
- 26/01/2011 [3 commenti]
- 25/01/2011 [8 commenti]
- 25/01/2011 [9 commenti]
- 25/01/2011 [3 commenti]
- 25/01/2011 [0 commenti]
- 24/01/2011 [4 commenti]
- 24/01/2011 [3 commenti]
- 23/01/2011 [7 commenti]
- 23/01/2011 [21 commenti]
- 23/01/2011 [9 commenti]
- 23/01/2011 [1 commenti]
- 22/01/2011 [2 commenti]
- 22/01/2011 [3 commenti]
- 22/01/2011 [4 commenti]
- 21/01/2011 [3 commenti]
- 21/01/2011 [6 commenti]
- 21/01/2011 [6 commenti]
- 20/01/2011 [7 commenti]
- 20/01/2011 [1 commenti]
- 20/01/2011 [17 commenti]
- 20/01/2011 [0 commenti]
- 19/01/2011 [2 commenti]
- 19/01/2011 [9 commenti]
- 19/01/2011 [4 commenti]
- 19/01/2011 [3 commenti]
- 18/01/2011 [3 commenti]
- 18/01/2011 [6 commenti]
- 18/01/2011 [0 commenti]
- 18/01/2011 [2 commenti]
- 17/01/2011 [3 commenti]
- 17/01/2011 [5 commenti]
- 16/01/2011 [15 commenti]
- 16/01/2011 [6 commenti]
- 16/01/2011 [4 commenti]
- 16/01/2011 [1 commenti]
- 15/01/2011 [86 commenti]
- 15/01/2011 [3 commenti]
- 15/01/2011 [4 commenti]
- 15/01/2011 [5 commenti]
- 14/01/2011 [11 commenti]
- 14/01/2011 [3 commenti]
-
La Somalia va a pesca
| di Giorgia Fletcher del 21.12.2012 -
La termoelettrica di Huexca
| di Fulvio Gioanetto del 20.12.2012
-
Bob Lutz in Gm, l'eterno ritornoBob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili.7 novembre 2011
-
Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
-
Gentile cavaliere, scenda dalla sella
di Luisa Betti - 15.02.2013 18:02
-
Sulla gerontocrazia e i “grandi vecchi”
di massimozucchetti - 14.02.2013 22:02
-
Scuola: “Concorso-truffa”, seconda parte
di Roberto Ciccarelli - 13.02.2013 09:02
-
Fanaticolandia 2
di luca celada - 13.02.2013 07:02
-
Matrimonio per tutti: l’Assemblée approva, 329 a favore, 299 contro
di Anna Maria - 12.02.2013 18:02
-
Dead Writers, annusa il profumo della letteratura
di arianna - 08.02.2013 09:02
-
Revolution: J.J. Abrams e i suoi errori
di nefeli - 04.02.2013 08:02
-
Full Metal Jacket, il diario in una App per Ipad
di Filippo Brunamonti - 02.02.2013 20:02
-
Metti Jac all’Ara Pacis: quadretti di un’esposizione
di Andrea - 20.01.2013 19:01
-
Un mezzo trasloco
di a. d. - 16.01.2013 15:01
-
Gomorra2, e che fiction sia
di francesca - 13.01.2013 16:01
-
I comunicati zapatisti / 2 e fine
di gianni - 10.01.2013 03:01
-
Ford Fiesta, MyKey è la tua
di fpaterno - 26.11.2012 19:11










Purtroppo la Storia continua a ripetersi nella speranza che tutti, compresi gli imbecilli, possano capire. Inutilmente, gli imbecilli non capiranno mai. 27-01-2011 20:38 - Murmillus
insegnare ai giovani il senso profondo dei diritti umani, ricordare insieme, pensare insieme e porsi delle domande, questo è essenziale per tentare di non ripetere gli orrori che hanno percorso la nostra storia fino ad oggi...
oggi più che mai in Italia è importante imparare a pensare in modo critico e indipendente... 27-01-2011 17:00 - Caterina
http://www.google.it/images?hl=it&xhr=t&q=bambino+palestinese+p&cp=21&wrapid=tljp1296117372734033&um=1&ie=UTF-8&source=og&sa=N&tab=wi&biw=779&bih=407 27-01-2011 12:23 - pietro ancona
Ieri erano tedeschi e austriaci,oggi sono di altri colori e di altre razze.
Dobbiamo continuare l'opera dell'Armata Rossa,che libera gli oppressi.Dobbiamo continuare a sperare per chi soffre.
Dobbiamo combattere il nazzismo in tutti i luoghi o situazioni si trovi!
Se oggi i nazzisti hanno le cravatte verdi,che si combattino,le cravatte verdi.Che oggi il nazzismo abbia le treccette ,che si combatta le treccette.Nazzisti,non si nasce,si diventa.Facciamo attenzione e combattiamo tutti i nazzismi! 27-01-2011 09:19 - mariani maurizio