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Michele Giorgio
«Siamo a una svolta senza precedenti»
Alaa Aswani l'altro giorno era con i manifestanti scesi in strada a scandire «Pane e Libertà» e «Via Mubarak». Lo stimato scrittore egiziano nei suoi romanzi, a partire da Palazzo Yacobian, ha raccontato la vita della sua gente, la miseria diffusa e l'opulenza per pochi, i più deboli costretti a subire le angherie di un potere corrotto e senza scrupoli. Ma oggi quel potere scricchiola, non appare più invincibile. Per la prima volta in trent'anni il popolo egiziano vede la luce alla fine del tunnel. Aswani sente che il crollo del regime di Hosni Mubarak è più vicino. Ieri lo scrittore ci ha rilasciato questa intervista.
Siamo davvero alla svolta sognata dagli egiziani?
Sì, ne sono certo. Nei mesi scorsi avevo detto in più occasioni che il regime aveva vita breve e quanto stiamo vedendo e vivendo in questi giorni conferma che siamo di fronte a una svolta senza precedenti negli ultimi 40 anni. L'altra sera ho parlato a una folla di migliaia di persone riunita in Piazza Tahrir, al Cairo. Di fronte a me non avevo più il solito gruppo di amici e attivisti impegnati con coraggio a favore della democrazia e del lavoro, con i quali mi sono incontrato in questi anni. Avevo invece tante persone qualsiasi: manovali, operai, avvocati, impiegati, donne e uomini che non hanno più paura della polizia e della repressione. Persone che vogliono libertà e democrazia ma anche lavoro e migliori condizioni economiche, perché in Egitto non esiste una separazione tra politica ed economia. È una novità assoluta. Nessuno potrà fermare il processo che si è messo in moto, dopo il 25 gennaio nulla sarà come prima.
In Egitto però, a differenza della Tunisia, l'esercito è con Mubarak e i sindacati sono addomesticati. L'insurrezione egiziana, dice qualche analista, manca di pilastri fondamentali per sovvertire il regime.
Sono considerazioni giuste ma fino a un certo punto. Non sottovaluterei la possibilità che siano proprio le forze armate a scaricare Mubarak. I vertici militari non hanno manifestato alcuna presa di posizione e io dubito fortemente che i nostri soldati possano aprire il fuoco e massacrare gente innocente. Sono lo stesso popolo, vittime dello stesso potere, poveri in uguale misura. Quanto ai sindacati, quelli di regime sono già defunti e i nostri lavoratori sanno organizzarsi anche da soli.
L'opposizione egiziana che ruolo può avere, rimarrà «decorativa» come lei ama definirla oppure troverà stimoli per risorgere?
L'opposizione è quella che scende in strada a urlare contro il regime, quella che scandisce «Pane e Libertà», che non ha paura della violenza della polizia, come si è visto la scorsa notte (martedì, ndr) in Piazza Tahrir dove la brutalità dei reparti speciali non ha avuto limiti. L'opposizione non è quella chiusa nelle sedi di partiti che vengono artificialmente tenuti in vita dal regime per ragioni d'immagine. E mi riferisco in particolare al Tagammu che non è più un partito di sinistra. I veri progressisti e comunisti in Egitto stanno tra la gente, partecipano alla lotta. Coloro che hanno scelto di non essere nelle strade in questi giorni capiranno di aver commesso un grave errore e di aver perduto l'occasione per partecipare alla rinascita dell'Egitto.
La rivolta tunisina è stata accolta con favore dall'Europa, che pure aveva protetto per anni il dittatore Ben Ali, e anche dagli Stati uniti. Il presidente Obama l'altra sera ha ribadito il suo sostegno ai diritti dei tunisini ma ha evitato qualsiasi riferimento a quanto accade in Egitto e il Segretario di stato Clinton ha espresso il suo sostegno a Mubarak. Non vi sentite traditi da coloro che democrazia e libertà le vogliono in Medioriente solo a certe condizioni?
La posizione dell'Amministrazione Usa non mi sorprende. Washington è incapace di modificare il suo approccio in politica estera, specie quando in ballo c'è il Medioriente. Non voglio difendere Obama ma sento che il presidente americano vorrebbe cambiare qualcosa e aprire una pagina nuova. Ma è intrappolato tra le maglie strette delle imposizioni delle lobby, a cominciare da quella filo-Israele che vede in Mubarak un elemento centrale per il mantenimento dello status quo nella regione. Presto o tardi gli Usa capiranno i gravi errori che commettono in Medioriente.
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È forse un rischio da prendere, ma sostenere Mubarak e la sua cricca, significa condannare l'Egitto ad un futuro ancor più oscuro.
Detto questo, penso che l'autocrate abbia dalla sua sia il sostegno internazionale, sia l'esercito. Certo, dovrà rinunciare alla successione "dinastica" di Gamal (suo figlio, che è al centro di tutti gli affari egiziani), ma appunto può negoziare con l'esercito un'uscita.
Non mi faccio illusioni. Poveri egiziani!
PS.: l'Egitto ha delle risorse che un paese come l'Italia non ha (petrolio, gas, manganese, ferro, canale di Suez, cotone etc.). Perché c'è così tanta povertà e arretratezza ? Per Israele non m'inquieto affatto: l'esercito egiziano non è minimamente capace di far paura ad Israele: è una specie d'Armata Brancaleone. Ed ho detto tutto. 28-01-2011 19:00 - Spartacus