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Loris Campetti inviato a Pomigliano
Fiom in piazza Ora sciopero generale
«Tempo, vibrazione/ tempo, veloce/ tempo, veloce/ avvitare, veloce/ avvitare, veloce/ cazzo, la schiena...». Un vero spettacolo, una catena di montaggio simulata dagli «Artisti operai» che per giorni hanno battuto la Metropolitana, la Circumvesuviana, le funicolari di Napoli per mettere in scena il lavoro operaio, «la fatica». Hanno sensibilizzato l'area partenopea per coinvolgere la popolazione intorno allo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom. Ora sfilano per le vie di Pomigliano con il loro striscione e ripetono lo spettacolo, stanno subito dietro 'E Zezi gruppo operaio, una presenza storica dentro i conflitti di classe, da queste parti. A Milano in piazza Duomo c'è una vera catena per far provare a tutti che vuol dire avvitare lo stesso bullone per otto ore, e far capire le ragioni della rabbia operaia contro Marchionne.
L'ad vuole ridurre le pause, accelerare i ritmi, portare i turni anche a 10-11 ore consecutive, espellere la Fiom, cancellare i contratti nazionali, togliere ai lavoratori il diritto di votare e scegliere da chi farsi rappresentare. A Napoli, a Pomigliano anzi, si recita in strada con attori veri lo stesso sfruttamento, l'alienazione, la sofferenza. Così si capisce la dignità di chi nelle fabbriche Fiat ha avuto il coraggio di dire no al ricatto «lavoro contro diritti». Lo capiscono le persone affacciate alle finestre e ai terrazzi che partecipano emotivamente al grandissimo corteo operaio che avvolge la capitale di quella che una volta si chiamava «Alfa sud». Erano i tempi in cui si cantava «tira tira quella leva/ spingi a fondo quel bottone/ tu non sai quello che fai/ te lo ordina il padrone» e al cinema impazzava Mimì metallurgico.
Un boccone tira l'altro, come capita con gli scioperi generali. Ieri è toccato ai metalmeccanici che hanno superato con forza la sfida, domani, ma non un domani troppo lontano magari aspettando il sol dell'avvenire, dovrebbe toccare alla Cgil il compito di chiamare tutto il mondo del lavoro e i pensionati a fermare il paese, prima che precipiti definitivamente nell'abisso. Lo chiedono i cortei in tutte le città italiane, lo chiedono i palchi metalmeccanici, lo chiedono gli studenti che la Gelmini non è riuscita a mettere dietro la lavagna, i ricercatori, i precari, le cooperative sociali, i movimenti contro le discariche, in difesa del territorio e dei beni comuni. E il lavoro che cos'è, se non «un bene comune» come recita lo striscione d'apertura di quelli che «non si piegano», quelli che »non mollano»? Pomigliano è l'inizio, il seguito si chiama Mirafiori. Ma il modello Marchionne non è roba che riguardi solo gli operai metalmeccanici, né l'insieme dei lavoratori: riguarda l'intera società. Un modello che distrugge risorse, saperi, dignità, territorio, lavoro, brucia diritti e Costituzione in nome del mercato e della globalizzazione, cancella i contratti collettivi e il futuro di un paio di generazioni. Ecco perché lo sciopero dev'essere generale, e generalizzato a tutti coloro che pagano sia la crisi che le ricette autoritarie per uscirne che rendono i poveri più poveri, possibilmente schiavi, e i ricchi più ricchi, sfrontati, intoccabili. A Susanna Camusso devono essere fischiate le orecchie, giovedì a Bologna e ieri a Pomigliano, Torino, Milano, Genova, Massa, Ancona, Bari, Melfi, Termini imerese, Padova e in tutte le piazze variopinte che gridavano in coro «sciopero generale». Lo chiedevano ai dirigenti della Cgil che hanno presenziato tutti i comizi, senza però rispondere. Per questo si sono sentiti anche fischi, e non si può dire che in piazza ci fossero provocatori. C'erano tutte le persone che tengono aperta una speranza di salvezza del paese.
Piazze piene e fabbriche vuote. Federmeccanica, Marchionne, giornali, teleberlusconi e telepiddì e teleruby possono dire quel che vogliono, lo sciopero più difficile della Fiom è riuscito benissimo. Si è visto in 18 piazze, 19 con quella «anticipata» dell'Emilia. E si è anche visto un nuovo spettro aggirarsi nella società, di nome «uniti contro la crisi», che sta radicandosi da Padova a Palermo, dalla Campania alle Marche; costruisce relazioni e momenti di analisi e di lotta politico-sociale. Non sostituisce, non potrebbe e non vuole sostituire la politica, anche perché si sostituisce qualcosa che esiste. Invece l'opposizione politica al berlusconismo e al marchionnismo non esiste, non si è vista se non per alcuni frammenti. A Pomigliano, per fare un esempio, si parlava di democrazia, partecipazione e rappresentanza del lavoro mentre a Napoli si parlava di primarie fatte per scherzo e già mandate in discarica. Mentre Andrea Amendola, segretario dei metalmeccanici Fiom della Campania, gridava dal palco «dalla Fiat non ci faremo mai buttar fuori», a Napoli si intensificavano le indagini su amministratori che hanno stracciato le speranze di tanta gente perbene. Ma bisogna anche dire che mentre la dirigente nazionale della Fiom Francesca Re David chiedeva lo sciopero generale, come Landini a Milano o Airaudo a Torino o Cremaschi a Padova, altrettante bocche confederali pronunciavano parole altre, troppo vaghe rispetto a una domanda semplice, logica, precisa.
Quaggiù a Pomigliano dove tutto è cominciato riaffiora l'orgoglio meridionale. Quaggiù dove impazza l'illegalità, dove la criminalità organizzata è l'unico aspetto non precario della vita collettiva, si canta e si recita il lavoro, ricordando a troppi gattini ciechi che qualsiasi rinascita, persino culturale, passa attraverso una nuova cultura del lavoro e dei diritti. È un ragionamento di massa supportato da pratiche collettive, fabbriche e università, movimenti e centri sociali, associazionismo, ambientalismo. C'è di che prendere appunti per chi volesse rifondare una rappresentanza politica. Un embrione di rappresentanza sociale esiste già, e ruota intorno alla Fiom che è e vuole continuare a essere un sindacato. Potrebbe estendersi fino a far diventare la Cgil, il più grande invaso democratico rimasto in Italia, una casa comune.
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Credo tuttavia che una decisione così grave come uno sciopero generale non può accamparsi se non all'interno di regole democratiche consolidate, nel senso che una volta che nella piazza si compirà la desiderata unione di tutte le insoddisfazioni del fenomeno italiano a partire dal lavoro per arrivare alla società, la stessa piazza deve dare alla CGIL le garanzia di avere saldo l'elemento democratico.
Credo che è su questo elemento che vacilla una decisione del genere.
Occorrerà quindi che tutti, dico tutti, partiti e formazioni, concorrano a qualificare l'oggettività di questo importante e necessario elemento della democrazia partecipata. 30-01-2011 11:11 - franco
E' normale che certi paesi possano fornire a minori costi, ma in tali paesi com' il rispetto del lavoratore e dell'ambiente?
E' lì che i paesi "civili" dovrebbero lavorare imponendo alle imprese che si trasferiscono ove è più lucrosa l'attività standard qualitativi pari al ns. e non che capiti com'è successo in certi casi da noi che hanno fatto i bei soldini ed hanno lasciato, dopo la dismissione, fabbriche di tumori per la cui bonifica si deve impegnare la collettività e valli a pigliare per farti indennizzare per i danni fatti! 30-01-2011 07:25 - Gromyko
Sembra molto determinato, ciò. Fatalità, si lascia presto ammansire da alcune amichevoli promesse: 1) riduzione delle tasse alla sua piccola impresa di marketing e design pubblicitario; 2) donazione di alcune luminarie psichedeliche a una nota discoteca pardon centro sociale del padovano; 3) elargizione di una piccola frequenza televisiva; 4) omaggio di una delle suddette e tanto amate divise, che sarà lavata ben stirata e pronta da indossare il prossimo 14 dicembre (che beo che ti xe).
Fonte:
www.uniticontrocasarini.it 29-01-2011 16:19 - Pierre