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Michele Giorgio, inviato Al Cairo
Il faraone brucia
Mentre scriviamo, forze blindate della Guardia presidenziale sono entrate - fra gli applausi della folla - in tre città egiziane: Assuan, Suez e il Cairo. Non si tratta di tutto l'esercito - a cui il presidente Hosni Mubarak ha chiesto di schierarsi contro i manifestanti - ma di un corpo d'élite. Fino alle 11.30 nelle strade del Cairo ieri si vedevano solo gli agenti antisommossa, chiusi nell'uniforme scura e con il volto coperto dal casco. Schierati a migliaia lungo le strade del wast al balad, il centro commerciale, fino a Midan Tahrir. Una lunga striscia nera che rendeva cupa l'atmosfera, nonostante la giornata soleggiata, quasi estiva, che ha illuminato fino al tramonto la capitale. Un'atmosfera di calma surreale, pochissime le automobili in circolazione. L'esatto contrario della metropoli caotica che tutti conoscono. Poi, all'improvviso un urlo, forte, in via Ahli: «Mubarak vattene». E dietro una folla di giovani a battere le mani e a scandire slogan contro il governo, il presidente, in nome della libertà e del lavoro per tutti. La stessa scena in quel preciso istante si è ripetuta davanti alla moschea di al-Azhar, la più importante della città, e a quelle di al-Nur al-Abbasiya, Omar Ben al-Aas, Aisha e ad altri luoghi di culto minori sparsi tra il centro e la periferia.
Ma anche alcune chiese, per la prima volta, ad indicare che gli egiziani copti si sono uniti alla rivolta dopo essersi tenuti a distanza dalle piazze nei giorni scorsi. Cortei, con migliaia di uomini e donne di ogni età, che non hanno esitato a radunarsi persino davanti al palazzo presidenziale, presidiato da centinaia di agenti di polizia, per far capire che ormai l'Egitto non teme più il pugno di ferro del regime.
Così ha avuto inizio il «venerdì di collera» che ha segnato un altro punto di svolta per l'insurrezione del popolo egiziano, persino più importante del 25 gennaio. Mubarak credeva di poter tagliare le comunicazioni tra i rivoltosi, riportando il paese indietro di 20 anni con l'ordine di oscurare internet e la telefonia mobile (incluso l'invio degli sms). Niente da fare, la protesta è esplosa ugualmente, inarrestabile, al Cairo, Suez, Alessandria, Ismailiya e in altre città. Il rais non ha ancora capito che non è un remote control nelle mani di qualcuno a manovrare la rabbia popolare e che dietro l'insurrezione non ci sono i Fratelli Musulmani, come vorrebbe far credere ai suoi sponsor occidentali, o la sinistra. E neppure l'opposizione riformista che fa capo all'ex presidente dell'Aiea, Mohammed ElBaradei, al quale la polizia ieri ha impedito di parlare al Cairo (è girata anche la voce del suo arresto, poi in parte smentita). È un'energia spontanea, nuova, che spinge la gente a sfidare il potere, a strappare ovunque i poster di Mubarak e del figlio (ed «erede» alla presidenza) Gamal, forti anche dell'esempio dato dai tunisini, capaci anche a costo di tante vite umane di mettere in fuga un dittatore brutale come Ben Ali.
Le manifestazioni al Cairo sono andate avanti, specie nella zona di Midan Tahrir, anche dopo l'annuncio dato dai media statali dell'imposizione del coprifuoco dalle 18 alle 6 e dell'invio di reparti dell'esercito - chiamato per la prima volta in causa - in appoggio delle forze di polizia incapaci di domare i rivoltosi dopo aver sparato migliaia di lacrimogeni e proiettili veri e di gomma che hanno fatto nella capitale due morti e decine di feriti. Nulla hanno potuto i blindati che inutilmente, per tutto il giorno, hanno provato a disperdere i dimostranti che occupavano il Ponte 6th Ottobre, il più noto del Cairo. «Hosni (Mubarak), Hosni, prendi l'aereo come Ben Ali», ripeteva ieri senza sosta Ibrahim, un giovane che assieme ad altre centinaia di ragazzi, ha tenuto sotto pressione per ore la polizia lungo il Nilo, a poche decine di metri dall'Hilton Hotel (preso di mira, ad un certo punto, dai lanci di lacrimogeni). «È finita per Mubarak e per suo figlio - spiegava Ibrahim - ma è finita anche per il loro partito (Nazionale-democratico, ndr), non potranno più prenderci in giro». «È la seconda rivoluzione egiziana, come quella del 1952», ci diceva un altro giovane, Amr, nasseriano, facendo riferimento al colpo di mano che portò al potere i Giovani Ufficiali. Una «seconda rivoluzione» che in serata, in pieno coprifuoco, ha visto centinaia di dimostranti dare alle fiamme, nel centro del Cairo, il quartier generale del partito di Mubarak, sotto il fuoco delle forze di polizia. L'atto più simbolico di tutta la giornata di lotta. «Questa non è la rivolta del Cairo» ha avvertito ieri il dissidente Amin Iskandar, «tutto il paese è unito nel chiedere la fine di Mubarak e l'avvio di una nuova era». Le fiamme della sommossa infatti sono divampate anche a Mansura, Alessandria, Ismailyya, el Arish, e, soprattutto, a Suez già protagonista nei giorni scorsi. Suez ieri si è «liberata», cacciando via dai quartieri centrali i 3mila agenti antisommossa schierati dal governo e dando fuoco a tre blindati. Un giovane ha pagato con la vita l'aver affrontato a viso aperto la polizia. In serata al Cairo, a Suez e anche ad Alessandria si è fatto sentire più forte il pugno di ferro della repressione e resta un'incognita l'atteggiamento delle Forze Armate. In Tunisia hanno aiutato la rivolta, in Egitto potrebbero spegnerla nel sangue. Human Rights Watch denuncia che sino ad oggi gli apparati di sicurezza hanno usato la forza in modo «totalmente inaccettabile e sproporzionato» mentre centinaia di arrestati sono stati soggetti a maltrattamenti e percosse nelle stazioni del mukhabarat, il servizio segreto che ieri, con agenti in abiti civili, presidiava molte strade del centro della capitale.
Mubarak regge ancora, grazie alla repressione, ma nel suo partito e nel governo comincia a diffondersi il panico. Alcuni ministri hanno mostrato al rais i preoccupanti dati economici frutto della rivolta - la borsa egiziana mercoledì ha registrato un tonfo di oltre il 10%, il secondo peggiore della sua storia e il turismo straniero è crollato di fronte all'instabilità del paese - e ora chiedono decisioni importanti, iniziative vere per placare l'insurrezione. Per la prima volta un esponente di spicco del Pnd ha chiesto le dimissioni del governo. Mustafa al-Faqi, presidente della commissione esteri del Senato, durante una trasmissione televisiva, ha «previsto» al più presto le dimissioni del premier Ahmad Nazif. «Abbiamo ricevuto la fiducia degli elettori ma non l'abbiamo meritata», ha detto senza peli sulla lingua puntando l'indice contro il segretario del suo partito Ahmad Ezza, reo di aver voluto in pratica tutti i seggi del Parlamento, con brogli e violenze. «È stato un errore attribuire al nostro partito tutto il Parlamento alle ultime elezioni - ha detto -. Nel momento in cui nelle istituzioni non ci sono alternative è chiaro che l'unico modo per ottenere un cambiamento è quello di fare ricorso alla piazza ed è ciò che stiamo vedendo ora.
E ora anche Barack Obama, sostenitore della «stabilità» in Egitto, sembra correggere il tiro nei confronti del suo principale alleato in Medioriente. Il capo della Casa Bianca non molla Mubarak ma ha ricordato di averlo sempre esortato «a fare in modo che il suo governo facesse progressi nel campo delle riforme, quelle politiche e quelle economiche», assicurando la libertà di espressione. Anche dall'Ue sono venuti appelli perché venga rispettato il diritto dei cittadini «a manifestare le loro politiche aspirazioni attraverso pacifiche dimostrazioni». Il tiranno perciò è più solo e il giornale Masryoun ha rivelato una riunione, che sarebbe avvenuta due giorni fa a Sharm el Sheikh, al massimo livello per discutere del futuro dell'Egitto. Durante l'incontro sarebbe stata discussa la possibile nomina da parte di Mubarak di un vicepresidente, quindi di un suo successore, scelto tra i comandanti militari più in vista, e la rinuncia definitiva a passare lo scettro al figlio Gamal. Si tratta solo di indiscrezioni ma, in ogni caso, l'Egitto va avanti e non guarda più all'esercito come suo unico riferimento. I leader delle forze di opposizione stanno discutendo della formazione di un governo di transizione di unità nazionale con al suo interno tutte le parti politiche. Un esecutivo che dovrebbe essere guidato da Mohammed el Baradei.
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L'ONDA RIVOLUZIONARIA DELLA TUNISIA CONTAGIA L'EGITTO
(27 Gennaio 2011)
Esplode anche in Egitto dopo la Tunisia la protesta antigovernativa. Oltre 200mila sono i manifestanti che scendono nelle strade egiziane per urlare il proprio dissenso contro il regime del Cairo; un movimento composto da studenti, lavoratori e disoccupati.
La reazione non ha atteso molto per usare la violenza, Mubarak ha, già, in pochi giorni effettuato oltre 1000 arresti. Le forze reazionarie del governo egiziano non si sono fermati neanche di fronte ai media, fobia della reazione: 8 giornalisti che avevano inscenato una protesta davanti alla sede del loro sindacato- secondo la tv araba Al jazera- sono stati arrestati.
Per il regime le manifestazioni popolari rappresentano "una sfida spudorata" all'autorità dello Stato. E' quanto ha sottolineato in una nota il ministero dell'Interno egiziano, stando a quanto ha riportato il sito web del quotidiano 'al-Masry al-Youm'. Nella nota, il ministero ha invocato la fine delle proteste per evitare "ripercussioni negative sulla sicurezza pubblica". Insomma finitela o sarà un massacro!
"Speriamo che il presidente egiziano Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e lungimiranza". A dichiararlo, intervenendo a “Radio anch'io” su Radio 1, è stato il ministro degli Esteri Franco Frattini, sottolineando come “tutto il mondo” consideri l'Egitto "punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno". Insomma il governo Berlusconi non ha lesinato il sostegno al regime di Mubarak. In più Frattini da illuminato diplomatico ha espresso il suo giudizio politico : "La situazione egiziana - ha dichiarato - non è comparabile a quella tunisina: in Egitto vi sono delle pulsioni del fondamentalismo islamico, dell'estremismo radicale..." Dunque non manifestate per il pane e il lavoro, perchè il regime teocratico è dietro l'angolo...
L’ascesa rivoluzionaria dunque, nonostante il giudizio del ministro Frattini, sta avendo un evoluzione particolare. Sia sotto il profilo della evoluzione delle parole d’ordine e dei sentimenti di massa, " Pane e libertà" sia per ciò che riguarda il processo di critica del regime, una critica ad oggi laica e radicale. Lo scontro frontale con la repressione poliziesca, sin dai primi giorni della rivolta, ha rapidamente posto in primo piano nelle manifestazioni di massa le parole d’ordine direttamente politiche. La richiesta iniziale del pane e del lavoro si sta mutando progressivamente nella rivendicazione della cacciata del governo.
La rivoluzione egiziana, la struttura sociale del paese, la natura delle forze in campo, dicono che solo una rivoluzione socialista, solo un governo degli operai, dei contadini, delle masse povere della popolazione, può portare sino in fondo gli stessi obiettivi democratici della rivoluzione. Questo è il punto decisivo.
La rivendicazione di una libera Assemblea Costituente, dello scioglimento dei corpi repressivi dello Stato, della formazione dei consigli dei lavoratori e dell’arresto della casta dei militari complici di questo regime pluridecennale, richiedono uno scontro frontale con la borghesia Egiziana.
Per il rovesciamento del Regime di Mubarak
Per un governo operaio, contadino e delle masse povere egiziane
Per un medioriente unificato, laico e socialista 29-01-2011 17:53 - Luigi