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Benedetto Vecchi
Società della conoscenza
Il disegno di legge di Mariastella Gelmini è ormai legge e l'università italiana è in attesa che il ministero ne definisca tutti i decreti attuativi. Nel frattempo, negli Atenei gli studenti non sono tornati tornati a braccia conserte sui banchi, nonostante i tentativi di normalizzazione le facoltà, attraverso il disconoscimento dei gruppi studenteschi «rivoltosi» e forme più o meno esplicite di pressione sui ricercatori e ricercatrici «indisponibili» affinché tornino a lavorare in nome della continuità didattica e del normale svolgimento dei corsi, quasi che il rifiuto di svolgere un lavoro gratis o di supplenza debba essere la normalità in una realtà che riesce a malapena a sopravvivere, visti i tagli voluti da Giulio Tremonti e fatti propri dal ministro Gelmini, sempre più occupata a difendere lo stile di vita del Presidente del consiglio che non a svolgere il suo ruolo istituzionale. Ma al di là della constatazione delle tendenze contraddittorie che emergono in questa fase di transizione tra l'approvazione e l'attuazione della legge, è fuori dalle cittadelle universitarie che si moltiplicano le prese di parola e le mobilitazioni degli universitari, dei lavoratori dello spettacolo e, ad esempio, del meeting «Uniti contro la crisi» che si è tenuto a Marghera, a partire anche dal workshop dedicato alla proposta di convocazione degli stati generali della conoscenza circolata durante la «fase alta» delle mobilitazioni dentro le Università.
Oltre la vita agra
Sono alcuni anni che tale proposta viene ciclicamente proposta. Durante le mobilitazioni dell'Onda è stata avanzata nella forma di un incontro che coinvolgesse l'università, il mondo dello spettacolo o l'industria appunto culturale, settori in forte affanno per la crisi economica che allora cominciava a mordere e far male anche nel nostro paese. Poi si è dissolta nella risacca dell'Onda, mentre rigorosi studiosi - Luciano Gallino per tutti - scoprivano che la precarietà non coinvolgeva solo la generazione X (o Y, è lo stesso), ma l'insieme del lavoro vivo alla luce di quanto emerso nella discussione pubblica durante le mobilitazioni dell'Onda: la metà dei ricercatori italiani era ed è precaria. Inutile ricordare il fatto che già ai tempi de La vita agra di Luciano Biancardi chi lavorava nell'editoria doveva fare i conti con l'intermittenza della prestazione lavorativa. Ciò che in questo inverno è diventato chiaro è il fatto che l'espressione di lavoratori della conoscenza non poteva essere solo riservata ai ricercatori, ai docenti dell'università, ma poteva essere tranquillamente applicata a quanti svolgono lavoro di formazione e anche agli stessi lavoratori dei vecchi e nuovi media. Un elemento analitico e «esistenziale» emerso con molta forza negli incontri che hanno visto insieme giornalisti e lavoratori dello spettacolo dopo il blitz del decreto milleproroghe che ha nuovamente e draconianamente ridotto i contributi all'editoria e al fondo dello spettacolo. Anche in questo caso, la volontà di trovare momenti di incontro non legati a una sfavorevole contingenza, bensì al bisogno di avviare una discussione e una riflessione non episodica, a partire però del punto di vista di chi è giornalista, ricercatore o «operatore dei media», sui modi di produzione dell'informazione, della cultura e della rilevanza che hanno nella formazione dell'opinione pubblica, cioè con quella «fabbrica del consenso» che è la bestia nera dei movimento sociali.
La necessità di proporre gli «Stati generali della conoscenza» nasce dunque in questo contesto. Proposta che ha molte articolazioni e sfumature, ma che può invece essere pensata e organizzata come un momento di discussione, condivisione e elaborazione di proposte che faccia i conti con una condizione lavorativa che va ben al di là di quanto con la miseria culturale e politica di ciò che stanno facendo e faranno i «poteri forti» in nome della (piccola) «eccellenza» dopo la definizione dei decreti attuativi, nell'Università.
Ed è a partire dalla eterogeneità delle realtà che potrebbero essere coinvolte in questo «evento» che emerge con forza il fatto che gli «Stati generali della conoscenza» siano anche un momento di inchiesta tra i «produttori di conoscenza». Non solo per comprendere le dinamiche che regolano mercati del lavoro sicuramente circoscritti rispetto alla realtà nazionale, ma per verificare la validità delle rappresentazioni di quella che, giustamente, veniva chiamata «composizione sociale del lavoro vivo» in tutti i settori produttivi. In primo luogo, per cercare di comprendere se la figura ibrida del lavoratore-studente è così significativa tanto nell'università che nel mondo dello spettacolo e nella produzione culturale. Nelle azioni dei lavoratori dello spettacolo molti dei partecipanti hanno sottolineato che il lavoro si accompagna anche alla formazione, dunque all'università o gli stage di questo o quel corso privato. Lo stesso si può dire degli stagisti nei media, figura che spesso viene usata per svolgere un lavoro non retribuito invece che essere assunti.. Ciò di cui si sente necessità è un'inchiesta per individuare tanto le differenze che i momenti di ripetizione che possono manifestarsi per figure produttive scandite da una individualizzazione del rapporto di lavoro e da rapporti gerarchici sì informali, ma segnati da vincoli che potremmo tranquillamente definire servili.
Il rifiuto dell'individualizzazione dei rapporti di lavoro e dei vincoli servili che caratterizzano le università è stato, infatti, il leit motiv della presa di parola dei ricercatori nello scorso autunno. Allo stesso tempo, però, sono donne e uomini che non propongono un'organizzazione del lavoro scandita da orari certi e da gerarchie tanto impersonali, quanto vincolanti la prestazione lavorativa. L'incongruenza di unità di misura della produttività mutuate dal lavoro industriale e la difficoltà di stabilire criteri «oggettivi» sulla qualità della ricerca sono stati assunti come un principio di realtà che prefigura un'impossibile sintesi unitaria della condizione lavorativa dei ricercatori. Ma come ogni principio di realtà anche quello che attiene al contesto sociale e produttivo della conoscenza non può tradursi in un ostacolo alla trasformazione di tale realtà. Da questo punto di vista, il rifiuto dei rapporti servili di lavoro, e della conseguente complicità che la condizione precaria verso lo status quo, sono da considerare il fattore più importante delle mobilitazioni di questo inverno. Come testimoniano i dati emersi dal recente rapporto del «Comitato nazionale di valutazione», la precarietà, assieme a una gerarchia dal forte sapore medievale, stanno determinando il declino dell'università italiana. Come diceva un classico del pensiero critico, quando lo sviluppo delle forze produttive entra in contraddizione con i rapporti sociali di produzione il reale presenta inedite e fino ad allora inimmaginabili possibilità di trasformazione.
L'immaginazione doverosa
Inimmaginabili nelle forme che può assumere e anche nelle forme organizzative che agiscono il conflitto. Per quanto riguarda l'Università, questo significa immaginare come dare continuità all'indisponibilità dei ricercatori, evitando così un ritorno all'individualizzazione del rapporto di lavoro e a quei rapporti servili legittimati dalle promesse di concorsi per professore associato. In altri termini, è nell'eccedenza delle soggettività e della loro capacità produttiva e politica che va cercata la via di fuga dalle miserie del presente, sfuggendo così a una rappresentazione dei lavoratori della conoscenza come quei «nuovi poveri» che hanno bisogno della figura pastorale dello stato o di indefiniti patti di mutuo soccorso per uscire dall'indigenza in cui la crisi economica nella quale li ha catapultati. Come è stato variamente argomentato nei mesi scorsi è la produzione della conoscenza che richiede uno sforzo di immaginazione affinché la trasformazione delle condizioni di lavoro non sia un effimero miraggio.
Ma se l'individualizzazione del rapporto di lavoro è il primo nodo da sciogliere, ce ne sono molti altri che occorre nominare. In primo luogo il rapporto che intercorre tra produzione della conoscenza e il resto della produzione della ricchezza. E anche in questo caso il punto di partenza è il movimento sociale che si è espresso nell'inverno, assieme al conflitto che ha visto opposti la Fiom e la Fiat. Uno degli elementi che ha caratterizzato il movimento dentro le università non è stata il rifiuto della miseria della condizione studentesca, ma la sottolineatura di quella «condizione precaria» che è il presente di chi frequenta l'università o di chi vi lavora. Dunque, un movimento che ha interpretato le proposte di Mariastella Gelmini non solo come una classica misura di dismissione dell'intervento pubblico e di introduzione della lex mercatoria come principio regolatore dell'università. Più importante era infatti il giudizio emerso sulla legge di Mariastella Gelmini in quanto dispositivo per legittimare la precarietà come presente e futuro dei rapporti di lavoro. Allo stesso tempo, anche il conflitto a Pomigliano, a Mirafiori ha reso evidente che la precarietà non è solo una prerogativa generazionale, bensì come la norma dominante dei rapporti tra capitale e lavoro.
Tutto ciò ha un significato preciso per i produttori di conoscenza: la precarietà è momento costitutivo delle forme di vita metropolitane. È questo il bandolo della matassa che gli «Stati generali della conoscenza» devono sbrogliare. In altri termini, inchiesta, condivisione, pratiche del consenso e lavoro di immaginazione rappresentano la dimensione politica degli «Stati generali della conoscenza». Oltre gli angusti recinti del già noto e oltre i perimetri fissati da consuetudini o rappresentazioni che cancellano la ricchezza tematica e argomentativa che attorno la produzione della conoscenza e il suo ruolo immediatamente produttivo sono stati espressi in questi anni.
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"propedeuticamente"alla volontà di condividerli.
saluti. 29-01-2011 21:31 - t.o.