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Carlo Lania
Profughi africani prigionieri dei beduini
Da tre mesi sono ostaggio di una banda di beduini che per la liberazione di ciascuno di loro pretende 8.000 dollari E chi prova a ribellarsi, o semplicemente non può pagare, viene bastonato, violentato o ucciso. Il tutto nel silenzio pressoché totale della comunità internazionale. E’ quanto accade a un gruppo di circa 200 profughi africani, la maggior parte dei quali eritrei, che i trafficanti di uomini tengono prigionieri nel Sinai. «La rivolta scoppiata in Egitto in questi ultimi giorni finora non ha modificato la loro situazione, ma non sappiamo cosa potrà accadere in futuro», spiega Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir). «Pochi giorni fa ci sono state delle sparatorie vicino al confine con Israele durante la quali i beduini hanno ucciso un poliziotto egiziano, ma è tutto quello che sappiamo. Gli scenari possibili adesso sono due: per i beduini la situazione potrebbe essere diventata così calda da fargli decidere, per la loro sicurezza, di liberare tutti i prigionieri. Questo naturalmente è quello che auspichiamo. Ma per gli stessi motivi potrebbero invece decidere di ucciderli tutti». Nella speranza di riuscire a sbloccare la situazione prima che sia troppo tardi il Cir, insieme a numerose altre associazioni, sindacati e chiese ha indetto per martedì 1 febbraio una fiaccolata sotto il Campidoglio per riaccendere i riflettori su un dramma passato per troppo tempo sotto silenzio.
Quali sono le ultime notizie che avete? Sembrava che i maltrattamenti fossero cessati.
Si sono attenuati nei casi in cui i familiari hanno inviato una parte del denaro richiesto, ma per il resto la situazione è rimasta invariata tranne per le persone per le quali il riscatto è stato invece pagato completamente e che sono state liberate. Ma sappiamo però anche del caso di un profugo che è stato liberato dopo che la famiglia aveva pagato la metà della cifra richiesta, ma è stato sequestrato di nuovo da un altro gruppo di beduini che adesso chiede 10 mila dollari per liberarlo.
Il sequestro dura ormai da tre mesi, ma finora la comunità internazionale è rimasta silenziosa.
Abbastanza silenziosa, ma non direi che non si è mosso niente. Il 20 dicembre c’è stata una risoluzione del parlamento europeo, fortemente promossa dal Cir e dalle altre associazioni, con un appello alla commissione europea a muoversi attraverso i canali diplomatici. Nella risoluzione si parlava anche di un eventuale trasferimento dei rifugiati in diversi Paesi europei. La commissione europea non mi risulta che abbia mai dato una risposta, però prima o poi dovrà riferire al parlamento.
Bisogna pagare il riscatto?
La nostra linea non è mai stata quella di pagare. Non è compito nostro, né delle altre associazioni che si occupano della vicenda, prescrivere o ipotizzare le modalità di liberazione nei confronti di uno stato autonomo come l’Egitto. Vogliamo solo dire che c’è una responsabilità egiziana nella vicenda, ma anche internazionale e dell’Unione europea. E quindi è giusto che ci sia una condivisione di queste responsabilità.
In questi mesi il governo italiano non ha fatto molto.
Sappiamo per certo che almeno uno dei profughi eritrei è stato respinto dall’Italia anche se avrebbe potuto richiedere asilo politico. Purtroppo è la politica dei respingimenti e l’accordo fatto con la Libia che hanno creato situazioni come queste. Va detto però che Spagna e Grecia fanno la stessa cosa. E più in generale che è l’Unione europea che sta chiudendo sempre più le sue frontiere.
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