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Michele Giorgio, inviato a Il Cairo
Il nuovo Egitto Con tanti dubbi
«Adesso la parola ad Ahmed Maher, del Movimento 6 aprile». Ayman Nour del partito centrista Ghad esegue fedelmente il suo compito di speaker del «parlamento parallelo», alternativo a quello ufficiale, l'Assemblea del popolo, eletto alla fine del 2010 dopo elezioni-farsa che hanno regalato quasi tutti i seggi al Partito nazionale democratico (Pnd) al potere.
Fuori un cielo stupendo annuncia la primavera. Dentro la sala l'atmosfera è serena, gli interventi pacati. Ci sono una quarantina di persone in tutto. Giovani intorno ai venti anni siedono accanto a marxisti con i capelli bianchi, ragazze velate si confrontano con donne vestite all'occidentale, sindacalisti indipendenti condividono il banco con esponenti dei Fratelli musulmani, liberali convinti si accompagnano a conservatori dichiarati. Giornalisti locali e internazionali seguono la discussione. In pochi metri quadrati c'è il nuovo Egitto del primo giorno dell'era post-Mubarak. Poche ore prima, durante la notte, una festa immensa aveva attraversato il Cairo e tutto il paese per la resa del presidente-faraone diventato ormai una mummia. Ora si lavora alle fondamenta del futuro.
Il «parlamento parallelo» è in attesa del comunicato numero 4 del Consiglio militare supremo al quale Mubarak ha passato tutti i poteri prima di partire (o fuggire) per Sharm el Sheikh, nel Sinai. I presenti, dal rappresentante del partito Tagammo (sinistra) a quello dei Fratelli musulmani, hanno preparato un documento in nove punti che presenteranno ai vertici delle forze armate. E', dicono, un testo «fondamentale» per accellerare la transizione verso la democrazia. «Stiamo decidendo se svuotare del tutto piazza Tahrir dove abbiamo sconfitto il raìs oppure lasciare un presidio permanente, dipenderà molto dalla revoca delle leggi d'emergenza da parte delle autorità militari», ci dice la portavoce del Movimento 6 Aprile. Si discute molto del ruolo dell'esercito. Tanti non dubitano delle forze armate, altri invitano alla prudenza e a non abbassare la guardia. «Ma non dimentichiamo il lavoro, gli scioperi andranno avanti e saranno sempre più diffusi», avverte Kamal Abu Aita, esponente dei cinque sindacati indipendenti sorti nell'ultimo anno per contrastare le unions legate al regime e che difendono i padroni e non i lavoratori.
All'esterno, nella vicina piazza Talat Harb, proseguono i festeggiamenti per le dimissioni del raìs. Sciami di manifestanti inondano la piazza, con bandiere e canti, senza sosta. Dall'altoparlante che appare da una finestra al secondo piano di un edificio, qualcuno spara a volume altissimo brani nazionalistici degli anni Cinquanta e Sessanta. La folla immensa canta stretta in un grande unico abbraccio. I ricordi corrono veloci ai giorni formidabili della nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del presidente Gamal Abdel Nasser che sostenuto dalla sua gente sfidò i colonialisti europei per affermare la dignità dell'Egitto e dell'intera nazione araba. Anche Nasser, come ora i protagonisti della «rivoluzione del 25 gennaio», da quella crisi uscì vincitore grazie non alle armi ma alla forza della sua gente e alla sua determinazione nel denunciare l'aggressione all'Egitto portata da Francia, Inghilterra e Israele.
Ma il 1956 è lontano e in strada ad affermare che l'Egitto non deve guardare solo al suo passato ma soprattutto al futuro ci sono i «giovani 2.0». Mettendo da parte, ma solo per qualche ora Facebook e Twitter, migliaia di adolescenti, ragazze con i jeans di marca dell'isolotto di Zamalek e giovani poveri di Imbaba, insieme raccolgono i rifiuti non solo in piazza Tahrir ma in tutto il centro del Cairo. Molti altri spazzano le strade trasformando il wast al balad in una piccola Zurigo, anche se solo per un giorno. Altri ancora cancellano gli slogan scritti sui muri. Studenti, professori, persone anziane con i nipotini, famigliole al completo. Armati di pale, scope e persino di spazzole. Non hanno tralasciato nulla. Non un pezzetto di carta, non un foglio di giornale. Hanno raccolto tutto. Uno spettacolo esaltante, a tratti commovente. Una rappresentazione precisa dei valori di questo popolo mite ma determinato. Gli eroi non sono più soltanto quelli del post-1956 che cantavano la canzoni di Oum Khaltoum e di Abdel Halim Hafez. Ora ci sono gli eroi del 2011 che puliscono le vie del Cairo ascoltando con le cuffiette brani hip hop con l'iPod sotto l'occhio vigile dei soldati che cominciano a rimuovere barricate, cassonetti e carcasse annerite di automobili, scarti delle battaglie dei primi giorni della «rivoluzione». «Siamo nati una seconda volta», dice Osama Toufiq Saadallah, un ingegnere di 40 anni. «E' la fine dell'ingiustizia! Eravamo in ritardo rispetto ad altri paesi, adesso abbiamo un valore agli occhi degli stranieri e del mondo arabo», aggiunge in riferimento al saluto positivo della comunità internazionale per la cacciata di Mubarak.
Nelle prime ore del pomeriggio giunge finalmente il tanto atteso «comunicato numero 4» del Comando militare supremo. L'esercito annuncia che sarà garantita una «transizione pacifica per preparare il terreno a un potere civile ed eletto in vista della costruzione di uno Stato democratico libero». Ma incredibilmente i vertici militari lasciano in carica il governo per gestire gli affari correnti. Una scelta davvero poco «rivoluzionaria». Uno stravolgimento politico presuppone il cambio immediato dell'esecutivo, i generali egiziani invece procedono nel senso della conservazione. Assicurano inoltre, come si aspettano Washington e Tel Aviv, che rispetteranno i trattati esistenti, regionali e internazionali, incluso l'accordo di pace con Israele. Immediata la replica soddisfatta del ministro delle finanze dello Stato ebraico, Yuval Steinitz: «Sono molto felice di questo annuncio. La pace non è solo un interesse di Israele ma anche dell'Egitto». Invece nella sede del «parlamento parallelo» la delusione è palpabile. Non tanto per le questioni internazionali, sino ad oggi poco affrontate dalle diverse componenti della «rivoluzione», ma per la cautela eccessiva delle forze armate e la mancata formazione di un nuovo esecutivo di governo. In piazza Tahrir colma di migliaia di persone, si discute animatamente. Cosa fare, proseguire l'occupazione in massa del luogo simbolo della rivolta o lasciare soltanto un presidio permanente? «Abbiamo deciso che non abbandoneremo piazza Tahrir - ci spiega Ahmed Maher, del Movimento 6 Aprile - non possiamo fare diversamente. I comandi militari non hanno sciolto i nostri dubbi. Il loro comunicato conferma il governo in carica e non fornisce alcuna scadenza per l'attuazione della road map della democrazia in Egitto, non fornisce alcuna indicazione su come procederà e con quali modalità la transizione. Dobbiamo essere vigili. Mubarak non è più al potere ma il resto è tutto da costruire».
Qualche timore comincia ad attraversare i pensieri della piazza e arriva fino al «parlamento parallelo» dove, nel frattempo, Ayman Nour annuncia che si presenterà di nuovo alle elezioni presidenziali, sperando di ottenere risultatti migliori di quelli del 2005 quando il raìs prese oltre 90% dei voti. Su molti telefonini arriva un sms: «Domani (domenica, ndr) festa della rivoluzione. Portate bottiglie con il cocktail Molotov, quello bevibile mi raccomando». Tanti sorridono, altri riflettono sul comunicato delle forze armate. Una ricorrenza seria ci sarà a piazza Tahrir venerdì prossimo, dedicata ai martiri della rivolta. Oltre 300.
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Benissimo rivoltarsi fino alla cacciata di odiosi dittatori e comunque sempre invidiabile il risultato di riuscirci, infine.
Eppure di fronte a tante esaltazioni per i fermenti democratici e titubanze sul futuro, qualche dubbio mi è venuto. Una partita per il potere arbitrata da ingenti forze armate mi lascia tremendamente scettico circa il risultato.
Ho trovato un articolo interessante di Raouf Ebeid analista politico egiziano-americano, ben più informato di me sui retroscena di quei luoghi, ma non meno diffidente. Omar Suleiman: non è questo il cambiamento (http://articoliscelti.blogspot.com/2011/02/omar-suleiman-non-e-questo-il.html). Leggerlo dà il senso di quanto la realtà di chi ha la forza del potere sia sempre lontana dalle speranze popolari. Alla fin fine non sono i migliori a farcela, ma i più furbi con in mano gli apparati repressivi e tanti appoggi economici e politici. Il fatto di essere corresponsabili con le peggiori nefandezze del precedente regime sembra improvvisamente passare in second'ordine. 15-02-2011 16:34 - fabrizio garlaschelli
La rivoluzione è servita a far fuori Munarak già cadaverico malato di cancro quasi terminale a vantaggio unicamente della casta dei militari.
Alla piazza resta il sentimento, la emozione del ricordo del sommovimento, bei ricordi e niente di più.
Tutto sarà peggio di prima 14-02-2011 20:47 - pietro ancona
Per hanni li hanno tenuti fuori dalla politica ben sapendo che rapresentano il 70% del popolo votante.
Domani i fratelli mussulmani governeranno l'Egitto e quando governeranno tutti dovranno fare i conti con loro!
Noi fratelli cristiani onesti e credenti,salutiamo i fratelli mussulmani e vogliamo che l'Egitto sia governato dalla vera maggioranza del popolo.
COME CREDENTE,SONO SICURO CHE I MIEI FRATELLI IN DIO, SAPRANNO GOVERNARE COME DIO COMANDA! 14-02-2011 20:41 - maurizio mariani