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Guido Ambrosino
L'acqua di Berlino
Domenica i berlinesi sono stati chiamati a pronunciarsi in un referendum su una proposta di legge che, se approvata, obbligherebbe l'amministrazione della città a pubblicare tutti i contratti e le intese connesse alla privatizzazione dell'acqua, e comporterebbe l'annullamento di ogni patto segreto.
Nel 1999 Berlino, retta allora da una grande coalizione tra Cdu e Spd e disperatamente indebitata, vendette il 49% delle sue Wasserbetriebe a Veolia e a Rwe (il gigante dell'energia Rheinische Elekrizitätswerke). È stato un pessimo affare. Ai partner privati venivano garantiti utili assai lucrativi. Dal 1999 il prezzo dell'acqua è aumentato del 35%, il doppio della media in Germania. Anche l'amministrazione cittadina ammette che i berlinesi pagano per l'acqua tra il 15 e il 20% in più che in altre metropoli paragonabili.
L'iniziativa civica che ha promosso il referendum, il Berliner Wassertisch (tavola dell'acqua berlinese), vorrebbe interamente ricomunalizzare la fornitura d'acqua e la depurazione degli scarichi - «noi berlinesi rivogliamo la nostra acqua», dicono - ma la costruzione giuridica della società privatizzata non consentiva un quesito diretto sulla sua liquidazione. Si sono dunque concentrati sul solo punto della riservatezza dei contratti, mirando a acquisire con la loro pubblicazione motivi di nullità che consentano di impugnarli, o comunque buoni argomenti per abbassare il prezzo della ricomunalizzazione.
Nell'ottobre 2010, quando l'iniziativa aveva già raccolto 280.887 firme valide sulla proposta di referendum (per promuoverlo ne sarebbero bastate 172.000), il quotidiano Tageszeitung mise in rete il segretissimo contratto di vendita e alcuni annessi, ricevuti da un anonimo informatore.
Visto che i buoi erano già scappati dalla stalla, il 10 novembre, un giorno dopo l'indizione ufficiale del referendum, anche il senato ha pubblicato ben 700 pagine di contratti sul suo sito, col consenso dei soci privati Veolia e Rwe. Gli investitori non avevano più nulla da perdere, considerato che le scandalose clausole sui profitti garantiti erano già su piazza. In forza di quelle clausole Berlino incassa solo il 35% degli utili d'esercizio, pur possedendo il 50,1% delle quote sociali.
Nel frattempo il senato, una maggioranza rosso-rossa tra socialdemocratici e socialisti della Linke, aveva riformulato la legge sul «libero accesso alle informazioni». La versione in vigore dal luglio scorso consente ai cittadini, pur tra molte eccezioni, di prendere visione degli atti della pubblica amministrazione, teoricamente anche di quelli relativi a imprese di servizi, «purché le imprese medesime acconsentano». Un obbligo di pubblicazione c'è solo quando l'interesse pubblico «prevale notevolmente» sul diritto delle imprese alla riservatezza. È piuttosto una legge a tutela della discrezione aziendale, ma il senato ora le attribuisce il «merito» della pubblicazione dei contratti.
Come che sia la Spd del borgomastro Klaus Wowereit, assecondata dai socialisti della Linke (che col loro assessore all'economia Harald Wolf hanno fatto una pessima figura come amministratori della status quo), ritengono «superato» dai fatti il quesito del referendum, visto che i contratti sono già di pubblico dominio. Raccomandano di votare no, perché ritengono «incostituzionale» la proposta di legge nella parte che annulla intese sottratte alla pubblicazione (interferirebbe con le norme generali a tutela della proprietà privata).
La speranza del senato è che il referendum non raggiunga il quorum: per vincere occorre che il quesito sia approvato dalla maggioranza dei votanti e che vada a votare almeno un quarto degli elettori, ovvero 617.000 berlinesi.
Tuttavia i socialdemocratici, che pure nel 1999 vollero la privatizzazione (mentre verdi e socialisti si opposero), si dicono ora pentiti: «Col senno del poi, la parziale privatizzazione fu un errore, come l'intesa sulla riservatezza dei contatti». Dichiarono di condividere le finalità dei promotori del referendum: i servizi essenziali «devono orientarsi sugli interessi pubblici, e non sui profitti privati». Il vento è cambiato, nessuno si fa più incantare da mirabolanti piani di privatizzazione come negli anni '90. I politici berlinesi si sarebbero ravveduti, sebbene soldi per ricomprare le Wasserbetriebe non ce ne siano. Chiedono però che i cittadini non disturbino il manovratore con "inutili" referendum.
I promotori ribattono che non è affatto sicuro che tutte le intese siano già state pubblicate. Chiedono comunque di attestare l'interesse dei cittadini alla ricomunalizzazione con una partecipazione massiccia. Se i politici vorranno davvero rinegoziare le tariffe dell'acqua, come promettono, e magari riacquistare le quote cedute ai privati senza farsi spennare, ogni sì espresso al referendum li rafforzerà.
IN ITALIA
REFERENDUM. «Data unica»
Il Comitato «2 Sì per l'Acqua Bene Comune» ha lanciato un appello per l'accorpamento delle scadenze elettorali (referendum e amministrative). La petizione si sottoscrive su www.acquabenecomune.org.Con questa iniziativa il Comitato referendario intende porre l'attenzione sull'opportunità e sull'utilità dell'accorpamento, al fine di contenere i costi pubblici legati all'esercizio del voto e per favorire la maggior partecipazione popolare possibile alle consultazioni. Il Comitato ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio, al ministro dell'Interno e al Presidente della Repubblica per chiedere un incontro e sottoporre le sue osservazioni sulla questione.
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