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Nicola Sellitti
Ciao ciao Ronaldo fenomeno brasiliano
Sguardo basso. Occhi tristi, incisivi come le sue serpentine. Poi le lacrime. “Questa è la mia prima morte”. Ronaldo si ritira. Il Fenomeno. Quello vero. Oltre quattrocento reti in poco più di seicento gare da professionista. Chiude in anticipo. Muscoli e tendini di seta tormentati in quindici anni di sontuosa e controversa carriera. Ginocchia cucite dai migliori bisturi del mondo. Una straordinaria forza d’animo. Tre gravi infortuni superati nonostante una vita privata dissoluta, tra ronaldinhas, figli con varie compagne, escort, tradimenti, sino alla brutta avventura con tre transessuali a Rio de Janeiro. In bacheca manca solo la Champions League e la Copa Libertadores. Ha vinto due mondiali. Il secondo quasi da solo in Corea-Giappone nel 2002. Otto reti, due in finale alla Germania, facendo passare in secondo piano anche il suo orribile taglio di capelli con mezzaluna in punta e cranio rasato.
Una scelta obbligata, il ritiro. Come avvenne per Roberto Baggio nel 2005. Con epilogo da grande uomo. Che vuota il sacco dopo esser stato tratteggiato negli ultimi anni come macchietta cui era meglio regalare un vestito piuttosto che offrire una cena. Nella conferenza stampa la verità: soffre da anni di ipotiroidismo. Una scoperta dei medici del Milan. Per curarsi è costretto ad assumere ormoni. Ecco l’aumento di peso. Altro che centravanti da trattoria. La malattia non gli ha impedito di mantenere la media di una rete ogni gara. Olanda, Spagna, Italia, Brasile. Latitudini diverse, palla sempre in fondo al sacco. Con portieri puntati e dribblati. Un cliché.
Il brasiliano ha segnato l’epoca del dopo Maradona, in cui il sacchismo aveva già importato brani di un nuovo calcio. Tecnica purissima, potenza atletica abbinata a una folle velocità d’esecuzione. Come mettere assieme il talento d’autore di De Andrè e l’armonioso metal dei Black Sabbath. Per due anni – Barcellona ’95-'96 e Inter ’96-’97 - Ronaldo è stato probabilmente uno dei tre calciatori più forti di sempre. Un parere condiviso dai migliori difensori italiani della passata generazione. Maldini, Nesta, Cannavaro. In coro: dopo Diego Armando Maradona, c’è solo il brasiliano. Sensibile al gol, immune a critiche e tifosi irati per i suoi ripetuti tradimenti calcistici. Nel suo primo derby in maglia milanista, 11 marzo 2007, il Fenomeno è irriso dal pubblico interista e anticipato puntualmente da Cordoba nella prima mezz’ora di gioco. Due minuti dopo: dribbling e puntata esterna da fuori area che flirta con il palo. Gol, Julio Cesar fulminato. Come la curva nerazzurra.
Il migliore di sempre. Anche per Massimo Moratti, invaghitosene follemente ai tempi del Barcellona. A lui il Fenomeno ha regalato cinquanta reti in settanta partite, una Uefa vinta da solo, un tricolore strappato dal petto da Ceccarini di Livorno nell’ormai celebre Juve-Inter 1-0 del 1997. E la fuga - mai digerita - verso Madrid dopo la disfatta-scudetto con Cuper il 5 maggio 2002.
Un talento globale e globalizzato. In connessione sentimentale con gli sponsor, che l’hanno seguito – investendo milioni – dagli esordi brasiliani. Il Fenomeno è stato l’arché dell’evoluzione dello show business attorno allo sport. Lui come Michael Jordan, prima di Beckham, Ronaldinho, ora Messi e Cristiano Ronaldo. Guadagnando visibilità e ricchezza. Rischiando sulla propria pelle. La caracollante discesa dell’aereo che lo riportava in Brasile dopo la finale mondiale persa dal suo Brasile a Parigi contro la Francia nel 1998 è una dei frammenti che avvolgono il nastro della sua avventura. Assieme alla sua immagine nello spot Nike con la maglia nerazzurra e gomme Pirelli al posto degli scarpini che rifaceva il verso alla statua del Cristo Redentore. E c’è un’immagine sfuggita agli occhi del mondo. La crisi epilettica ventilata e mai confermata negli spogliatoi del Saint-Denis prima della finale contro i Bleus. In campo vaga il suo fantasma. Deve giocare, c’è tutto il globo davanti alla tv. Lì gira la sua carriera. Aumentano i tormenti fisici, affacciatisi in tenera età. Legamenti crociati del ginocchio destro che saltano nella prima esperienza europea, al Psv Eindhoven. Pare che gli infortuni siano stati determinati dall’eccessivo lavoro in palestra cui fu costretto il diciassettenne Fenomeno in Olanda. Gli si montò un motore troppo pesante per la sua fragile carrozza. Che a Milano, dopo un anno senza stop al Barcellona, finisce in riparazione con la stessa frequenza delle sue doppiette. La coppia con Vieri – potenzialmente devastante – si vede poche volte. Per la fortuna degli avversari. Poi la rottura del tendine d’Achille. Il bis all’Olimpico pare scrivere la sentenza sulle scarpette al chiodo anticipate. Profezie smentite poi nella sosta di tre anni al Real Madrid. Capello lo considera il migliore. Non lo fa giocare perché Ronie si allena poco. E c’è quella storia del peso che lo perseguita anche al Milan, sino al terzo grave infortunio. Si riprende e chiude con l’Europa per il Brasile. Tradisce pure qui. Dal Flamengo, squadra degli esordi e per cui tifa, al Corinthians. Con gol e infortuni. Con l’ultimo gol segnato dai dolori.
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Questa storia che ha vinto un mondiale da solo e` un po' buffa, ma e` un'espressione che piace ai giornalisti. Il Brasile del 2002 aveva Rivaldo, Ronaldinho, Cafu, Lucio, Roberto Carlos e Gilberto Silva, tra gli altri e gioco` la finale contro una squadra molto ma molto debole. Diamo a Cesare quel che e` di Cesare. 15-02-2011 14:09 - Vito