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Michele Giorgio, inviato a Il Cairo
Aspettando il nuovo Egitto
Mubarak ha lasciato l'Egitto ed è negli Emirati arabi, no è passato per Abu Dhabi ma è ripartito per la Germania.
I media internazionali ieri facevano a gara nel riferire indiscrezioni sulla destinazione del raìs costretto venerdì scorso a dare le dimissioni dopo trent'anni di potere e a raggiungere la sua residenza di Sharm el Sheikh su pressione dei vertici delle forze armate, di fronte alle manifestazioni di protesta oceaniche contro il regime. Per il tedesco Stern, il presidente deposto si troverebbe negli Emirati arabi. Il Washington Post, invece, ipotizzava che dopo lo scalo ad Abu Dhabi, Mubarak abbia raggiunto la Germania. I media egiziani invece apparivano più interessati alle precarie condizioni di salute del raìs, dato addirittura in coma dal quotidiano Al Masry al Youm, e ai retroscena delle dimissioni escluse giovedì e presentate venerdì dal presidente, nonchè al ruolo deleterio svolto dal figlio Gamal che sarebbe l'autore degli scellerati discorsi letti dall'ex presidente in tv durante le proteste popolari. E' passata subito in secondo piano la «dichiarazione costituzionale» con la quale domenica il Consiglio militare supremo ha delineato la road-map della «transizione», che dovrebbe durare sei mesi e culminerà in elezioni presidenziali e politiche. Sono stati annunciati inoltre lo scioglimento del parlamento e la sospensione della costituzione che sarà emendata da un'apposita commissione. E i generali egiziani si sono impegnati di nuovo «ad applicare tutti i trattati e i patti internazionali di cui l'Egitto fa parte», rassicurando Israele e Stati uniti. In ogni caso Tel Aviv non ha mancato di far conoscere subito il suo «punto di vista». L' ex vice capo di stato maggiore e analista militare israeliano Uzi Dayan è stato netto nell'avvertire che tentativi dell' Egitto di modificare il trattato di pace con Israele potrebbero costituire un potenziale casus belli.
Per i comandi militari i protagonisti della «rivoluzione del 25 gennaio» hanno già ottenuto molto - a cominciare dall'uscita di scena di Mubarak - e in seguito vedranno soddisfatta la loro aspirazione ad un sistema politico più democratico e libero. A patto però che nel paese tornino la «stabilità» e la pace sociale, altrimenti le conseguenze saranno serie. L'ammonimento è giunto ieri con il «comunicato numero 5»: i vertici militari hanno messo in guardia dalle ripercussioni e dagli «effetti nefasti» degli scioperi e dei sit-in che si susseguono di lavoratori che chiedono aumenti salariali e migliori condizioni di vita. I generali affermano che le agitazioni in corso mettono a rischio la sicurezza del paese e favoriscono un clima nel quale «le menti responsabili» possono commettere «atti illegittimi» nel momento in cui la situazione «esige l'unificazione degli sforzi per portare la patria alla pace». L'obiettivo, ribadiscono, è di assicurare un «clima favorevole» al passaggio dell'amministrazione alle autorità civili ma, tra le righe dell'ultimo comunicato, lasciano intendere che se i lavoratori non ritorneranno alle loro occupazioni, la transizione verso la democrazia verrebbe congelata.
Negli ultimi giorni i movimenti di rivendicazione salariale hanno assunto proporzioni eccezionali. Ieri ai piedi delle piramidi hanno protestato i lavoratori del settore turistico egiziano, quelli che hanno risentito di più della crisi politica (il turismo rappresenta il 6% del Pil egiziano, 13 miliardi di dollari, 15 milioni di turisti nel 2010). Ma in piazza Tahrir al Cairo, dove la polizia militare ieri mattina ha sgomberato senza troppi complimenti gli ultimi presidi della rivolta, hanno sfilato centinaia di dipendenti del ministero dello sport e poi un migliaio di agenti di polizia in sciopero. Sono in agitazione anche una parte dei dipendenti dell'aeroporto del Cairo e centinaia di impiegati del Dipartimento delle antichità. Un clima che i militari potrebbero tollerare ancora per poco. «I vertici delle forze armate vogliono il ritorno alla calma, a richiederlo sono i settori trainanti dell'economia, come il turismo e il capitale finanziario. La grande imprenditoria ha subito abbandonato Mubarak e appoggia l'esercito, in cambio però vuole garanzie di stabilità», ha detto a il manifesto l'analista Nabil Abdul Fattah, che prevede nei prossimi giorni una diminuzione del livello della protesta o, in caso contrario, i comandi militari potrebbero usare il pugno di ferro. «Sono convinto che attraverso i media i militari rivolgeranno più di un invito ai lavoratori a rinunciare alle loro rivendicazioni. Se non otterranno risultati concreti non escludo l'uso della forza».
L'inesperienza è uno dei problemi più seri dei giovani protagonisti della rivolta che non sembrano avere una piena consapevolezza dei rischi che comporta il controllo militare del paese. Ciò è apparso evidente ieri quando una figura di spicco della «rivoluzione del 25 gennaio», il blogger e manager di Google per il Medio Oriente Wael Ghonim, ha dichiarato con enfasi di «essere soddisfatto» del modo in cui si è svolto l'incontro che ha avuto con alcuni rappresentanti del Consiglio militare supremo. «La lentezza nelle prese di decisione è nella natura dell'apparato militare - ha detto Ghonim - che però garantisce di prendere rapidamente quelle che avranno effetti positivi». Il blogger, evidentemente poco interessato alla condizione di milioni di lavoratori portati alla fame dalle politiche economiche del regime di Mubarak, ha affermato «la necessità del ritorno dei funzionari al loro lavoro e della ripresa della Borsa, per far sì che i turisti tornino nel paese». Poco prima il ministro delle finanze Samir Radwan aveva rassicurato gli imprenditori sulla continuità della politica economica.Il nuovo Egitto, per ora, assomiglia parecchio a quello vecchio.
- Quello che sta accadendo in Egitto e nei paesi arabi non è un semplice campanello, ma una campana d'allarme, che vale per qualsiasi paese del mondo .... le rivolte popolari sono come i terremoti, quando l'energia accumulata supera un certo limite, l'esplosione non può essere evitata ..... coloro che hanno in mano le redini, si ricordino che nulla e nessuno può fermare chi non ha niente da perdere..... 16-02-2011 14:41 - Cane sciolto
- spero per il popolo egiziano che non perda tempo ad pettinare le bambole ed a credere alla befana,se non vuole ritrovarsi un nuovo faraone con mrchio usa. 16-02-2011 08:04 - veleno
- Grazie per un commento non scontato come quelli attualmente in circolazione. Sembra in effetti che si sia solo al primo round di una lunga partita di cui per ora si conoscono solo i giocatori di una sola parte: borghesia egiziana e transnazionale, forze armate e apparato statale, intressi israeliani. Lo sbocco istituzionale come si lascia assai a desiderare: lo stato di emergenza trentennale continua; le elezioni tra 6 mesi sono preparate dal vecchio apparato e sono generali (non costituenti); gli emendamenti elaborati da una commissione ad hoc nominata dall'alto. Il grande movimento popolare dovrà articolarsi nuovamente se non vorrà perdere tutto di nuovo e lasciar andare certo folklore (i vanitosi blogger che entusiasmano tanto qui da noi). Mi aspetto che Michele Giorgio ci aggiorni su come questo accadrà (ad es.: nascita di nuovi sindacati) 15-02-2011 19:13 - almanzor
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