mercoledì 18 settembre 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale mercoledì 18 settembre 2013
ACQUISTA IL PDF
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
FUORIPAGINA
20/02/2011
  •   |   Immanuel Wallerstein
    A Dakar, mentre cadeva Mubarak

    Il Forum sociale mondiale (Fsm) è vivo e gode di buona salute. Si è appena tenuto a Dakar, in Senegal dal 6 all'11 febbraio. La stessa settimana in cui, per una coincidenza imprevedibile, il popolo egiziano è sceso in piazza contro Hosni Mubarak, riuscendo finalmente a detronizzarlo proprio mentre si teneva l'ultima seduta dell'Fsm. Al Forum l'intera settimana era trascorsa tra gli incoraggiamenti agli egiziani e le discussioni sul significato della rivoluzione tunisina e della loro per il progetto di creazione di un altro mondo possibile. Possibile, non certo.
    Al Forum hanno partecipato tra le 60.000 e le 100.000 persone, un numero di per sé notevole. Per tenere un evento del genere l'Fsm richiede la presenza di forti movimenti sociali locali (che in Senegal ci sono) e un governo disposto almeno a tollerarlo. Il governo senegalese di Abdoulaye Wade infatti era pronto a tollerare l'FSM, anche se tre mesi fa era già tornato indietro del 75 per cento rispetto alla promessa iniziale di finanziamento.
    Poi però ci sono stati i sollevamenti tunisini e quelli egiziani e il governo ha cominciato a tremare. E se la presenza dell'Fsm avesse ispirato analoghi moti in Senegal? Cancellare l'incontro non era possibile in considerazione dell'arrivo annunciato di Lula dal Brasile e di Morales dalla Bolivia, nonché dei numerosi presidenti africani previsti. E così il governo ha deciso di optare per il male minore. E ha cercato di sabotare il Forum. Lo ha fatto licenziando, quattro giorni prima dell'apertura dei lavori, il rettore della principale università nella quale il Forum si doveva tenere, e nominando un nuovo rettore che si è affrettato a ritirare il provvedimento con cui il suo predecessore aveva deciso di interrompere le lezioni in modo da rendere disponibili le aule.
    Il risultato è stato un gran caos organizzativo, almeno per i primi due giorni. Alla fine il nuovo rettore ha concesso 40 delle 170 aule necessarie. Intanto gli organizzatori avevano alzato le tende in tutto il campus, e l'incontro era andato avanti malgrado il sabotaggio.

    Ma il governo senegalese aveva ragione ad essere tanto spaventato? L'FSM stesso si è interrogato sulla propria rilevanza rispetto ai sollevamenti popolari nel mondo arabo e altrove, portati avanti da gente che proababilmente del Forum non aveva mai sentito nemmeno parlare. La risposta dei partecipanti rifletteva l'eterna divisione tra di loro. C'erano quelli che ritenevano che dieci anni di incontri dell'Fsm avessero contribuito significativamente a delegittimare il processo di globalizzazione neoliberale e che quel messaggio fosse penetrato ovunque. E poi c'erano quelli che ritenevano che i sollevamenti dimostrassero come le trasformazioni politiche si consumino altrove e non nell'Fsm.
    Quanto a me, nell'incontro di Dakar sono stato colpito da due cose notevoli. La prima, che nessuno o quasi abbia mai accennato al Forum economico mondale di Davos. Quando fu fondato l'Fsm nel 2001, fu proprio in funzione anti-Davos. Nel 2011, Davos sembrava ormai così privo di importanza politica che i presenti si sono limitati a ignorarlo.
    La seconda cosa che mi ha colpito è stato fino a che punto tutti sottolineassero la forte interconnessione dei temi sul tappeto. Nel 2001, l'Fsm era preoccupato soprattutto delle conseguenze economiche negative del neoliberismo. Ma in ogni incontro successivo ha aggiunto nuove preoccupazioni: le problematiche di genere, l'ambiente (in particolare i cambiamenti climatici), il razzismo, la salute, i diritti delle popolazioni indigene, le lotte operaie, i diritti umani, l'accesso all'acqua e la disponibilità di risorse alimentari ed energetiche. E improvvisamente a Dakar, indipendentemente dal tema dell'incontro, è balzata in primo piano l'interconnessione tra tutte quelle questioni. E questa, direi, è stata la grande conquista dell'Fsm: abbracciare un numero sempre maggiore di problematiche e diffondere tra la gente la consapevolezza della loro profonda interdipendenza.
    Tuttavia era avvertibile un rammarico di fondo tra i presenti. Giustamente è stato osservato che tutti sapevamo bene contro cosa ci schieravamo ma che avremmo dovuto mettere sul tavolo più chiaramente ciò per cui vogliamo combattere. E questo potrebbe essere il nostro contributo alla rivoluzione egiziana e alle altre che verranno, dappertutto.
    Il problema è che rimane un disaccordo irrisolto tra coloro che vogliono un mondo diverso. Ci sono quelli che credono che sia necessario maggiore sviluppo e modernizzazione per permettere una più equa distribuzione delle risorse. E ci sono quelli che credono che sviluppo e modernizzazione siano la maledizione della civiltà capitalista, e che si debbano ripensare le premesse di base del mondo futuro, per quello che definiscono un cambiamento di civiltà.
    Quelli che si battono per il cambiamento di civiltà lo fanno sotto vari ombrelli. Ci sono i movimenti indigeni delle Americhe (e non solo) che dicono di volere un mondo basato sul «buen vivir» - definizione latino-americana -, ovvero un mondo basato su valori buoni, un mondo che chiede di rallentare una crescita economica illimitata che, argomentano, il pianeta è troppo piccolo per sostenere.
    Se i movimenti indigeni incentrano le loro richieste sull'autonomia per controllare i diritti sulla terra nelle loro aree, in altre parti del mondo ci sono i movimenti urbani che sottolineano come la crescita illimitata stia portando al disastro climatico e a nuove pandemie. E poi ci sono i movimenti femministi che sottolineano come la crescita illimitata sia legata al mantenimento del sistema patriarcale.
    Questo dibattito sulla «crisi di civiltà» ha grandi implicazioni per il tipo di azione politica che sottoscrive e per il ruolo che i partiti della sinistra che vogliono andare al governo dovrebbero svolgere nella trasformazione globale in discussione. Non sarà facile trovare una soluzione, ma si tratta certamente di un dibattito di importanza cruciale per il prossimo decennio. Se la sinistra non sarà in grado di risolvere il disaccordo su un tema chiave come questo, allora il collasso dell'economia capitalistica mondiale potrà portare al trionfo della destra nel mondo e a un nuovo sistema-mondo ancora peggiore di quello attuale.
    Al momento, tutti gli occhi sono concentrati sul mondo arabo, per capire fino a che punto gli sforzi eroici degli egiziani trasformeranno la politica in quel mondo. Ma la scintilla della ribellione può scoppiare ovunque, anche nelle regioni più ricche d'Europa. Dunque per ora un qualche ottimismo è giustificato.
          (Traduzione di Maria Baiocchi.
          Copyright by Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global)


I COMMENTI:
  • Sono l'altro Riccardo. Quello che esprime gli stessi concetti del mio omonimo ma con frasi piú comprensibili, tipo: il FSM é da anni sterile, una valvola di sfogo per i diseredati della terra prodotta da un elitismo di pacifinti tanto innocuo e vago quanto funzionale al capitale, che infatti se la ride. Ci andrei poi molto cauto a dare il merito ai FSM dei processi storici in atto in Venezuela, Bolivia, Ecuador, ecc.. oltre ad essere realtá molto diverse fra loro sono Paesi in cui la costruzione di una vera democrazia é ancora lontana. Il paradigma dei FSM é proprio Marcos, tanto deludente proprio per le aspettative che aveva generato, perso in un elitismo onanista e ormai abbandonato dai suoi stessi campesinos che aveva trasformato in EZLN. 21-02-2011 23:49 - Riccardo
  • Mi pare di capire dal ragionamento di Balassone che la teoria è buona quando non diventa "sistema", che peraltro significa interconnessioni, complessità: inevitabili analiticamente, a meno che non vogliamo tornare allo strumento semplificatorio insito nell'"idealtipo" weberiano. Teoria come sistema equivale necessariamente a teleologia? Non credo: é una vecchia obiezione, anche popperiana, al marxismo.Qui, nello scritto di Wallerstein, non vedo ombra di teleologia. Io non sono un orfano piangente della teoria sistematizzante, non sono per la "reductio ad unum", conosco il carattere mistificatorio dell'universalismo occidentale: decisamente opto filosoficamente per il "multiversum" di Ernst Bloch. Mi pare che, in questo quadro, la ripulsa (mia) dei concetti di "sviluppo", di "crescita" e di "modernità" abbiano piena cittadinanza. 21-02-2011 21:30 - giacomo casarino
  • Io ancora sto aspettando un intervento di Valentino Parlato (che se non erro è nato a Tripoli) sulla mattanza libica. 21-02-2011 21:18 - Ernesto
  • Caro Giacomo, e’ davvero curioso che sottolineare l’inevitabile inadeguatezza della teorie come sistemi totalizzanti provochi negli intellettuali di pressoche’ ogni estrazione e ideologia una reazione di difesa della teoria in quanto tale. Non ho sostenuto l’eliminazione della teoria (una posizione che sarebbe quanto meno autolesionista per un teorico di professione), ma al contrario ho imputato al buon Immanuel (che almeno a differenza di molti difende apertamente il suo approccio teleologico) di rimpiangere l’universalismo a priori del suo piu’ famoso omonimo di Konigsberg. Mi pare invece che proprio l’esperienza dei Forum Sociali Mondiali e locali con la loro pluralita’ di pratiche reclami la compresenza di una pluralita’ di approcci e contributi teorici. Sull’orizzonte dell’universalismo totalizzante delle varie modernita’ (e postmodernita’) questo pluralismo appare come un eclettismo supplementare ad una identita’ comune perduta (o non ancora realizzata). Mi piacerebbe che molti dei miei colleghi, invece di elaborare il lutto per l’assenza di questa identita’ fantasmatica, si dedicassero all’elaborazione di strumenti teorici adeguati all’obiettivo di estendere la partecipazione democratica e di costruire comunanze, e che quindi non reiterino sotto nuove spoglie il riduzionismo gerarchico e autoritario del pensiero moderno. 21-02-2011 18:55 - Riccardo Baldissone
  • C'é chi ama pontificare solo per dar sfogo ai propri preconcetti, senza sapere bene di che cosa straparla, come il signor Riccardo (o sono due omonimi?). Tanto è stata vacua la scadenza di Dakar che i rappresentanti delle rivoluzioni tunisina e egiziana l'hanno individuata come referente politico, discutendo tra loro e con altri per una decina di ore. Nessuno vuol mettere il cappello su alcunché. Ma può/possono i signori Riccardo credere veramente che i vari incontri del Forum Mondiale a Porto Alegre siano stati inifluenti nei confronti dell'evoluzione politica e sociale di Bolivia, Ecuador, Paraguay, Uruguay e per lo stesso Brasile? L'incontro di Dakar è stato tanto capitalisticamente compatibile che, come informa (e noi a Dakar già lo sapevamo) Wallerstein, il governo di destra del Senegal ha fatto il possibile per boicottarlo e cercare di impedirlo. Riguardo al primo Riccardo, mi preme rilevare che una qualche teoria (orientamento per l'azione) deve essere prodotta o adottata dai movimenti rivoluzionari, pena il loro decadere in rivolte inconcludenti e destinate alla sconfitta. Un conto é concepire la rivoluzione come lo sviluppo progressivo/superamento lineare della società capitalistica (come finora si è pensato e praticato), un altro conto è pensare la rivoluzione come il rovesciamento della modernità (presa d'atto dei limiti ambientali, delle risorse ecc.). La linearità degli "stadi di sviluppo " non è stata del resto praticata dalle rivoluzioni cinese e cubana, che secondo la vulgata marxista/staliniana, avrebbero dovuto, prima dello sbocco socialista, sviluppare la fase capitalistica che fin ad allora era mancata in quei Paesi. Come si può vedere, non c'è necessariamente una gabbia entro la quali i movimenti debbano essere costretti e imprigionati. 21-02-2011 15:54 - Giacomo Casarino
  • Mi da l'impressione di un ingenuità disarmante questo Wallerstein. Ma non mi stupisce. Quasi certamente io stesso, durante alcuni di questi primi forum globali, oramai 20 anni or sono, condividevo questa visione diciamo ottimista.

    Ma son appunto passati 20 anni. Anche perché invecchiato, e forse meno ingenuo d'allora, devo dire che “el buen vivir”, di cui il principale promotore è Morales, mi sembra abbia dimostrato quello che è realmente (ed è ahimè sempre stato): il “buon vivere” di una nuova classe di oligarchi, se volete anche “indigeni” (ma solo quechua e aymara: le altre 34 etnie boliviane ne sono escluse) di nuovi, ma anche riciclati, burocrati, di ricchi, privilegiati, assolutamente alieni a qualsiasi concetto dei buoni valori elencati da Wallerstein.

    Che dirà Wallerstein del buon vivir in Bolivia? “Gasolinazo” a natale (quasi +100% dei combustibili. Si badi: nel paese della “nazionalizzazione”), poi rientrato per le proteste della stessa base elettorale del partito di governo.

    “Azucarzazo”...da mesi un paese esportatore di zucchero da decenni è costretto ad importare zucchero. Il distributore statale ha aumentato il prezzo del 100% in pochi mesi, ma lo zucchero non si trova ancora...eccetto naturalmente nei depositi dei membri del governo, appunto, del “vivir bien (addirittura la ex-ministra, aymara, responsabile del settore, una volta lasciato il posto, si è scoperta vendendo zucchero sottobanco, avuto non si sa come, a prezzi di speculazione) http://www.laprensa.com.bo/noticias/10-2-2011/noticias/10-02-2011_11124.php.

    Ma forse la prova più importante dell'ingenuità di Wallerstein sta in questa foto: http://eju.tv/2011/02/el-gobierno-de-morales-bate-record-historico-de-conflictividad/
    Viene da El Alto, il bastione elettorale di Morales con quasi il 90% dei voti solo poco più di un anno fa. 21-02-2011 02:14 - pedro navaja
  • La descrizione che Wallerstein ci fornisce del FSM rivela anche l’impasse teorico della sinistra mondiale. In entrambi i casi, il problema non e’ la dicotomia tra modernizzatori critici e critici della modernizzazione, ma l’aspettativa (condivisa da Wallerstein) di una convergenza su una chiave di lettura comune che preceda i processi di partecipazione e trasformazione democratica. Questa chiave preventiva, che ha efficacemente giustificato sotto forma di teoria politica i poteri costituiti e costituenti degli ultimi quattro secoli, si e’ rivelata disastrosamente controproducente nei confronti di qualsiasi prassi democratica, ridotta a mero campo di applicazione della teoria. Pensare la differenza come handicap, o la comunanza come condizione della politica e non il risultato possibile di processi di costruzione democratica e’ ancora il gravame di molti teorici del FSM e della sinistra in generale.
    L’articolo di Wallerstein e’ un ulteriore esempio di come sia la teoria politica a non tenere il passo della prassi, e non vice versa. 20-02-2011 19:44 - Riccardo Baldissone
  • Mentre le masse arabe cambiano la storia in tutta la regione a Dakar annaspano i rimasugli di Porto Alegre che non contano più del due di coppe quando la briscola é bastoni. Chiamano l'innocua vacuitá che sprigiona dalle loro adunate “un altro mondo possibile”. Sono le quinte colonne del capitalismo "compatibile" amici del fasullo sub-Marcos (politicamente muerto). Ora vogliono mettere il cappello sulla rivoluzione araba. Disarmata e nonviolenta dicono. Come se le centinaia di morti e la resistenza dura agli squadristi di regime fossero trascurabili. Ma fateci il piacere.. 20-02-2011 16:40 - Riccardo
I COMMENTI:
INVIA UN COMMENTO
* richiesto
Nome   *
E-mail  
Immagine CAPTCHA per prevenire lo SPAM
Se non riesci a leggere la parola, clicca qui.
Codice   *
Commento   *
 
INDICE
freccia
ottobre 2011 [ 106 ]
freccia
freccia
agosto 2011 [ 112 ]
freccia
luglio 2011 [ 111 ]
freccia
giugno 2011 [ 129 ]
freccia
maggio 2011 [ 132 ]
freccia
aprile 2011 [ 100 ]
freccia
marzo 2011 [ 99 ]
freccia
freccia
gennaio 2011 [ 100 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2010 [ 62 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
STREET POLITICS Giuseppe Acconcia
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
ANZIPARLA Giulia Siviero
freccia
  • La foto
    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
SERVIZI