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s.d.q.
Gheddafi: «Non mollerò, piuttosto morirò da martire»
Il colonnello Muammar Gheddafi, di cui la tv Al Arabyia (la concorrente di Al Jazeera con sede nel Dubai) aveva più volte annunciato un discorso, è infine apparso alla televisione statale libica e ha parlato. A lungo.
Ha parlato mentre Tripoli, per il secondo giorno, è descritta come un sanguinoso campo di battaglia e all’aeroporto ci sono file interminabili degli stranieri in attesa di un volo che li porti via dall’inferno libico.
Ripreso outdoor, di fronte alle macerie provocate dall’attacco con cui il presidente Usa Reagan provò a liquidarlo nell’86 (sotto le bombe rimase uccisa una sua figlia adottiva) – una scelta già di per sé simbolica -, il leader ha usato toni forti, aggressivi, di sfida, in certi casi assai minacciosi. Dice che lui non mollerà né se ne andrà, che se necessario morirà «da martire», ha rivendicato i suoi meriti e le differenze fra la rivolta libica e quelle tunisina ed egiziana, ha attaccato la comunità internazionale e le tv straniere, ha discolpato «i giovani» che si sono uniti alla rivolta sotto l’influsso «di droghe» e di persone «malvage» definite «mercenari», ha lanciato l’anatema sui «maledetti» che seminano zizzania in Libia, ha negato di aver usato la violenza nel reprimere la rivolta e ha minacciato di «ripulire la Libia casa per casa».
Dopo l’intervento televisivo del figlio Saif al-Islam di domenica notte, Gheddafi era apparso brevemente in tv già lunedì sera, ma solo il tempo di smentire le voci che lo volevano già in fuga verso il Venezuela di Chavez. Ha detto di più. «Sono un guerriero beduino che ha portato gloria alla Libia e morirà come un martire»; «Non sono il presidente, sono il leader della rivoluzione» per cui non mi dimetterò né abbandonerò il campo «come hanno fatto altri» (il tunisino Ben Ali e l’egiziano Mubarak); «Questo è il nostro paese, il paese dei nostri antenati, non lasceremo che lo distruggano»; i giovani che protestano «hanno cercato di imitare» quel che è accaduto in Tunisia e in Egitto, ma la Libia non è la Tunisia e l’Egitto; «non sono colpevoli» ma fra i manifestanti ci sono «mercenari» e gente «malvagia» che distribuiscono «soldi e droga» ai giovani e che hanno coperto di vergogna i loro clan e le loro famiglie; quelli che «si sono alzati in armi contro il paese pagheranno con la vita»; la comunità internazionale (con particolare citazione a Italia e Stati uniti) e le tv straniere hanno distorto la realtà delle cose e «lavorano per il diavolo». Infine l’ultimo appello, il più disperato: «Se amate Muammar Gheddafi, uscite fuori e assicurate la sicurezza delle strade», «ripulite la Libia casa per casa».
Si vedrà nelle prossime ore e nei prossimi giorni se le parole di Gheddafi, molto diverse – più orgogliose e dignitose – di quelle di Mubarak e Ben Ali sono solo parole o davvero il «guerriero beduino che ha portato gloria alla Libia» sarà pronto a «morire come un martire», anziché fuggire in qualche rifugio dorato all’estero.
Militarmente, forse, la guerra è ancora aperta ma politicamente il regime gheddafiano sembra aver perso la partita. E per Gheddafi sarà difficilissimo evitare di essere il terzo di una lista destinata (sperabilmente) ad allungarsi, magari uscendo di scena in modo più dignitoso degli altri due.
Per il secondo giorno consecutivo la guerra è continuata a Tripoli, anche se il blocco delle informazioni e i tentativi di ostacolare le comunicazioni attraverso il telefono e internet (l’unica a resistere è Al Jazeera), rendono quasi impossibile verificare la veridicità delle informazioni, spesso dovute ai settori dell’opposizione anti-gheddafiana all’estero che, dopo molti anni in cui ha avuto poco spazio e poca credibilità, ora vede avvicinarsi l’ora del riscatto (e della vendetta).
Al Jazeera afferma che sono ripresi i bombardamenti dagli aerei e dagli elicotteri su diversi quartieri di Tripoli, e anche i raid dei «mercenari» (spesso iedntificati come «negri»: forse i miliziani africani della «legione islamica» di Gheddafi) che percorrono le strade della capitale a bordo di 4x4 e sparano a vista. Anche il numero dei morti impazza: Human Rights Watch parla di una sessantina, a Tripoli da domenica notte, e di 233 in tutta la Libia da giovedì scorso quando la rivolta è cominciata nella indocile Cirenaica, la regione orientale. Ma in questi due giorni le vittime sono salite, secondo altre fonti poco controllabili, a «centinaia», ieri addirittura a «mille».
Le città della Cirenaica sono nella mani dei rivoltosi, a cominciare da Bengasi, dove esercito e polizia sono spariti dalle strade (o si sono uniti ai rivoltosi) e l’ordine pubblico è gestito da gruppi di civili armati. I rivoltosi sembra controllino anche il delicatissimo confine con l’Egitto, che ha rinforzato la frontiera. L’aeroporto di Bengasi è distrutto e uscire dalla città, per gli stranieri che vi sono intrappolati (fra cui anche italiani) è difficile perché è assolutamente sconsigliabile viaggiare per strada.
Anche a Tripoli si sta cercando di organizzare un piano per l’evacuazione degli stranieri e all’aeroporto stazionano interminabili file in attesa. La situazione è ancora molto fluida e per questo ancor più pericolosa.
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Come Berlusconi arriverà fino in fondo e la Libia come l'Italia conosceranno l'orrore di una guerra civile.
Il beduino ha tanti morti nascosti nei suoi armadi fatti di tenda.
Così anche Berlusconi che dalla P2 che ci fa vivere una vita di sangue e di sacrifici.
Tutti e due sono legati da una grande amicizia.Berlusconi discepolo e il colonnello gran capo.
Berlusconi bacia la mano al bediuno,non viceversa.Abbattuto il bedù,sarà facile abbattere il suo discepolo.
L'Italia ha avuto con il bedù un padrone tirannico e anche un pò bastardo.
Quando stava alla Fiat,gli operai cominciavano a protestare per i primi tagli al salario.
Il bedù ha proprietà per tutta la penisola e vanta suoi uomini in diversi consigli di amministrazione.
In sostanza noi italiani abbiamo tre padroni,uno è il bedù,pòi viene Berlusconi e infine c'è la mafia che anche lei vanta parecchie persone all'interno dei consigli ..
Oggi anche in Italia ci vuole una rivoluzione.Bisogna mandare nel deserto questi padroni e ridare il paese alla gente onesta.
Non è fantascienza se domani la gente scende in piazza e fa lo stesso che a Tripoli.
E' utopia pensare che tutto rimanga così,quando il mondo è già esploso.
Quello che è successo nel nord Africa è uguale alla caduta del miro di Berlino.
Fine di un sistema corrotto del capitalismo imperialista guidato da gente di questo tipo! 23-02-2011 09:33 - mariani maurizio
Gheddafi ASSASSINO !
Per chi vuole partecipare a questa iniziativa di protesta spontanea lascio l'indirizzo e-mail dell'ambasciata libica: info-ambasciata@amb-libia.it 22-02-2011 23:07 - Enrico Monzatti
il collettivo proletario popolare è con te! 22-02-2011 21:02 - roby56