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Daniela Preziosi
Il «milleguai» verdepadania
L'hanno deluso in fretta, torna già sui suoi passi, dagli scranni delle 'responsabili' stampelle del governo tuona ruggisce e minaccia, l'ex Idv Domenico Scilipoti, uno dei protagonisti della tenuta di Berlusconi lo scorso 14 dicembre: se nel maxiemendamento che da ieri sera ha sostituito il testo del milleproroghe, e sul quale stasera la Camera voterà la fiducia, c'è ancora la norma salva banche, voterà no alla fiducia. Forse.
Scilipoti è solo il più folkloristico dei tanti delusi. La provincia di Milano minaccia di ritirarsi dall'Expo. Le banche si augurano che le norme sui loro crediti d'imposta resistano, e sono 'auguri' che sanno di avvertimento. Va così tutto il pomeriggio ieri a Montecitorio. Il governo e la maggioranza trattano senza tregua per scrivere quel testo che il presidente Napolitano ha già considerato «in contrasto con la Costituzione» in molte parti, e comunque zeppo di provvedimenti che non c'entrano niente. Del resto era il tram su cui si onoravano molti dei «pagherò» firmati proprio in occasione della fiducia di dicembre. Alla fine nel nuovo testo resistono tenacemente le richieste della Lega, cadono come birilli quelle di chi non è fondamentale per la tenuta in vita del governo (che nel frattempo ha reimbarcato molti transfughi del Fli, ed altri ne aspetta). Ai parlamentari del Mezzogiorno, anche di maggioranza, i conti non tornano.
A ora di pranzo il ministro dell'Economia Tremonti, dopo essere salito al Colle per parlare con Napolitano (formalmente di G20) alla Camera annuncia i provvedimenti per fingere di accettare le richieste del Colle: salta il blocco delle demolizioni di Napoli (si torna al primo testo del Senato, stop alle ruspe ma per meno tempo), salta la proroga delle concessioni dei contratti nella zona dell'Etna. Fra gli enti lirici, i soldi vanno solo al Nord: l'Arena di Verona e la Scala di Milano. La Roma di Alemanno perde tutto: salta la norma sugli immobili acquisiti a seguito di esproprio e l'aumento degli assessori e dei consiglieri del Comune, sul quale il sindaco (ora schiumante) puntava per puntellare il suo traballante mandato. Quanto alla norma salva-banche, resta il principio che «la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa», ma «in ogni caso non si fa luogo alla restituzione degli importi già pagati».Salta la riorganizzazione della Consob (e qui le opposizioni tirano un sospiro di sollievo). Salta l'assunzione per Provincia, in rapporto con l'ultima sentenza della Corte Costituzionale (ma la ministra Gelmini assicura che gli uffici cercano già una nuova soluzione). La norma sull'incrocio tra tv e giornali resta fino a fine 2011 (e non 2012); salta la proroga della presidenza dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Per i clienti del governo è un'ecatombe. Bisognerà inventarsi qualcos'altro.
Alla Camera intanto va in scena la confusione dell'esecutivo. Alla ripresa pomeridiana il presidente Fini chiede ripetutamente qual è la proposta del governo, e i rappresentanti in aula si impaperano. La verità è che in mattinata, nel Comitato dei 18, cioè le commissioni Bilancio e Affari Costituzionali, un testo condiviso non si è trovato. Né la mediazione con l'opposizione, che annuncia «ostruzionismo» (così Dario Franceschini). Ma è un ostruzionismo che non ostruisce un gran ché: primo, perché il consiglio dei ministri conferma che ci sarà il voto di fiducia. Secondo perché è nelle prerogative del presidente della Camera bloccare un dibattito se mette a rischio l'approvazione di un decreto in scadenza. E il Pd non ha nessuna voglia di costringere il futuribile alleato Fini a zittirli. Le pregiudiziali di costituzionalità vengono respinte, di misura. Alle otto di sera la trattativa sembra finita: arriva il maxiemendamento. Stamattina il governo ha posto la questione di fiducia, che si voterà domattina. Poi toccherà al voto del decreto, entro venerdì, in modo che entro sabato pomeriggio il Senato voti il sì definitivo.
La marcia è a tappe forzate, ma sulla carta non ci sono inciampi. Almeno non dalle opposizioni, che pure accusano il Pdl di avere sostanzialmente ignorato i 'paletti' di Napolitiano. «Quello che vediamo sono solo divisioni e confusione mentale e politica. Non si aspettino titubanze da parte nostra. Combatteremo con tutti gli strumenti a nostra disposizione», annuncia Pier Luigi Bersani. E tuttavia il Pd non si metterà troppo di traverso perché proprio il Colle ha raccomandato - lo ha scritto nella lettera che ha mandato martedì ai presidenti delle Camere - di approvare il testo.
- Sembra di stare in un paese del quarto mondo o di essere tornati allo stato papalino. Raccapricciante. 24-02-2011 22:33 - Murmillus
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