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FUORIPAGINA
25/02/2011
  •   |   Maurizio Matteuzzi, inviato a Tripoli
    A Tripoli, nei gironi del caos e della paura

    Brutta partenza, brutto arrivo, brutta accoglienza, brutte sensazioni. Anche se per ora, appena arrivati, si può parlare solo di sensazioni, di impressioni superficiali che andranno - nei limiti del possibile - verificate.
    In partenza da Fiumicino, ieri mattina, la scoperta che i due voli dell'Alitalia sono stati cancellati. Poco male, altro volo un po' più tardi con la compagnia libica della Afriqiya, il cui aereo arriva pieno zeppo da Tripoli e riparte semivuoto per Tripoli: 38 passeggeri in tutto (fra cui noi, nove giornalisti italiani).
    L'arrivo a Tripoli, dopo un'ora e un quarto, è tranquillo. Intorno alla città tutto sembra a posto, non si vede traccia, dall'alto, di movimenti strani, di quella specie di assedio da parte dei rivoltosi anti-Gheddafi (chi, poi? Milizie tribali? Civili in armi? Settori dell'esercito passati dall' «altra parte»), né dei militari che il Colonnello, trincerato nella sua caserma di Bab Azizya, dicono avrebbe schierato intorno alla città. Solo le solite voci incontrollate che si diffondono in un battibaleno per poi ritrovarsi prive di fondamento?
    L'arrivo all'aeroporto è traumatizzante. Sulle piste pochi aerei. Della Turkish, della Jordanian, dell'Air Malta, della Egypt Air, della Tunis Air, qualche C130 militare di alcuni paesi, ma nessun aereo passeggeri «occidentale». Dentro, nelle sale d'imbarco, file enormi in attesa trepida di imbarcarsi.
    Ma è entrando nella hall dell'aeroporto che fa impressione: un enorme, unico, continuo bivacco di migliaia di persone che aspettano. Donne velate e no, bambini, uomini, che evidentemente sono lì da giorni, e aspettano, accampati alla meglio su coperte stese in terra.
    Poi militari e poliziotti che li tengono a bada e impediscono di filmare e fotografare (uno del nostro gruppo che si provava a farlo di nascosto si è visto requisire immediatamente la sua telecamera), civili che cambiano al nero gli euro in lire libiche a un cambio per così dire vantaggioso (per loro) perché tanto non ci sono banche o cambiavalute aperti. I rappresentanti libici che dovevano venirci a prendere non si vedono, forse si sono persi anche loro in quella calca immane, e noi siamo praticamente gli unici che si aprono la strada controcorrente, verso l'uscita.
    E fuori, sul piazzale dell'aeroporto, lo schock è ancora più crudo: migliaia di persone che si accalcano, anch'esse accampate su tappeti, coperte, stuoie, materassi che poi, ammucchiati e abbandonati con scarpe, pentole, abbigliamento vario, valigie vuote, restano sul terreno. In genere devono essere accampati e divisi per nazionalità: c'è una bandiera turca, altre bandiere di paesi africani e asiatici, sono gli stranieri che lavoravano qui in Libia prima che il vento del Maghreb investisse anche la Jamahiya del colonnello Gheddafi. E' quasi una scena dantesca, che forse ricorda l'esodo da Saigon quando gli americani persero la guerra del Vietnam o, più di recente, il drammatico esodo dei kosovari serbi da Pristina quando le truppe Nato entrarono a sancire la vittoria dell'Uck.
    Senza le nostre guide libiche, che fare? Dopo lunghe trattative, troviamo tre macchine, 20 euro a testa o giù di lì, 200 euro per portarci dall'aeroporto in città. I cellulari non funzionano, ci vuole un chip libico ma i negozi sono chiusi. Si prova con i satellitari, che a volte prendono a volte no. No, niente satellitari in vista, dice il nostro autista. Poco traffico ma sullo stradone principale verso il centro, un po' di traffico c'è. A un certo punto ci fermano, sono dei civili alcuni con il kalashnikov, che ci fanno scendere con le brutte. Giù tutti, in uno spiazzo di fianco alla strada. Sono per nulla amichevoli e molto nervosi. Fabrizio Caccia, del Corriere della sera, prova a sventolare il passaporto e dire: siamo italiani. Italiani?, dice a muso duro quello che sembra il capo, con il kalashnikov in spalla, e gli molla uno schiaffone violentissimo trascinandolo poi dentro una specie di garitta lì vicino, dove gli rifila un calcio e dove, dice, dobbiamo entrare tutti. Noi ci sforziamo di dirgli che siamo embedded, che è il governo libico che ci ha fatti venire in Libia, quasi invitati, gli mostriamo i passaporti con i visti stampigliati dell'ambasciata della Jamahiryia a Roma. Oltre ai passaporti, il tipo ha preso anche tutti i satellitari, mentre gli altri rovistano nei bagagli rimasti in macchina. Poi fa una telefonata e torna più calmo. Ok, potete andare. Restituisce passaporti e satellitari, nulla manca, nulla è stato toccato, dà perfino una pacca sulla spalla al povero Caccia, che si massaggia una guancia dolorante. Via in tutta fretta perché intanto si fa buio e non è per nulla consigliabile restare in giro col buio. Così finiamo all'hotel Corinthia, il più lussuoso e caro di Tripoli, e come tale il più sicuro. Speriamo.
    Non è successo nulla di particolarmente grave, uno schiaffo non ha mai ammazzato nessuno, ma la prima sensazione è stata brutta. Quasi di fine partita. Embedded ma soli. Vedremo oggi se e come ci si potrà muovere e lavorare qui a Tripoli e se, come ha detto ieri il colonnello Gheddafi nel suo terzo intervento in tre giorni, questa rivolta o questa guerra è soltanto «una farsa» provocata dagli agenti di bin Laden, e se ha ancora in mano almeno la capitale del paese, come la decisione di «aprire» ad alcuni giornali e giornalisti italiani farebbe pensare.


I COMMENTI:
  • Coraggio,
    grazie per la cronaca. 25-02-2011 16:11 - Vito
  • In quell'aereoporto si può vedere la fine ingloriosa di un regime.
    Forse non è una stupidaggine pensare che Berlusconi porta iella!
    Con tutti quelli che ha avuto a che fare, o sono morti o stanno dentro delle gallerie ad aspettare come topi di essere schiacciati.
    Mi sa che Berlusconi,porta proprio iella.Avete visto,da quando gli ha baciato la mano e gli ha mandato le squadriglie aeree a festeggiarlo,tutto gli è precipitato in testa.Dicono al parlamento che quando vedono Bewrlusconi,maggioranza e opposizioni si danno una bella ravanata nei pantaloni.
    Solo ieri aveva ammirato Mubarak per la sua longeva regnanza e subito è dovuto scappare come un ladro.
    Per me,Berlusconi porta sfiga.
    Io per previdenza,ogni volta che lo vedo mi gratto! 25-02-2011 15:47 - mariani maurizio
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