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Luisa Betti
Bambini (e mamme) dietro le sbarre
“Mi viene da piangere, non ci posso pensare. Sono 18 anni che portiamo questi bambini all’asilo tutti i giorni, speravo che non saremmo più andati a prenderli in carcere e invece eccoci qua, adesso sarà peggio di prima”. È con tono deluso e amareggiato che risponde al telefono Leda Colombini, presidente dell’Associazione Roma, Insieme che da sempre si occupa dei piccoli in carcere con le mamme. “La modifica per cui una mamma con un bambino fino a 6 anni non entra in carcere è ottima – continua Colombini parlando del testo passato alla Camera la scorsa settimana e ora al vaglio del Senato - ma bisogna vedere come si sviluppa il resto, perché l’aver tralasciato il problema delle donne che la legge Finocchiaro non aveva risolto, è gravissimo: il problema riguarda le recidive e le senza fissa dimora, e quindi rom, straniere e tossicodipendenti che entrano e escono dal carcere con i bimbi e che non possono usufruire delle misure alternative”.
Per l’attuale legge italiana una donna incinta, o con un bambino fino a 3 anni, che debba scontare una pena detentiva o che sia in attesa di giudizio, può usufruire di norme eccezionali: il giudice può concedere la detenzione domiciliare o far scontare la pena in casa famiglia, affinché la crescita del piccolo non sia turbata. A patto però che la donna abbia alcuni requisiti, ad esempio una dimora fissa, e che non sussista il pericolo di reiterazione dei delitti o di fuga. Altrimenti la donna sconta la pena in una struttura carceraria con la facoltà di portare con sé il bambino il quale, al compimento del terzo anno di età, uscirà e, nel caso non abbia parenti o tutori, verrà affidato a un istituto o sarà dato in adozione. Nella video-inchiesta “Il carcere sotto i tre anni di vita”, realizzata da chi scrive qualche tempo fa e andata in onda lo scorso anno su Rainews24, Lucia Zainaghi, direttrice del Carcere femminile di Rebibbia a Roma, sottolineava situazioni di grave depressione delle detenute madri, piegate dal forte senso di colpa non solo verso i bambini che avevano in carcere, ma anche verso quei figli, ancora piccoli, che avevano lasciato a casa. “Lo stato psicofisico delle madri – diceva Zainaghi - spesso si rispecchia nel disorientamento dei figli, e il grande senso di umiliazione e vergogna nei confronti di questi bambini è alternato al forte desiderio di ricominciare una vita nuova proprio per evitare di riportare i piccoli in carcere e di dover abbandonare il resto del nucleo familiare”. Il dato evidente era che queste detenute erano nella quasi totalità rom o straniere, in carcere prevalentemente per furto o rapina, consumo e spaccio di stupefacenti, o per prostituzione.
“Qui è da tempo che non vediamo più donne italiane con i loro bimbi, il problema era già stato risolto con la Legge Finocchiaro”, spiega oggi Eugenia Fiorillo, educatrice nel Carcere femminile di Rebibbia, confermando che la situazione non è cambiata. “Quello che bisognava risolvere – continua - era appunto la massiccia presenza di senza fissa dimora e di recidive, ovvero nomadi e straniere che, in quanto tali, non possono accedere alla detenzione domiciliare e che quindi vengono in carcere portando con sé bambini anche piccolissimi”. Il nuovo testo di legge, qualora passi al Senato, alza il tetto dell’età del bambino, per cui per una donna con prole fino a 6 anni “non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere”, ma ribadisce “salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza” senza specificare quali. “Questo testo lascia nel vago alcuni punti cruciali - dice Maria Cristina Cerrato, avvocato penalista di Differenza Donna - come la clausola esigenze cautelari che ovviamente si riferisce a un problema di sicurezza, ma che alla fine lascia la decisione alla discrezionalità dei giudici i quali, se vogliono, possono decidere di non concedere la norma eccezionale anche se c’è un bambino molto piccolo”.
Infine il testo licenziato alla Camera recita che, ove la donna non possa usufruire della detenzione domiciliare, “se la persona da sottoporre a custodia cautelare sia donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri, ove le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza lo consentano”. Ovvero non solo ribadisce la discrezionalità del giudice con quel può (e non deve) e con le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, ma mette in campo le Icam, appunto gli Istituti di custodia attenuata per mamme, gestite sempre dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) in cui le guardie carcerarie sono in borghese e le detenute hanno spazi più agevoli. Anche se esiste un problema: di questi istituti in Italia ne esiste solo uno a Milano, per il resto bisogna aspettare il 2014 perché devono ancora essere costruiti, e quindi “le disposizioni introdotte dal presente articolo si applicano nei limiti dei posti disponibili”. E nel frattempo queste donne con i figli piccoli dove vanno? Probabilmente in carcere come adesso o, dove la norma lo permetta, in case famiglia protette che dovranno comunque essere valutate in termini di “sistemi di sorveglianza e di sicurezza” dallo stesso Ministro della Giustizia il quale dovrà fare un decreto con una lista di riferimento ove risultino idonee a ospitare le detenute; e tutto ciò sempre che non sussista “un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti o di fuga”. Pericolo che riguarda appunto le recidive, per lo più rom che per furto entrano e escono dal carcere, e che ancora oggi costituiscono la gran parte delle mamme in cella con bambini piccoli.
Ma allora perché quel che doveva servire a tirare fuori definitivamente tutti i bambini dal carcere, senza distinzioni perché i bambini sono tutti uguali, è stato tolto dal testo? “La Lega ha insistito tantissimo – spiega Rita Bernardini, deputato radicale promotrice di questa legge fin dall’inizio – e non c’è stato niente da fare, è un accordo bipartisan e solo noi ci siamo astenuti. Quando mi sono infuriata con una deputata del Pd, lei mi ha risposto che questo era il massimo che potevamo ottenere dalla Lega. Alla fine, le ragioni della sicurezza collettiva hanno prevalso sul diritto del bambino”. Un compromesso tra forze politiche inciso sulla pelle dei bambini che sposta poco rispetto alla normativa attuale e che in alcuni casi può anche aggravarla. La proposta fatta con le associazioni che da anni si occupano di questo problema chiedeva di valutare caso per caso e di mandare nelle Icam solo le condannate per reati gravissimi, mentre le altre mamme detenute dovevano essere fuori da ogni struttura carceraria, sempre e comunque: o con la detenzione domiciliare o seguite individualmente in case famiglia con i loro bambini e reintegrate nella società attraverso un percorso di recupero con i piccoli.
“Il problema – spiega Bernardini - è che una detenuta impossibilitata a usufruire di queste norme entrerà e uscirà sempre dal carcere portandosi dietro i figli, perché una volta scontata la pena tornerà nell’ambiente che l’ha indotta a delinquere. Per non parlare del trauma del bambino che, una volta uscito, va dritto alla baraccopoli o per strada. La triste verità è che questi bambini continueranno a stare in carcere e potrebbero anche aumentare, perché se passa questa legge una mamma può chiedere di tenere il bambino con sé non più fino a tre ma fino a sei anni. Se si fosse seguita la strada del recupero individuale attraverso le associazioni esistenti non solo si sarebbe fatto un favore al piccolo, ma si sarebbero anche risparmiati molti soldi, quelli che lo Stato dovrà spendere per costruire le Icam. Nelle carceri tra 5 o 6 mesi non ci saranno più soldi per il vitto, che costa 4 euro al giorno per detenuto: dove si prenderanno i fondi per le Icam? Vuol dire che non è vero quando si dice che non ci sono soldi?”.
Oggi il rischio è che questa legge, passata alla Camera all’unanimità e con la sola astensione dei radicali, passi al Senato e che qui la commissione la liquidi in una o due settimane, per questo Roma, Insieme propone domenica 27 febbraio un’assemblea alle 17.30 nella sede di Roma, in via Sant'Angelo in Pescheria 35, per valutare la situazione e dare battaglia affinché i punti dolenti vengano modificati al Senato.
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Con rispetto
Fabio 01-03-2011 12:48 - fabio
@fabio: per tua conoscenza 'un altro' si scrive senza apostrofo, così la prossima volta eviterai di fare figuracce, già basta la figura che fai con quello che dici. 28-02-2011 18:13 - top