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FUORIPAGINA
11/03/2011
  •   |   Tommaso Di Francesco
    Tripoli e Kabul, sotto lo stesso cielo

    Per esser chiari. E ringraziando subito Rossana Rossanda per la strigliata che ci ha dato. Questo giornale pensa che Muammar Gheddafi deve andarsene, al più presto. Che il suo regime, che non è né una democrazia né uno stato progressista, è finito. Non solo per il delirio che mostra, né perché 41 anni di potere assoluto bastano e avanzano. Il suo ruolo ormai nefasto è apparso chiaro a tutti nel momento in cui ha esortato da Tripoli una parte del suo popolo a prendere le armi contro l'altra. Questo appello alla guerra civile è il segno, sanguinoso, della sua sconfitta. Che precipita sull'intero popolo libico. Siamo oltre un limite davvero insopportabile.
    C'interroghiamo però su come questa auspicabile uscita di scena del raìs debba avvenire, senza aggravare lo spargimento di sangue e senza dover attribuire il ruolo di garante dei diritti umani a chi questi diritti calpesta ogni giorno. Nella ricerca di una funzione e di istituti adeguati ad una soluzione di pace, nell'epoca della globalizzazione delle merci che non globalizza la condizione umana se non per ghettizzarla e schiacciarla. Senza in buona sostanza salire sui bombardieri «umanitari» della Nato. Sarebbe una preoccupazione meschina se, da quando si è manifestata, questa giustizia dall'alto dei jet di guerra non avesse non solo non risolto ma resa ancora più ambigua la soluzione sul campo. Parliamo dei risultati degli interventi militari occidentali in Bosnia Erzegovina (poi divisa etnicamente), nel Kosovo (diventata nazione, mafiosa e criminale per l'Onu, un buco intorno alla megabase Usa di Camp Bondsteel) e - paragone stringente - in Somalia (alla mercè di bande islamiste).
    Quel che non riusciamo a distogliere dal nostro sguardo è il fatto che, nelle stesse ore in cui si consuma il dramma libico, va in onda a Kabul la farsa dei raid «chirurgici» della Nato che hanno fatto, con gli insorti talebani, più di ottomila vittime civili in quattro anni. E senza dimenticare una grossolana ambiguità. Quella che ha visto gli Stati uniti votare a favore del deferimento di Gheddafi al Tribunale penale internazionale dei diritti umani perché lo accusi di crimini di guerra. Eppure gli Stati uniti semplicemente non riconoscono l'autorità del Tribunale penale internazionale per i crimini dei quali si sono macchiati. Né per Abu Ghraib, né per Falluja, né per Bagram, e con Guantanamo che nessuno chiuderà più. Non dimenticando che per l'Iraq, dove l'insorto era inesorabilmente cattivo e «tagliatore di teste», parliamo di centinaia di migliaia di morti. Ma vale anche per la Russia in Cecenia.
    Possono i responsabili di questi crimini ergersi adesso a giustizieri e garanti dei diritti umani? Tantopiù che sono tutti corsi a frotte sotto la tenda di Gheddafi non più «canaglia» per avere petrolio per l'immutabile nostro modello di vita e di consumi o per chidere di chiudere in campi di concentramento i disperati in fuga dalla miseria dell'Africa? No.
    Ora la metafora gentile dell'odore di gelsomino non vale più per le rivolte del Maghreb e Mashrak. Dopo la Tunisia e l'Egitto, pure con centinaia di vittime, si è passati in Libia ad una guerra civile, con gli insorti della Cirenaica che insidiano in armi il regime di Gheddafi. È proprio perché siamo stati ad Atene e Lisbona, a Beirut e a Sarajevo, a Madrid e a Barcellona, che c'interrroghiamo su chi siano davvero questi insorti. Perché non siamo intenzionati a passare da un progressismo militare all'altro. Certo in Cirenaica - dove vive meno di un milione di persone - non c'è Al Qaeda, sigla buona per tutte le occasioni. È la propaganda di Gheddafi, e anche di Hillary Clinton che lo ripete a riprova della «cautela» Usa. Ma gli integralisti islamici ci sono, c'è il loro attivismo religioso-politico, del quale Gheddafi è stato il nemico giurato. È un movimento integralista reale, se è vero che la rivolta si richiama a quella del 17 febbraio del 2006 quando la città insorse contro la provocazione anti-islamica della t-shirt mostrata dal clown Calderoli. Come ci sono evidenti divisioni nel Consiglio nazionale di Bengasi. C'è chi vuole l'intervento militare esterno e chi «solo» la no-fly zone, e chi una rivolta indipendente. Ma c'è anche un pezzo della formazione sociale gheddafiana andata in pezzi: clan e tribù impegnate nella spartizione delle ricche risorse, e una parte del governo di Gheddafi che, con due ex ministri e molti ambasciatori, è passato con il «popolo», dall'altra parte. Tutti sotto la bandiera di re Idris.
    Cosa significherebbe un intervento armato dell'Occidente, con un ruolo esplicito della Nato e più ancora degli Stati uniti, per la presidenza di Barack Obama, quando già i neocon passano all'incasso delle rivolte arabe, rivendicando di essere stati i primi a promuovere la «democrazia» con l'intervento in Iraq? Quale epilogo avrebbero le «primavere» del mondo arabo di fronte a questa «conferma» - per dirla con l'inascoltato quanto prezioso Giampaolo Calchi Novati - su chi è il Centro e chi la Periferia del mondo globalizzato?
    Difficilmente si tornerà indietro. Il meccanismo della guerra «umanitaria» è acceso come quello della no-fly zone, che vede un recalcitrante Robert Gates spiegare che «non è un videogame» ma un atto di guerra con cui, per imporla, si deve subito bombardare l'aviazione nemica a terra e i sorvoli non autorizzati. Come fu per l'Iraq. L'avere evocato, come abbiamo fatto, la possibilità di una guerra motivata «umanitariamente», non è dimenticanza dell'obiettivo di cacciare Gheddafi, ma l'avvertimento che un intervento internazionale aggraverebbe ulteriormente la crisi e cancellerebbe le «primavere» mediorientali. Fino al paradosso di un conflitto per la democrazia sollecitato in chiave anti-sciita dalla «democratica» Arabia Saudita, con in sottofondo un forte retrogusto di petrolio. E sarebbe l'esodo di massa, stavolta biblico davvero, dei profughi libici, di una parte o dell'altra.
    Siamo ad un crinale difficile, quasi impraticabile. Possiamo poco come manifesto. Ma l'aiuto vero che possiamo dare al popolo libico è costruire una soluzione di pace che valga anche per il dopo, mobilitandoci subito almeno nel rispetto della nostra vilipesa Costituzione che rifiuta la guerra come mezzo per dirimere le crisi internazionali. Bisogna chiedere subito un «cessate il fuoco» capace di fermare le preponderanti forze del Colonnello ma anche quelle degli insorti. Ed è indispensabile, subito, una missione di Osservatori internazionali promossa delle Nazioni unite, ma partecipata da organismi localmente riconosciuti - la Lega araba, l'africana Oua, l'Organizzazione degli stati islamici - che si frapponga tra i contendenti monitorando il terreno. Questa intermediazione di pace deve aprire trattative con l'obiettivo dell'uscita di scena del raìs. Gli aerei con gli inviati di Gheddafi nelle capitali europee mostrano un varco evidente.

    Il nostro obiettivo deve essere l'iniziativa di pace, piuttosto che alimentare la guerra civile, come rischia di fare il «democratico» Sarkozy con il riconoscimento del Consiglio nazionale di Bengasi. Anche con il nostro lavoro, perché un giornale è strumento di alfabetizzazione per chi legge ma anche per chi scrive.
    Con una sola convinzione. Che il cielo sia lo stesso. Sopra Kabul, Baghdad, Roma, Parigi, sopra Tripoli e Bengasi. Conservo un gruppo di lettere di mio padre da Ajdabya, in Cirenaica, lì dove adesso si combatte. Ha venti anni, monta la guardia seduto su una polveriera, e scrive alla madre, con l'interrogativo «che ci faccio io qui?». Folgorato da una «scoperta»: «Di notte si capisce meglio che il cielo è lo stesso che da noi».


I COMMENTI:
  • La linea del negoziato suggerita potrebbe essere la soluzione e rappresentare per gli insorti la salvezza da un attacco militare "finale": peccato che l'obiettivo che, anche secondo Di Francesco, esso dovrebbe proporsi (la cacciata di Gheddafi) non possa per nulla essere garantito a priori, tanto più dopo l'incauto deferimento del rais al Tribunale Penale Internazionale da parte di quegli USA che tale istituzione non riconoscono per quanto li concerne.Tuttavia, sebbene siano sconosciute, eterogenee e poco "limpide" le figure che guidano la sollevazione, non credo che il nostro giornale possa avere un atteggiamento sostanzialmente equidistante, come appare, tra le forze in lotta.Si può parlare di guerra civile e accusare qualcuno di volerla alimentare (Rossanda?!), quando a scontrarsi non sono due fazioni di popolo, ma una rivolta, praticamente disarmata, da una parte, ed un esercito che ha a disposizione tutte le armi più moderne? L'uso dell'aviazione contro villaggi e popolazione non ci ricorda le guerre "asimmetriche", le guerre celesti, che hanno segnato, con la prima guerra del Golfo, l'effettivo inizio del XXI secolo? Dobbiamo o no denunciare questa disparità che altera e nega i connotati della guerra civile, nel senso classico "ne cives ad arma veniant"? 12-03-2011 08:47 - giacomo casarino
  • Mi sembra che la categoria di "imperialismo" sia ormai uscita dalle analisi del Manifesto. 11-03-2011 23:46 - Franco
  • Intervento singolare, questo di Di Francesco. Si apre accogliendo l'invito a parlar chiaro (i.e. ripetendo 'via gheddafi' come un ritornello) ma si continua nel corpo dell'articolo con una gran mole di argomenti (del tutto ragionevoli) rivolti alla prudenza, tanto che che il mantra sembra più una concessione dialettica fatta per rispetto alla statura morale e politica di Rossanda.
    A me di Gheddafi che non è un 'compagno' (ne ha mai preteso di esserlo) non importa granché se non ai fini di un corretto giudizio del suo regime e di cosa accade oggi. Del resto provate a leggere le bio degli esponenti del Comitato ad interim di Bengasi (sito BBC) e vedete un po' voi se vale la pena di entusiasmarsi. Ritengo però che sia il popolo libico, che noi conosciamo così poco, a dover decidere se deve andarsene o no e in che modo.
    Parlando chiaro la cosa migliore sarebbe che si creasse un equilibrio di forze che costringesse le parti ad un negoziato ragionevole. Tuttavia mi pare che il resto del mondo faccia tutto il possibile per impedire uno sbocco politico. Anche "noi", sinistra in piena crisi di identità e del tutto irrilevante sul piano interno ed internazionale, riteniamo di dover fare il tifo. Il sospetto che mi viene è però che il tutto sia ad uso e consumo interno: proclamare un'identità quale che sia anche senza interessarci più di tanto della 'realtà effettuale' per dirla con messer Niccolò. Forse diamo consigli perché non possiamo più dare cattivo esempio. Questa storia di 'noi' che crediamo di sapere cosa è meglio per gli altri somiglia alla versione aggiornata e corretta del kiplinghiano "fardello dell'uomo bianco" (progressista/rivoluzionario, and so on). Strano per un giornale nelle cui pagine culturali si è sempre dato gran peso (anche troppo) agli studi post-coloniali, da C.L.R. James in poi. 11-03-2011 19:43 - almanzor
  • Chiedo scusa per l'ingenuità del commento,ma quando vedo usare elicotteri,aerei o bombe da un Capo di Stato sulla sua popolazione benchè armata di fucili o mitra,l'istinto mi dice subito da che parte stare;e una comunità internazionale che lascia che ciò accada è altrettanto colpevole!!!Questo è quello che so succedere in Libia in questo momento e non credo che nessuno se non animato da una formidabile frustrazioni vada a sfidare con un moschetto un carrarmato!Dio voglia che questo massacro sia impedito. 11-03-2011 19:30 - Betleff.963
  • eh sí...alla fine, per non essere fraintesa, Rossana Rossanda deve porsi e rispondere al quesito: qual'è il prezzo giusto?
    La segretaria di Sato "democratica" Allbreight disse che gli interessi dell'Occidente ben valevano le vittime dei bombradamenti a tappeto sull'Iraq. Dopo 10 anni, non sono terminati: siamo a 1 milione di morti!

    Qual'è il "prezzo giusto" per la Libia? Nel frattempo, prepariamoci a ringraziare lo zio Vladimir e zio Mahmud che ci contentiranno di riscaldarci.

    La Rossanda dovrebbe anche rispondere:è lecito importare gas dalla Russia e dall'Iran? (Zio Vlady ha già aumentato i volumi in arrivo)Ed il PD ci dica dov'è "politicamente corretto" comprare materie energetiche. O taccia per sempre.

    Nel frattempo, rimango per: AUTODETRMINAZIONE dei POPOLI; NO all'INTERVENZIONISMO MILITARE OCCIDENTALE;
    IL FUTURO DELLA LIBIA DEVONO DECIDERLO I LIBICI (non la UE, USA, NATO, pentagono). 11-03-2011 18:43 - titus
  • Grazie a Tommaso Di Francesco, il popolo della Libia non ha bisogno di un intervento inperialista; loro hanno bisogno e meritano risarcimenti dalle banche e governi imperialisti che hanno frenato il reale sviluppo economico e indipendenza politica di un continente che e stato gravemente abusato per secoli, a partire da il commercio degli schiavi 11-03-2011 18:24 - franco ciabattoni
  • Il ritorno di tutta la vecchia gang

    Libia e il Ritorno dell’Imperialismo Umanitario

    Di JEAN BRICMONT
    da CounterPunch (trad. di Piero Pagliani)

    Tutta la vecchia gang ritorna: I partiti delle Sinistra Europea (che raggruppano i partiti comunisti europei “moderati”), il “Verde” José Bové ora alleato con Daniel Cohn-Bendit che non c’è stata guerra USA-NATO che non gli sia piaciuta, vari gruppi trotzkisti e, ovviamente, Bernard-Henry Lévy e Bernard-Henry Lévy, tutti ad esortare a qualche tipo di “intervento umanitario” in Libia o ad accusare la sinistra latino-americana, le cui posizioni sono molto più ragionevoli, di essere degli “utili idioti” per il “tiranno libico”.
    Dieci anni dopo siamo di nuovo al Kosovo. Centinaia di migliaia di Iracheni morti, la NATO bloccata in Afghanistan in una posizione impossibile, e non hanno capito nulla! La guerra in Kosovo fu fatta per bloccare un genocidio inesistente, la guerra afgana per proteggere le donne (andate a vedere la loro situazione ora) e la guerra in Iraq per proteggere i Curdi. Quando capiranno che tutte le guerre proclamano di avere una giustificazione umanitaria? Anche Hitler “proteggeva le minoranze” in Cecoslovacchia e in Polonia.
    Dalla parte opposta, Robert Gates avverte che ogni futuro segretario di stato che consigliasse ad un presidente USA di inviare truppe in Asia o in Africa “dovrebbe farsi esaminare la testa”. L’ammiraglio Mullen, similmente, invita alla cautela. Il grande paradosso del nostro tempo è che i quartier generali del movimento pacifista devono essere cercati nel Pentagono o nel Dipartimento di Stato, mentre il partito della guerra è una coalizione di neo-conservatori e di progressisti interventisti di varia specie, inclusi guerrieri umanitari di sinistra, così come Verdi, femministe e comunisti pentiti.
    Così ora tutti devono tagliare i loro consumi per via del riscaldamento globale, ma le guerre della NATO sono riciclabili e l’imperialismo è diventato parte dello sviluppo sostenibile.
    Ovviamente gli USA andranno o non andranno ad una guerra per ragioni che sono del tutto indipendenti dai consigli offerti dalla sinistra guerraiola. Il petrolio non sembra essere uno dei fattori più importanti nelle loro decisioni, dato che ogni futuro governo libico dovrà vendere petrolio e la Libia non è sufficientemente grande per influire in modo significativo sul prezzo del greggio. Chiaramente i disordini in Libia danno il destro alla speculazione, che invece influenza i prezzi, ma questo è un altro paio di maniche. I sionisti hanno probabilmente due opinioni riguardo la Libia: odiano Gheddafi e lo vorrebbero vedere rimosso, come Saddam, nel modo più umiliante possibile, ma nemmeno sanno se la sua opposizione gli piacerà proprio (e dal poco che sappiamo, non sarà così).
    L’argomento principale a favore della guerra è che se le cose andranno velocemente e facilmente gli interventi umanitari della NATO saranno riabilitati, dato che la loro immagine è ora appannata dall’Iraq e dall’Afghanistan. Una nuova Grenada o, al più, un nuovo Kosovo, è proprio ciò che ci vuole. Un altro motivo per intervenire è quello che così si controllano meglio i ribelli, poiché si arriva per “salvarli” nella loro marcia per la vittoria. Ma questo è proprio difficile che funzioni: Karzai in Afghanistan, i nazionalisti kosovari, gli Sciiti in Iraq e, ovviamente, Israele, sono perfettamente felici di ricevere l’aiuto americano, quando serve, dopo di che lo sono di seguire la loro proprio agenda. E un’occupazione della Libia a tutto campo dopo la sua “liberazione” sembra tutto tranne che sostenibile, cosa che ovviamente rende l’intervento poco attraente per gli USA.
    D’altro canto, se le cose si dovessero mettere male, si tratterebbe dell’inizio della fine dell’impero americano; da qui la cautela della gente che è realmente in posizione di decidere e non solo di scrivere articoli su Le Monde o sbraitare contro i dittatori davanti alle telecamere.
    E’ difficile per un normale cittadino conoscere esattamente cosa sta succedendo in Libia, dato che i media occidentali si sono completamente screditati in Iraq, Afghanistan, Libano e Palestina e le fonti alternative non sono sempre affidabili. Questo, chiaramente, non impedisce alla sinistra pro-guerra di essere assolutamente convinta della verità dei peggiori resoconti su Gheddafi, così come lo erano dodici anni fa riguardo Milosevic.
    Il ruolo negativo della Corte Internazionale dell’Aja è di nuovo evidente in questo caso così come lo fu quello del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia per il caso del Kosovo. Uno dei motivi per cui c’è stato un relativamente modesto spargimento di sangue in Tunisia ed Egitto è che c’è stata una via d’uscita per Ben Ali e Mubarak. Ma la “giustizia internazionale” vuole assicurarsi che non ci sia una via d’uscita per Gheddafi e probabilmente per le persone vicine a lui, così da costringerli a lottare a tutti i costi.
    Se un “altro mondo è possibile”, così come la sinistra europea continua a ripetere, allora anche un altro Occidente dovrebbe essere possibile e la sinistra europea dovrebbe lavorare in quel senso. Il recente incontro dell’Alleanza Bolivariana dovrebbe servire da esempio: la sinistra latino americana vuole la pace e vuole evitare ogni intervento da parte degli USA, poiché sanno che sono nelle mire degli USA e che il loro processo di trasformazione sociale richiede innanzitutto la pace e la sovranità nazionale. Per cui hanno suggerito di inviare una delegazione internazionale, possibilmente guidata da Jimmy Carter (difficilmente definibile un tirapiedi di Gheddafi) per iniziare un processo negoziale tra il governo e i ribelli. La Spagna ha espresso interesse per l’idea, che ovviamente è stata rifiutata da Sarkozy. Questa decisione può sembrare utopistica, ma non sarebbe così se fosse sostenuta da tutto il peso delle Nazioni Unite. Questo sarebbe il modo per onorare la propria missione, cosa che ora è resa impossibile dall’influenza statunitense ed occidentale. Tuttavia non è impossibile che oggi, o in qualche crisi futura, una coalizione di nazioni non interventiste, includente la Russia, la Cina, l’America Latina ed eventualmente altri, possa lavorare assieme per costruire alternative credibili all’interventismo occidentale.
    A differenza della sinistra latino americana, la sua patetica versione europea ha perso ogni idea di cosa significhi fare politica. Non cerca di proporre soluzioni concrete ai problemi ed è solo capace di prendere posizioni morali, in particolare denunciando dittatori e violazioni dei diritti umani con tono magniloquente. La sinistra socialdemocratica insegue la destra se va bene con qualche anno di ritardo e non ha nessuna idea propria.
    La sinistra “radicale” spesso riesce a denunciare i governi occidentali in ogni modo possibile e chiedere contemporaneamente che quegli stessi governi intervengano militarmente in tutto il globo per difendere la democrazia. La sua mancanza di riflessione politica la rende altamente vulnerabile alle campagne di disinformazione facendola diventare una passiva ragazza pon-pon delle guerre della NATO.
    Questa sinistra non ha un programma coerente e non saprebbe cosa fare nemmeno se un dio la rimettesse al potere. Invece di “sostenere” Chávez e la Rivoluzione Venezuelana, una affermazione priva di senso che alcuni amano ripetere, dovrebbero umilmente imparare da loro e, prima di tutto, re-imparare cosa significhi fare politica. 11-03-2011 18:07 - MAX
  • L'OCCIDENTE E LE ARMATE MERCENARIE DELLA OTAN NON POSSONO ERGERSI A PALADINI DEI DIRITTI UMANI....
    sarebbe come se i cartelli mafiosi ed i loro affiliati indossassero la divisa della polizia per riportare l'ordine in una citta e arginare la delinquenza!!!!
    Premetto che Gheddafi e' un odioso rais....MA NON SI PUO PASSARE A CHIEDERE AIUTO AI MERCENARI DELL'IMPERO...ripeto sarebbbe lo stesso di incaricare la mafia della lotta anticrimine....
    la linea della trattativa rapidissima ed immediata gia richiesta dal Sud America mi pare la piu corretta, come si dice nel buon articolo.....
    Qui sul conto della nato ci sono nel mondo DEVASTAZIONI E MILIONI DI MORTI IN GUERRE IMPERIALI SPECIALMENTE IN PAESI ISLAMICI...
    ma come fanno a tacere i difensori del mondo libero su a trocita commesse dai loro stati fantoccio E DITTATORI AFRICANI...IL GOLPE IN HONDURAS....LE NOVE BASI MILITARI YANQUI IN COLOMBIA....
    in funzioni anti chavez....
    personaggi CRIMINALI DELL'UMANITA'...come narco uribe
    GOVERNO PALADINO DELL'OCCIDENTE
    che in 8 anni ha insaguinato la COLOMBIA...con le sue bande paramilitari...aquilas negras rastrojos...paisas... aquilas negras CHE HANNO PROVOCATO UNA CATASTROFE UMANITARIA UNICA NELLA STORIA DEL SUD AMERICA...3 milioni di DESPLAZATOS....migliaia di omicidi di progressisti e centinaia di sindacalisti assassinati si dice 2000!!.
    ricordavo giorni fa le 2000 fosse comuni le migliaia di cadaveri squartati e gettati ai coccodrilli o le centinaia di bambine contadine stuprate dalle besti narcos che l'occidente ha creato curato aiutato e protetto...ORRORI IN COLOMBIA...CHE CIO CHE SUCCEDE IN LIBIA PARE UNA cosa minima..ed insignificante... COMPAGNI LEGGETE IL SITO DEL PARTITO COMUNISTA COLOMBIANO....
    www.pacocol.org....
    Sarkozy che fa tanto il duro difensore del mondo libero...deve dirci dato che e' un grande amico di NarcoUribe.perche questo boia e' stato eletto professore Emerito ALLA UNIVERSITA DI METZ????
    fatto scandaloso che ha provocato la dura protesta di alcuni parlamentari europei...E' COME SE SE RIINA FOSSE NOMINATO PROFESSORE DI DIRITTO E DI LOTTA AL CRIMINE ALLLA BOCCONI DI MILANO!!!
    e gli usa che proteggono,pagano ospitano le bande terroriste della mafia anticastrista di MIAMI?????.....E LE BANDE PARAMILITARI DEI GOLPISTI IN HONDURAS???
    per concludere e' accettabile un dibattito con tutte le differenti posizioni sulla rivolta libica....MA ASSOLUTAMENTE NON CON CHI RITIENE CHE I MERCENARI DELLA OTAN DI rasmunSSen fascista danese....possano lontanamente essere considerati i paladini ed i difensori dei diritti umani!
    UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE 11-03-2011 17:39 - carlos
  • gheddafi ha governato con onore saggezza genialità la Libia per quaranta anni che sono stati prosperi non solo per sei milioni di abitanti ma anche per milioni di altri lavoratori africani.
    Mi duole che il Manifesto dichiari la sua ostilità a Gheddafi. Il suo regime non è perfetto ma non lo neppure quello USA di Obama che ti può gettare in galera senza darne spiegazioni.
    Si tratta di una grande rapina dell'occidente che ha già sottratto al popolo libico settanta miliardi di fondi sovrani e sottrarrà il petrolio come è stato fatto in Irak.
    Anche voi godrete dello spettacolo TV di Tripoli in fiamme che Bagdad trenta anni fa e poi recentemente?
    Viva Gheddafi e la Libia Libera. Abbasso le false rivoluzioni che insediano giunte militari al servizio della Cia che forniscono armi ai rivoltosi di Bengasi. 11-03-2011 16:30 - pietro ancona
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    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
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  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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