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FUORIPAGINA
11/03/2011
  •   |   Maurizio Matteuzzi
    La guerra di Libia decisiva per il Terzo risveglio arabo

    L'onda partita dalla Tunisia in dicembre deve ancora arrivare a riva. Ha spazzato via il tunisino Ben Ali e l'egiziano Mubarak, poi ha investito il libico Gheddafi. Che però, non essendo la Libia né la Tunisia né l'Egitto, mostra di essere un osso più duro da rodere. Se l'onda avesse travolto anche Gheddafi in tempi rapidi, con ogni probabilità non avrebbe più trovato ostacoli alla sua corsa e sarebbe stato difficile, se non impossibile, fermarne gli effetti dirompenti e distruttivi prima che raggiungesse le rive più vicine o lontane del mondo arabo-islamico. Non solo il Maghreb, l'occidente (quindi il Marocco e l'Algeria oltre alla Tunisia), ma anche il Mashreq, l'oriente rispetto al Cairo (Libano, Palestina, Siria, Iraq, Kuweit, Giordania, le petro-monarchie del Golfo persico fino allo Yemen e all'Arabia saudita).
    La Libia è un confine, uno spartiacque fra l'occidente e l'oriente arabo, Tripolitania (e Fezzan) sotto il controllo di Gheddafi da una parte, Cirenaica sotto controllo degli insorti dall'altra.
    La Libia, come i greci chiamarono tutte le terre conosciute a occidente dell'Egitto (il nome fu riesumato solo nel 1934 quando il governo fascista italiano decise di unificare la tre province di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), è da sempre terra di conquista ma dura da conquistare. Fenici, greci, romani, vandali, bizantini, arabi, normanni, spagnoli, cavalieri di Malta, turchi, italiani... Anche prima del petrolio è sempre stata un luogo strategico, con i suoi quasi 2000 km di costa sul Mediterraneo e il suo retroterra sub-sahariano, anche prima dello scoppio del nodo emigrazione quando era solo quella che Salvemini chiamò uno «scatolone di sabbia» e Balbo «la quarta sponda» dell'impero straccione dell'Italia fascista.
    Per questo l'esito della «guerra di Libia» potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti del «terzo risveglio arabo» dopo quello durante la prima guerra mondiale e quello degli anni '60-'70.
    Per la peculiarità della Libia rispetto a Tunisia ed Egitto - esercito debole, partiti politici e società civile inesistenti, struttura tribale forte -, liberarsi di Gheddafi si sta rivelando complicato. A quasi un mese della rivolta iniziata a Bengasi, tutti gli scenari sono plausibili.
    La fuga. Mercoledì s'era sparsa la voce di una fuga in aereo del Colonnello. Sarebbe sorprendente. Gheddafi non sembra della stessa pasta di Mubarak o Ben Ali. Poi la decisione di incriminarlo davanti alla Corte penale internazionale rende più difficile l'ipotesi fuga. Verso dove?
    La morte. Sarebbe un'ipotesi perfetta. Morte del Colonnello, crollo del regime (e totale vuoto di potere ma questo è un altro discorso). Lui ha sempre detto che combatterà fino all'ultima goccia di sangue. Il vescovo cattolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, è convinto che «da beduino» si farà ammazzare - perché il suicidio è condannato dall'Islam - piuttosto che cedere.
    Un golpe. Possibile ma difficile. L'esercito è stato sempre tenuto debole da Gheddafi proprio per mettersi al riparo da sorprese. Pochi gli ufficiali che hanno comandi operativi. Le strutture tribali funzionano anche qui. Le milizie, il fulcro dell'apparato militare, finora sono state fedeli e le più sicure sono sotto il controllo dei figli. Un'ipotesi potrebbe essere quella dell'azione isolata di qualcuno del suo inner circle o della sua guardia del corpo, come fu per il congolese Laurent Kabila nel 2001.
    La vittoria militare dei ribelli. L'ex-ministro degli interni di Gheddafi Abdel Fattah Younis, che è passato con i ribelli e si occupa della formazione di un nuovo «esercito nazionale», assicura che di qui a poco, senza aiuti esterni sul terreno, eccezion fatta per raid aerei mirati, gli insorti saranno in grado di marciare su Tripoli e «liberarla». Allo stato delle cose sembra difficile. Più probabile che i ribelli abbiano il loro da fare a mantenere il controllo delle città della Cirenaica che hanno conquistato.
    La vittoria militare dei governativi. Anche ieri Saif al-Islam, l'alter ego del Colonnello, ha detto che adesso l'esercito e l'aviazione, finora trattenuti dalla decisione di «evitare vittime civili», cominceranno a fare sul serio. I governativi sembrano all'offensiva, anche se mirata e attenta a non lasciarsi prendere la mano e a commettere massacri indiscriminati nel momento in cui Gheddafi sta tentando anche la via diplomatica e, forse, del compromesso. Il Colonnello potrebbe tentare la carta di un'offensiva militare a tutto spiano non solo per fermare l'avanzata verso occidente dei ribelli, ma di riprendersi anche la Cirenaica. Ma è difficile, primo perché l'esercito, finora sostanzialmente fedele, è debole; secondo perché questo comporterebbe inevitabilmente un alto prezzo in vite umane e agevolerebbe le ipotesi di intervento esterno.
    La guerra umanitaria. E' l'ipotesi che si sta facendo strada nelle sue varie accezioni: la no-fly zone, il blocco navale, i raid aerei, l'oil-for-food, le sanzioni, fino all'ultimo scalino: l'intervento sul terreno. Gli Usa di Obama vorrebbero ma dubitano e pretendono che sia l'Onu a chiederglielo, gli europei vorrebbero ma sperano che siano gli Usa ad aprire la strada, i fratelli arabi vorrebbero ma hanno paura degli effetti collaterali. La macchina della guerra umanitaria però ha acceso i motori e fermarli è, come dimostra Serbia e Iraq, è più difficile che avviarli.
    La secessione. Un'ipotesi per ora lontana ma che potrebbe rivelarsi plausibile nel caso la guerra non si risolva con la vittoria di una delle due parti. Circolano voci di contatti, favoriti dalla strattura tribale, fra le due parti. Contatti che potrebbero servire sia per l'immediato sia nella prospettiva di una secessione. La Tripolitania e il Fezzan da una parte (se con Muammar Gheddafi o meno sarà da vedere), la Cirenaica dall'altra (sia nell'ipotesi improbabile che diventi un «emirato islamico» fondamentalista sia in quella di uno stato simil-democratico e filo-occidentale). Entrambi ricchi di petrolio. L'intangibilità delle frontiere - il più delle volte tracciate a vanvera - ereditate dal colonialismo, in Africa era un tabù, ma è già caduto nel '93 con la secessione dell'Eritrea dall'Etiopia e ora con quella del Sud Sudan dal Sudan. La Libia potrebbe seguire. Per ora è fanta-politica, domani chissà.


I COMMENTI:
  • Un'ultima cosa: ma quest'onda assomiglia più allo spirito santo, a una terrifica entità metafisica, o a che? Comunque: ai nostri nipoti diremo che è stata un'onda, siam d'accordo. 12-03-2011 12:14 - frango
  • Nel quadro del "terzo risveglio arabo", c'è anche un altro aspetto che M. Matteuzzi tende a non considerare : "manca" la questione palestinese, ovvero il Satana israeliano.
    Manca cioè una delle grandi scuse con le quali il mondo arabao ha sempre in passato cercato di scaricare all'esterno della sua società le contraddizioni cui era sottoposto.
    La sinistra italiana non può evitare di trarre le sue deduzioni da questo fatto.
    L'idea di colonialismo, quasi fosse una continuazione di quello ottocentesco, con la quale ha accusato da sempre lo Stato d'Israle, pare ora non valere più , nemmeno per le masse arabe in rivolta.
    Forse anche su questo, noi in Italia, siamo rimasti indietro. 12-03-2011 10:36 - carlo
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