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Alba Sasso
Se si accendono i riflettori sul destino della nostra scuola
Questa giornata del 12 marzo è la giornata dell'orgoglio della scuola. Basta scorrere le firme di adesione all'appello: personalità e cittadini comuni, molti senza alcun legame diretto con la scuola, e poi un numero straordinario di studenti, docenti, dirigenti scolastici, genitori.
Come qualcuno ha detto, gli italiani hanno a cuore la loro scuola. E quando la maggior parte degli italiani pensa alla propria scuola pensa alla scuola pubblica, in particolare alla scuola statale. Chi obbliga il 97% di loro a iscrivere i propri figli alla scuola che per mandato costituzionale la Repubblica deve garantire su tutto il territorio nazionale?
Il 12 marzo è una giornata importante, perché accendere i riflettori dell'opinione pubblica sulla scuola significa restituirle quella doverosa attenzione sociale e politica, che spesso in questi anni le è mancata. Può segnare l'avvio di una nuova stagione, il filo tenace che lega messaggi, articoli, adesioni all'iniziativa. Quella volontà di dar voce a quei principi costituzionali tanto ovvii da essere spesso dimenticati, se non calpestati. Che l'istruzione è un bene comune da garantire a tutte e tutti, che la scuola è non solo di quei tanti che ogni giorno la animano e la fanno vivere ma di ogni cittadino, che la scuola è il luogo del confronto e del "sapere condiviso", dove ogni persona deve essere aiutata a crescere, cioè a nascere più e più volte, perché «niente si apprende se non partendo e niente si insegna all'altro, se non invitandolo a lasciare il nido».
Così come la nostra Costituzione deve essere non solo difesa ma anche attuata, così la scuola della Repubblica deve essere non solo difesa ma anche aiutata a cambiare. Senza indugiare su formule come "scuola malato terminale", e sul malfunzionamento della stessa o lasciarsi prendere da bulimia denigratoria. Penso, invece, che alle condizioni date, col lento e inesorabile taglio di investimenti e di attenzione degli ultimi 15 anni, la scuola italiana faccia miracoli.
Da qui il compito e la responsabilità di un nuovo e diverso progetto politico sull'istruzione che voglia interpretare e rappresentare nuovi bisogni di sapere e conoscenza, nuove esigenze educative e formative necessarie per questo tempo.
L'impegno di questa mobilitazione può avviare, anche fuori dal recinto degli addetti ai lavori, una riflessione sui compiti e le finalità di una nuova scuola. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi non sono vasi da riempire. Meno che mai oggi.
C'è bisogno, invece, di un progetto di sapere, libero, curioso, laico. Un sapere per la cittadinanza, capace di rispondere a domande di senso, di suscitare interesse e passione. Un principio educativo che permetta di superare le paure delle diversità, di imparare a leggere, capire e vivere nel mondo contemporaneo, capace di costruire un'etica laica e pubblica, dove l'accettazione delle regole per tutti conviva con il rispetto delle scelte di ognuna e ognuno.
Perciò è sempre più necessario contrastare le politiche sulla scuola del centro destra, che cancellano le migliori esperienze pedagogiche e didattiche della nostra scuola, tagliano (col machete, per dirla col presidente Napolitano), impoveriscono la scuola di tutti. Un costo e non un investimento per il futuro.
Di fronte a un taglio pauroso di finanziamenti (otto miliardi e mezzo in tre anni), a una pesantissima riduzione del numero degli insegnanti e del personale non docente (ancora 33.000 circa nel prossimo anno oltre i 97.998 dei due anni precedenti), il ministro Gelmini non trova di meglio da dire che «saranno tagliati solo i posti degli insegnanti che non servono». Mentre non ci si pone il problema della mancanza di dirigenti scolastici o di insegnanti di matematica e di materie tecniche. Ma se volessimo davvero ascoltare i bisogni e le necessità delle famiglie, bisognerebbe rispondere alla domanda sempre più pressante delle 40 ore e del tempo pieno nella scuola primaria, del tempo prolungato nella secondaria di primo grado, di nuovi indirizzi nella scuola secondaria di secondo grado.E invece si fa l'operazione al contrario, prima si taglia e poi si attesta che non è possibile istituire il tempo pieno, che non si possono attivare nuovi indirizzi, che si devono tagliare le ore di sostegno, i laboratori e via dicendo. Mentre si continuano ad affollare le classi e a non affrontare i problemi della sicurezza delle scuole. Una scuola così, destinata ad acuire profonde diseguaglianze, è la negazione del dettato costituzionale.
In un paese sempre più fragile dove una spaventosa disoccupazione giovanile (circa il 29%) sembra diventata un dato strutturale e inamovibile, dove ai giovani si continua a negare futuro e speranze sarà decisivo rimettere al centro di una nuova agenda politica le questioni del sapere, della ricerca, dell'innovazione. E anche questo è tema delle piazze del 12 marzo. Di questo giorno e di quelli a venire.
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vorrei parlare per slogan: "voi solo il 12 marzo, noi tutto l'anno"...perché tanto non sono mesi e mesi che siamo in piazza 2 volte al mese in difesa della scuola dai tagli sciagurati (e non delle dichiarazaioni di un vecchio bavoso), no?
I problemi della scuola non si risolvono, secondo me, scendendo in piazza col pd e coi finiani ma analizzando le situazioni, scrivendo inchieste e bozze di riforme che si possano chiamare tali: non so se avete notato ma l'uds ha da svariati mesi una proposta alternativa chiamata altrariforma bell'e pronta, scritta da chi la scuola la vive tutti i giorni...
chissenefrega dei riflettori, non dobbiamo guadagnare il consenso, non siamo dei dittattori: proponiamo contenuti e vedrete che la gente verrà altrimenti si continua a fare il gioco di berlusconi: vivere attorno al voto... 14-03-2011 03:37 - gio_rabbia
Il tempo pieno è stato un fallimento didattico che si tocca con mano alla scuola media.
La sinistra la deve smettere di parlare di un passato tutto rose e fiori che non esiste e dedicarsi ad una seria riforma della scuola a cominciare dagli insegnanti: bisogna pagarli bene e licenziarli se non sono capaci. Naturalmente bisogna iniziare dai presidi motivati e capaci e non gli attuali figuri scappati dalle aule ed incapci su tutti i fronti: didattico e burocratico. Se non ci fossero le segretarie sarebbbe una tragedia. Lei,Alba, essendo stata insegnante sa benissimo che non è solo una questione di soldi.I pochi che ci sono non vengono certo spesi a favore degli alunni svantaggiati ma per progetti insulsi per dare fumo negli occhi al momento delle iscrizioni. 12-03-2011 20:49 - Jennifer
Noi siamo i buoni e voi i cattivi.
Questo è un punto imprescindibbile,che non può essere confutato mai.
Partiamo da questo e pòi...Tutto diventa capibbile! 12-03-2011 16:52 - maurizio mariani