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FUORIPAGINA
28/03/2011
  •   |   Rocco Di Michele
    Uniti per lo sciopero e anche per la pace

    A passo di corsa, ché niente come la guerra alle porte di casa smuove i cervelli. L'assemblea nazionale «Uniti per lo sciopero», filiazione diretta di «Uniti contro la crisi», registra quest'urgenza. Anche a costo di farsi spiazzare dal più impaziente di tutti, dall'unico in quest'aula che la guerra sa di certo cos'è. Nell'aula I di Lettere, cuore di mille assemblee storiche, Gino Strada lancia la manifestazione nazionale del 2 aprile, a Roma, in piazza S. Giovanni, sorprendendo un po' tutti i gruppi, i sindacati, i collettivi. La logica assembleare dei movimenti degli ultimi 20 anni, con la paziente ricerca della condivisione anche nel dettaglio, è sembrata immobile di fronte alla rapidità con cui jet anglo-francesi e missili Usa hanno aperto la danza infernale sui cieli libici.
    Una difficoltà più obiettiva viene dal dover affiancare, in uno spazio stretto di tempo, mobilitazioni incentrate su temi vicini ma distinti (acqua, nucleare, scuola, contratti... guerra), scontando le piccole frizioni inevitabili quando 'insiemi' che si erano pensati come autonomi si devono concentrare. Serve maturità, e viene trovata rapidamente. Il collegamento in video con Lampedusa dà il senso del bisogno di fare, ora e qui. L'assemblea vira così verso un obiettivo semplice: prendere decisioni. Tocca a Gianni Rinaldini, coordinatore de «La Cgil che vogliamo», collegare strettamente i distinti. «Contro la guerra, contro i bombardamenti», con l'autocritica necessaria per la lentezza con cui i movimenti si sono pronunciati a sostegno delle rivolte del Nordafrica: «gli altri ci hanno giocato, per costruire una campagna di falsi che portava alla guerra». Ma è l'incidente di Fukushima, contemporaneo e gravissimo, a «segnare uno spartiacque rispetto al futuro». È «il modello di sviluppo centrato sul nucleare e il petrolio ad essere entrato irrimediabilmente in crisi». Chi si ostina a voler rimettere in piedi questo modello ­ tutti i governi dei cosiddetti paesi avanzati - non fa che «accelerare i processi di guerra per appropriarsi delle fonti di energia».
    Dentro questo livello di complessità si collocano tutti i temi: quelli referendari sui beni comuni come l'acqua, il no al nucleare, e la precarietà, il reddito di cittadinanza, la scuola, le risorse finanziarie da trovare «tagliando le spese militari» e con nuovi strumenti fiscali che alleggeriscano la posizione di lavoratori e pensionati, redistribuendo il peso «su quel 10% di famiglie che possiedono il 50% della ricchezza». Tutti temi che chiamano in causa la riduzione di democrazia che stiamo vivendo qui. Perché se «si riducono i diritti del lavoro», «si elimina il contratto nazionale» e «si parte per la guerra», è la democrazia a venir svuotata di efficacia.
    Difficile dirlo meglio di come ha fatto Moni Ovadia, che ritrova la parola giusta - «rivoluzionario» - per definire il bisogno di cambiare il modello di sviluppo. Modello che oggi - con il patto appena siglato tra capi di governo europei - «prevede esplicitamente di eliminare la contrattazione e fissa vincoli solo monetari, non sociali, alle politiche economiche». Facile prevedere davanti a tutti noi anni di «tagli finanziari e sociali insopportabili». Un punto essenziale riguarda il rapporto con i migranti, «eroi da difendere finché stanno sull'altra sponda del Mediterraneo e gente pericolosa da respingere quando arrivano qui». Ne vien fuori, oltre alla proposta di una «staffetta» con quanti stanno operando a Lampedusa, anche l'organizzazione di «una carovana che travalichi i confini della Tunisia».
    Lo sciopero generale del 6 maggio, «strappato con fatica» a una Cgil a lungo esitante - lo ripeteranno in tanti, da Luca Casarini a Mimmo Pantaleo (segretario generale della Flc) - non è il sogno della «spallata finale», ma «una tappa fondamentale in un percorso che arriva a Genova, per il decennale». Ed è soprattutto Maurizio Landini, vulcanico segretario della Fiom, a spiegare che «bisogna farlo riuscire, svuotare i posti di lavoro, bloccare il paese»; «prolungarlo a 8 ore, generalizzarlo a tutte le figure sociali, ai precari»; non bisogna «sprecare l'occasione», anche se «non sarà sufficiente a cambiare il quadro politico e sociale». Si dovrà «andare avanti, costruire azioni unitarie sui territori», «includere e mettere all'opera l'intelligenza di tutti i lavoratori» per «delineare un sistema industriale con al centro le energie rinnovabili». Il nesso guerra-petrolio, del resto, è fin troppo chiaro. E brucia il futuro dell'umanità.
    Il percorso disegnato nel documento finale ha tappe quasi settimanali di mobilitazione nazionale (oggi per l'acqua pubblica, sabato prossimo contro la guerra, il 9 aprile contro la precarietà, poi lo sciopero, i referendum e altre giornate ancora non calendarizzate, fino al 20 luglio ligure).
    A passo di corsa, perché «gli altri sanno benissimo cosa voglio e cercano già ora di dividerci».

     

     

    UNIAMO LE LOTTE E GENERALIZZIAMO LO SCIOPERO

    da  Anomalia Sapienza, Link Roma, Assemblea di Medicina


    Questo autunno centinaia di migliaia di precari, studenti, giovani, si sono ribellati contro il governo Berlusconi e le politiche di austerity. Chi non ricorda le straordinarie mobilitazioni di novembre e dicembre, i cortei selvaggi, le occupazioni dei monumenti, il Book Bloc, le pratiche, efficaci e spiazzanti, messe in campo da una mobilitazione così ampia e radicale come non se ne ricordavano da molto tempo?
    Non citiamo le mobilitazioni dell'autunno come semplice evocazione di quel che è stato, ma perché a partire dalla contestazione del ddl Gelmini, all'interno delle scuole e delle università, abbiamo provato a costruire uno sguardo diverso sulla società, utile a ribaltare le retoriche governative che ci vorrebbero tutti umili, consenzienti, sfruttati e divisi. Per tutto l'autunno abbiamo ribadito, invece, il legame profondo tra le nostre mobilitazioni a quelle degli operai della Fiat, da Pomigliano a Mirafiori, dei migranti e delle donne, di tutti quei soggetti che, con coraggio e determinazione, difendono i loro diritti e respingono il ricatto. Un legame definito non tanto e non solo dalla comune condizione che vive chi subisce un attacco, quanto dal desiderio di costruire un'alternativa di società. Un'alternativa capace di andare oltre l'antiberlusconismo, di lanciare un'offensiva contro il Modello Marchionne e il Modello Gelmini, il Bunga bunga e le politiche xenofobe. Su questi legami crediamo si debba fondare la primavera che viene.
    Proprio le nostre mobilitazioni, la mobilitazione degli studenti e dei giovani precari, hanno messo in luce come il processo di dismissione dell'università pubblica sia l'ennesimo passo verso la definizione di saperi sempre più dequalificati, inservibili. A questo disastro si sta accompagnando, inesorabile, la ricaduta, sulla vita di milioni di giovani, della crisi economica, sotto la forma di una precarietà sempre più selvaggia, dell'impossibilità di accesso a qualsiasi forma di reddito, di una continua e perenne ricattabilità. Il 30% dei giovani italiani è disoccupato, una percentuale che si ingigantisce se lo sguardo viene rivolto ai neolaureati. L'illusione tecnocratica dell'università del 3+2 si è infranta sugli scogli della dura realtà: se di lavoro ce n'è poco, ce ne è ancora meno per chi ha studiato, e si trova a dover pesare sulle spalle dei propri genitori. E chi da laureato trova lavoro, solitamente fa cose che non hanno nulla a che fare con le competenze acquisite. Declassamento, blocco della mobilità, disoccupazione, nuova povertà: questo l'orizzonte che riguarda drammaticamente un'intera generazione, da Londra a Roma.
    È lo stesso orizzonte, occorre ricordarlo, che ha incendiato la Tunisia e l'Egitto. Migliaia di giovani neo-diplomati o neo-laureati, poveri e privi di futuro, hanno deciso di ribellarsi, contro un potere corrotto e parassitario. La grande rivoluzione democratica che ha investito l'altra sponda del Mediterraneo, parla di problemi non troppo dissimili da quelli che abbiamo cominciato ad affrontare con forza nelle piazze italiane in autunno. Una stessa logica informa la dismissione dell'università pubblica e la corruzione politica, il blocco democratico e la precarietà. Lottare per un'altra università significa, inevitabilmente, lottare per una nuova democrazia, lottare per un nuova democrazia significa imporre nuovi diritti sociali e redistribuzione della ricchezza.
    Per questi motivi, per saldare la questione sociale e quella democratica, nell'arco di tutto l'autunno abbiamo chiesto a più riprese alla Cgil la convocazione di uno sciopero generale, momento indispensabile per mettere in connessione tutti i conflitti, da quelli sulla formazione a quelli sul lavoro, dalla rivendicazione del reddito alla difesa dei beni comuni. Uno spazio, quello dello sciopero generale, in grado di potenziare, se adeguatamente sfruttato, le capacità di ciascuno e produrre un'orizzonte comune di proposta politica.

    Per questo ci sentiamo di accogliere appieno l'appello apparso sulle colonne del manifesto (sabato 12 marzo) dal titolo «Uniti per lo sciopero» e di rilanciare, ospitando l'assemblea del 25 marzo all'Università la Sapienza, presso l'aula 1 di Lettere, a partire dalle ore 16. Perché pensiamo che lo sciopero generale possa essere una grande occasione per far crescere le mobilitazioni per i diritti, rilanciare le lotte di tutti e non come semplice sommatoria, bensì come moltiplicazione di energie e specificità capace di intercettare la grande domanda di nuova democrazia che attraversa il Paese e per continuare ad immaginare e costruire il nostro futuro.
                                 *** Anomalia Sapienza, Link Roma, Assemblea di Medicina

     

     

    Il prossimo 6 maggio lo sciopero generale indetto dalla Cgil si presenta come una grande occasione per il cambiamento nel nostro paese.
    Non sarà una data rituale, e questo è gia dimostrato non solo per come è stato letteralmente costruito dal basso, dalle lotte di questi mesi, ma anche dal fatto che l'indizione delle «quattro ore» fatta dalla segreteria è già stata estesa all'intera giornata da molte categorie, dal commercio alla funzione pubblica, alle telecomunicazioni agli edili, e proposta dal segretario generale dei metalmeccanici alla propria categoria.
    In questi mesi le lotte per i diritti, la democrazia e la dignità hanno attraversato piazze e strade da sud a nord, riempiendosi di centinaia di migliaia di persone, donne e uomini che dall'università e dalla fabbrica, dalle loro case dai loro territori, sono usciti rendendo visibile un'idea altra e diversa di società da quella che sembra essere l'unica possibile, quella imposta dai fatti che accadono uno dopo l'altro e ci precipitano addosso dall'alto. Sembra ineluttabile infatti il declino a cui è condannata la condizione del lavoro, ridotta a una compravendita di corpi e intelligenze al massimo ribasso, privata di diritti e dignità, schiava delle imposizioni di chi accumula enormi quantità di denaro e potere grazie alla rendita sulle speculazioni finanziarie.
    A Pomigliano e Mirafiori, nella scuola o all'università, chi governa lo fa in funzione degli interessi privati di pochi, trasformando i beni comuni, siano essi i diritti o le risorse, la conoscenza o la ricchezza generale prodotta, in qualcosa che è «privato», di pochi e per gli scopi di pochi. La democrazia diviene così il campo libero di manovra di una rete di oligarchie, le cricche, le caste, i potentati di affari, le lobbies senza scrupolo alcuno, le bande di arraffoni, corrotti, mafiosi. La democrazia viene svuotata perché «privata» del controllo pubblico sulle scelte che riguardano tutti; separata dalla giustizia sociale che è il suo fine.
    Noi crediamo che sia giunto il momento di dire basta. È il momento di affermare con la forza di una partecipazione ed impegno civile e sociale che non vi è più alcuna differenza tra le lotte contro il ddl Gelmini e quelle degli operai e operaie della Fiat, tra la battaglia democratica contro l'oligarchia al potere e le sue nefandezze pubbliche e private e quella per la dignità delle donne sul lavoro e nella società. Non deve più esserci nessuna separazione tra democrazia e diritti, tra costituzione formale e materiale. Aggravata dalla proposta del ministro della Giustizia di rendere la Corte Costituzionale dipendente dal governo di turno.
    Le lotte di questi mesi ci hanno mostrato un altro paese, orgogliosamente vicino alla vita vera, quella piena di difficoltà e di incertezze, di chi ha poco, di chi deve guadagnarsi tutto, conquistarsi passo passo ogni cosa. Il vento che arriva dal sud di questa Europa, ci dice che insieme, in tanti e diversi, possiamo sconfiggere ciò che sembra invincibile, possiamo e dobbiamo sconfiggere la violenza della guerra contro le popolazioni che manifestano in strada e allo stesso tempo l'idea che la democrazia si possa esportare con i bombardamenti. Possiamo e dobbiamo far tornare a vivere la lotta per la pace e dare un corpo comune ai sogni e alle speranze, trasformando la resistenza e l'indignazione in un'idea di nuova società, di nuova democrazia.
    È per questo che riteniamo lo sciopero generale l'occasione di praticare insieme questo esercizio di libertà, di essere tutti uniti perché il 6 maggio questo paese si fermi veramente e guardi come prendere in mano il suo futuro. A partire anche dal percorso di Uniticontrolacrisi che ha avuto origine nella grande manifestazione della Fiom del 16 ottobre scorso, facciamo appello a tutti coloro che si stanno mobilitando nei propri luoghi di vita, nelle industrie, nell'università e nella scuola, nelle realtà del lavoro autonomo di seconda generazione, agli intellettuali, agli artisti e a tutto il mondo della conoscenza e dell'informazione, ai comitati ambientali e a coloro che si battono con i migranti per i diritti negati, alle donne, perché questo sciopero sia costruito dal basso, città per città, quartiere per quartiere, e si concretizzi in una grande e lunghissima giornata di protesta e proposta. Uno sciopero che sappia unire l'indignazione con la lotta per i diritti sociali, che sia quindi una sollevazione del popolo della nuova democrazia e della nuova società. Per costruirlo insieme bisogna cominciare subito a mescolarci gli uni con gli altri, a confrontarci tra tanti e diversi su come fare, su cosa significhi «bloccare il paese». Auspichiamo che si possa trovarci a discuterne in una grande assemblea nazionale il prossimo 25 marzo a Roma, a ridosso della manifestazione in difesa dell'acqua pubblica e per i referendum. La primavera è già iniziata.
    * Gianni Rinaldini, Gino Strada, Don Andrea Gallo, Maurizio Landini, Luca Casarini, , Loris Campetti, , Michele De Palma, Rossana Rossanda, Moni Ovadia, Paolo Flores d'Arcais, Giorgio Cremaschi, Luciano Gallino, Andrea Alzetta, Francesco Raparelli, Betty Leone, Vilma Mazza, Marco Bersani, Luca Tornatore, , Gianmarco de Pieri, Paolo Cognini, Roberta Fantozzi, Eva Gilmore, Roberto Iovino, Emiliano Viccaro, Luca Cafagna, Simone Famularo, Eva Pinna, Giuliano Santoro, Simona Ammerata, Antonio Musella, Claudio Riccio, Mariano Di Palma, Giuseppe De Marzo, Roberto Giudici, Franz Purpura, Claudio, Sanita, Matteo Jade, Massimo Torelli, Guido Viale, Ugo Mattei.
    *Uniti contro la crisi*

     

    Per aderire: appelli(at)ilmanifesto.it

     

    Elenco delle adesioni

     


I COMMENTI:
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  • mancano 41 giorni al 6 maggio. Questo sciopero è molto lontano da quel che è successo negli ultimi 12 mesi. E' vicino alle elezioni amministrative. Ecco, questo mi sembra uno sciopero vicino alle esigenze della politica e lontano, fuori orario, con le lotte e la disperazione dei lavoratori, dei giovani e dei precari. Uno sciopericchio di 4 ore, fuori tempo, a servizio dei referenti politici. E' far sindacato questo? Che pena, che miseria. 19-03-2011 22:32 - lonfo
  • Bisogna organizzare nuove forme di lotta al potere:
    presidi permanenti davanti alle sedi istituzionali governative.
    Giulio Terzaghi 19-03-2011 21:22 - giulio terzaghi
  • Leggo tra i nomi dei primi firmatari quello di Luca Cafagna, dell'atelier Esc di via dei Volsci.
    Com'è noto, 14 dicembre Cristiano, un giovanissimo liceale, è stato colpito e ferito alla testa da un violentissimo colpo inferto con un casco durante la grande dimostrazione studentesca. La sua colpa: stava tirando un frutto contro una camionetta. L'aggressore reo confesso faceva parte di un folle e demeziale servizio d'ordine. Il 21 dicembre gli esponenti di Esc sono andati al liceo Mamiani, per incontrare i compagni del ragazzo colpito:
    «Si sono scusati ed hanno chiesto di passare le scuse anche a Cristiano. Noi abbiamo replicato che non si potevano giustificare isolando l'autore dell'aggressione, per altro contattandoci solo tre giorni dopo l'accaduto e venendoci ad incontrare una settimana dopo» (cito un articolo comparso su Liberazione il 22).
    Non vedo propriamente di buon occhio i normalizzatori delle lotte studentesche, specie quelli che fanno ricorso alla violenza fisica. Non credo alla scuse né alle lacrime di coccodrillo.
    Non firmerò l'appello. 18-03-2011 22:16 - Antonio
  • Manifestare è la prima azione politica di lotta per far valere le proprie idee e ragioni.
    Ma non basta!
    Il potere deve sentire il nostro fiato sul collo.
    Io propongo presidi permanenti davanti a tutte le sedi istituzionali del governo.
    Occorre guardare questi esseri spregevoli ogni giorno negli occhi.
    Giulio Terzaghi 18-03-2011 21:36 - giulio terzaghi
  • cgil vergogna, per una fiom che non firma ci sono altri 5 cgil che firmano lo schifo!!!!
    e tutti quei bei nomi a leccare il culo alla camusso...e quando vinciamo...mai
    ps notiamo anche il grande rivoluzionario casarini 18-03-2011 19:06 - angelo
  • anche la Marcegaglia parteciperà alla manifestazione? Non lo escluderei visto che sono rigorosamente proibite le richieste riguardanti salario, difesa dal costo della vita, precariato, pensioni e si parlerà genericamente di investimenti, occupazione e cazzate simili.... 18-03-2011 15:19 - pietro ancona
  • Cari compagni sono anni che tirate lelastico a favore di questo ceto politico perdente,il guaio e che tirate dentro e illudete i lavoratori
    che vorrebero liberarsi dal giogo di questa classe politica
    vi sugerisco il titolo della giornata, LO SCIOPERO CAMUFFO 18-03-2011 14:49 - ettore
  • Gentile signor Giovanni Serena, ho letto anch'io i commenti, compreso il suo sfogo. Sono però molto d'accordo con la redazione e pochissimo con lei. Per due motivi:
    1)un certo tipo di censura politica esisteva quando si stava peggio.
    2)protestare anche ironicamente per l'uso della parola chiave leghista (territorio) o per l'ancor più incongruo accostamento delle parole "popolo" e "destino" sulle pagine di un giornale che si dice comunista, protestare cioè contro la forza pervasiva di questo vocabolario, mi sembra una cosa invece degna e giusta, certo più seria (se la parola le piace) di un rimbrotto risentito.
    Saluti comunisti
    Chiara 17-03-2011 23:39 - Chiara
  • Anime diverse hanno firmato questo editoriale, alcune che hanno la mia sconfinata stima e il mio affetto per la loro integrità morale e la loro coerenza, altre meno; ma questo strano movimento sembra voler essere un contenitore come il PD.
    Un vaso con all'interno la raccolta delle diverse idee rimaste della sinistra.
    Non sono convinta che funzioni, ma è un ennesimo tentativo di lotta.
    Non sono altresì convinta di questo sciopero generale, che secondo me, così come voluto dalla Camusso, in quanto perde molto della forza dirompente che dovrebbe avere.
    Forse meglio di niente?
    Non abbiamo alternativa, anche se la Fiom ha comunque esteso a 8 ore nei suoi comparti, ma così è spezzettato, è diviso.
    Sembra più che voluto, imposto.
    Non è un buon momento.
    Però, come dice un mio amico sindacalista, la lotta è il nostro lavoro.
    Donatella Castellucci
    Tanto non si poteva fare altrettanto, 17-03-2011 22:13 - donatella castellucci
  • Se per delirare s'intende scostare dal solco scavato nella terra da un aratro, allora si è ben felici di delirare, senza bisogno di sindacalismo di base e con la solo propria testa pensante. Se serietà è sinonimo di retorica da dispaccio Ansa, allora si è allegri di usar l'ironia. Nel nome dell'uguaglianza degli italiani e delle italiane e della loro libertà di pensiero e azione dal potere delle religioni e delle identità locali inventate. 17-03-2011 21:08 - frango
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    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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