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FUORIPAGINA
15/03/2011
  •   |   Marco Bascetta
    Non esistono scorciatoie tricolori

    Foto di Patrizia Cortellessa

    L'idea che debba essere una sorta di amor di patria il movente decisivo dello scontro con Berlusconi, la sua cultura (o incultura) politica, la sua gestione della cosa pubblica e degli affari privati, ha qualcosa di gravemente patologico. Se Silvio Berlusconi incarnasse una riedizione postmoderna del fascismo le piazze festanti, i richiami al galateo, le tediose «dieci domande» della stampa repubblicana, l'indignazione in tutte le sue più colorite forme, i sentimenti democratici di tanti «buoni cittadini» non sarebbero certamente sufficienti. Se ci trovassimo di fronte Ben Ali, Mubarak o Gheddafi, bisognerebbe agire come sulla sponda sud del Mediterraneo, con altrettanto rischio e altrettanta decisione. Ma Berlusconi non è neanche lontanamente il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall'«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, come Giulio Cesare, «dittatore democratico», stava dentro quello della Repubblica: forzandolo a suo favore col pretesto di correggerlo e salvarlo. Bruto e Cassio pensarono di risolverla a modo loro ma, come è noto, l'impresa finì male.
    Questa premessa esclude che lo sventolio della Costituzione italiana rappresenti un'arma in grado di contrastare i contenuti sociali e culturali della politica berlusconiana, già solo per il fatto che diversi sventolanti li condividono in larga misura. Senza contare l'erosione che il tempo e le pratiche politiche effettive hanno esercitato sulla Carta. L'idea che alla destra e alla sinistra si siano sostituiti due fronti, quello dei fedeli difensori della Carta fondamentale e quello dei suoi detrattori, quello dell'interesse privato e quello dei patrioti, quello della bandiera azzurra e quello del tricolore è un miraggio sconclusionato e inquietante. Prendiamo due principi costituzionali tra i più decisivi, come la laicità dello Stato e il ripudio della guerra. E domandiamoci se Casini, Buttiglione o Rutelli possano considerarsi incrollabili garanti del primo e se Massimo D'Alema o Fini possano considerarsi indiscussi paladini del secondo (dando per scontato che troverebbero certamente il modo di proclamarsi tali). Gli allegri interpreti della Carta costituzionale non sono molto migliori dei suoi detrattori e talvolta perfino peggiori. Il grande fronte patriottico sorride e ondeggia in piazza tra Giuseppe Verdi, Goffredo Mameli e Sanremo, grazie alla completa rimozione di ogni contenuto sociale, di ogni conflitto d'interessi (la parola riguarda ormai comodamente solo gli affari del signor Berlusconi). Dove di questo contenuto resta traccia, come sul piano sindacale, la Cgil, che più patriottica non si può, non riesce neanche lontanamente ad accordarsi con Bonanni e Angeletti, in nome dell'«interesse del paese». Solo il peggior politicismo riesce a scendere in piazza in difesa della scuola pubblica con chi ha sostenuto i tagli e le riforme governative della scuola e dell'università, salvando il governo sul punto preciso su cui sarebbe potuto davvero cadere. Già quale scuola pubblica poi? Non credo si debba difendere la stessa pubblica istruzione che possono avere in mente i finiani e l'Udc. La scuola che «fa gli italiani», che addestra all'orgoglio e all'identità e allinea tutti di fronte, come scrive Sergio Luzzatto in un recente formidabile pamphlet, a un «crocifisso tricolore» (Il crocifisso di stato, Einaudi). Qualcosa di assai simile a quella «educazione nazionale» con i suoi laici riti dottrinari, la sua soffocante retorica e il suo conformismo patriottico, che Robespierre volle imporre dopo il 1793 contro le ben più avanzate idee del girondino Condorcet, e a cui si sarebbe ispirata ogni successiva pedagogia fascista.
    Se questo fosse stato il bersaglio delle parole di Berlusconi contro la scuola pubblica non resterebbe che dargli ragione. Ma così non è, perché è precisamente in senso dottrinario e autoritario (in nome dell' «umiltà» dovuta al mercato del lavoro) che la sua ministra ha agito. Con l'appoggio decisivo di diversi patrioti scesi in piazza il 12 marzo. L'una e gli altri vedendo la libertà di insegnamento e l'autonomia critica dell'apprendimento come il fumo negli occhi, eredità velenosa dell'esecrando1968.
    Il tricolore, è bene rassegnarsi, sventola anche sulla testa di Berlusconi, come sventolò a suo tempo su quella di Craxi e della sua corte (dobbiamo a Lelio Lagorio il primo ripescaggio dello scemenzaio patriottico). Non, forse, sulle schiere della Lega, che al crocifisso affiancano la paccottiglia celtica e sventolano altre bandiere per altre patrie. Ma il metodo e lo spirito non cambiano che si vogliano «fare gli italiani» o «fare i padani» al posto degli spiriti critici e delle teste pensanti. Quelle che sulla stessa barca di Fini e Casini non ci vogliono stare, anche quando issa la bandiera di comodo di una Costituzione strapazzata per decenni. La sinistra sconfitta farà bene a capire che non esistono scorciatoie tricolori. La china da risalire è assai lunga e la sua leadership non ha un filo di fiato.


I COMMENTI:
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  • totalmente d'accordo. C'è un dato però che che sarebbe bello sviluppare: la risignificazione simbolica. In questa desimbolizzazione progressiva conseguenza del berlusconismo riappropriarsi di simboli, e anche di sentimenti collettivi, come la capacità di provare vergogna, i limiti dati dalla Costituzione che sembrano essere un argine alla decomposizione sociale etc etc, appare di importanza fondamentale.
    tutto vero quanto descritto nell'articolo, ma per fare un passo avanti bisogna almeno raccogliere le energie, e queste si rappresentano anche attraverso una bandiera lunga 60 metri, o attraverso Muti che si mette a dirigere il pubblico .
    Gesti, simboli, significati Poi dentro, e qui siamo al vuoto, bisognerebbe che la sinistra costruisse. 16-03-2011 12:15 - Sabina Ambrogi
  • W Robespierre W l'eguaglianza W la Costituzione 16-03-2011 09:55 - rosa
  • Il mio commento è: pessimo articolo che denota una faziosità ideologica spaventosa. Ci avrei messo un po' di storia del Risorgimento, innanzitutto anticlericale e positivista, magari un po' di storia dei patrioti che hanno liberato l'Italia dal nazifascismo bigotto per tornare a poter sventolare il tricolore. Pessimo a dir poco. 16-03-2011 09:14 - frango
  • La sinistra dovrebbe ricordare che per molti decenni tutto ciò che richiamava all'idea di Patria e Nazione è stato visto in senso negativo.
    Fare proprio il tricolore adesso è una rincorsa contro il tempo.
    Quando ero giovane la bandiera italiana veniva bruciata in strada.
    Oggi si raccoglie quanto seminato. Il nostro amor di patria non è convincente. 16-03-2011 08:55 - alvise
  • Ma di cosa stiamo parlando? sappiamo benissimo tutti quanti cosa ci sta a fare Berlusconi al Governo, ovvero leggi ad personam ed interessi privati con i soldi pubblici, allora avrei una proposta: visto che principalmente al nostro B interessa solo l'esito dei processi, ebbene facciamo in modo da condonaglieli tutti fino alla data odierna in cambio di un esilio politico ( non di dimora) per lui e tutta la sua discendenza,(ovvero mai più uno della famiglia B in politica)con il minimo danno avremmo risolto gran parte dei problemi, e si potrebbe allora concentrarsi in cose che riguardano tutti gli Italiano, di destra e di sinistra. E' la scoperta dell'acqua calda? eppure sono convinto che sarebbe l'unica soluzione 16-03-2011 08:49 - silvano
  • E’ certamente riprovevole che alcuni rappresentanti della Lega Nord abbiano definito “ Una follia “ i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, tanto più che la loro motivazione è strumentale, ideologica e politica , e non storicamente razionale.
    Per quanto riguarda Trieste però, mi trovo abbastanza d’accordo con i dubbiosi ed i perplessi. E non posso negare di provare una certa solidarietà con gli abitanti della provincia di Bolzano. In ogni caso oggi 16 marzo in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia le bandiere tricolore esposte alle finestre delle case dei triestini sono molto poche, e si possono contare sulle dita di una mano. Come mai ? Nel 1861 Trieste non era Italia. Faceva parte dell'Impero Austro-Ungarico, e tale sarebbe rimasta per altri 50 anni. Dopo la proclamazione d'indipendenza, il governo italiano divenne progressivamente amico dell'odiata Austria fino a stipulare nel 1882 il patto della Triplice Alleanza con Austria e Germania, salvo poi infrangerlo nel 1915 dopo aver aspettato un anno, entrando in guerra a tradimento a fianco di Francia, Russia ed Inghilterra. Bel colpo. Mi danno fastidio le accuse di anti-italianità mosse nei confronti degli slavo- comunisti. Per essere anti-italiani a Trieste nel corso del ventesimo secolo non occorreva essere sloveni, e nemmeno comunisti . Trieste è una città schizofrenica. Vorrei ricordare che ancora nelle elezioni del 1952, in pieno fervore patriottico filo-italiano, il Fronte dell'Indipendenza per il Libero Stato Giuliano ottenne la bellezza di 22.415 voti ( 11,57 % ). Tutti comunisti? Non credo proprio. I seguaci del leader comunista triestino Vittorio Vidali allora giocavano in altri campi, ed erano maggiormente schierati a favore dell’Italia. Dopo il 1954 Vidali pretendeva che sul palco fosse sempre presente la bandiera nazionale assieme a quella rossa con la falce ed il martello durante i suoi comizi. E la compagna onorevole Nilde Jotti ( la donna di Palmiro Togliatti ) nel 1972 il giorno dell'inaugurazione della Casa del Popolo di Borgo S.Sergio a Trieste si arrabbiò moltissimo non trovando da nessuna parte la bandiera italiana e disse " MA VOI TRIESTINI VOLETE PROPRIO LASCIARLA IN MONOPOLIO AI FASCISTI ? " Perciò, benchè comunista di vecchia data, io oggi 16 marzo non ho avuto nessuna difficoltà ed esporre per la prima volta nella mia vita alla finestra la bandiera bianca rossa e verde. Per buona misura però ho pensato di affiancarle la bandiera della Pace, quella con i colori dell’arcobaleno che veniva sventolata nella manifestazioni comuniste di tutto il mondo fin dagli anni cinquanta. Saluti da un vecchio trinariciuto bolscevico ed anti-italiano. 16-03-2011 08:09 - gianni
  • Credo che il marxismo internazionalista sia la unica via discampo per l';umanita alla deriva capitalista. Non ne ho alcun dubbio.
    Il punto e' come arrivarci.
    Robespierre (e altri con lui naturalmente) sara' pure diventato un ultra nazionalista ma intanto ha posto le basi per una nuova societa'. I criteri di Fratellanza, uguaglianza e eguaglianza dicono qualche cosa?
    Vorrei sapere a quale sinistra si riferisce il Bascetta, a quella di Berani? Di D'Alema, di Occhetto, di Togliatti, di Stalin, o piu' semplicemente di Bertinotti?
    Io del termine "sinistra" mi sono rotto i coglioni. E' cosi' abusato che non vuol dire assolutamente nulla. Se si vuol parlare di comunismo, marxismo, leninismo, socialdemocrazia, ci si puo' intendere, ma quando si parla di sinistra.... 16-03-2011 00:37 - Murmillus
  • non mi convincono del tutto le considerazioni dell'articolo per la non presa in considerazione delle spinte centrifughe che ribollono neanche troppo sotterraneamente nel paese. E non sono neanche d'accordo sul marginalizzare la Lega nord riducendola a mero delirio, come se questa non fosse un elemento essenziale ai governi Berlusconi. Il punto è che qui abbiamo al nord una Lega, che pur ottenendo sostanziosi risultati di tipo federale, continua a spingere verso il secessionismo, e al sud vastissime aree o strati sociali che sanno esprimersi solo e soltanto in dialetto. Da un lato quindi c'è il rischio di un populismo patriottardo che mira a una cogestione sempre più al ribasso, una grande Italia corporativa che "fa squadra" nella competizione globale, in una realtà sociale prossima all'insostenibile, dall'altro il rischio dell'insorgenza di un populismo localista razzial-mafioso. Si tratta quindi di un'opposizione tra due facce della stessa abietta medaglia ma, personalmente, in attesa che i compagni mettano a fuoco nel mirino della critica stato, democrazia e lavoro, io mi dichiaro assolutamente e inequivocabilmente garibaldino. In certi casi, come affermava il partigiano Johnny (sul film di Guido Chiesa), devi sceglierti la parte che ti dispiace di meno. Cioè sono convinto che in assenza di una prospettiva socialista postnazionale, in Italia, sia strategicamente meno dannoso festeggiare l'anniversario dell'unità. Sicuramente oggi l'italianità ci rende anche europeisti, tante per dirne una, e forse cominciamo a comprendere quanto i tempi siano maturi per un movimento antagonista europeo. E' per me chiaro che Bascetta ha pienamente ragione nell'affermare che è del tutto sconclusionato il "grande fronte patriottico" tanto che per ergersi deve eludere qualsiasi questione sociale dirimente. Però è altrettanto per me chiaro che non esistono soluzioni alla crisi su premesse nazionali. In qualche modo è proprio perseguendo questa prospettiva nazional(-keynesiana) che si alimentano il debito pubblico e le conseguenti spinte regionaliste. E se questo non lo si dice chiaramente...w Garibaldi, anche per sola questione di gusto. Il che non significa meccanicamente andare a sfilare in corteo con piddini e finiani, ma cercare di usare l'Italia (democrazia, costituzione, contratti etc) come minaccia contro le moltissime forme della decomposizione in atto. Che è come minacciare con una scacciacani, sia chiaro, ma comunque meglio di niente, perchè attualmente si propone ovunque il niente (anche a livello critico). E chissà se Bascetta questo lo ha capito. 15-03-2011 23:06 - Acci
  • Grazie, grazie, grazie a Bascetta, da condividersi in pieno.

    Purtroppo è sempre più difficile leggere analisi di questo tipo anche sul nostro giornale... 15-03-2011 21:24 - Bicolore
  • ottime riflessione stupisce e amareggia vedere sia la sinistra ben pensante a difendere i valori di patria e bandiera, lasciamo fare i nazionalisti a coloro che lo sono (la destra) e pensiamo a danni che hanno fatto nella storia i concetti di patria e eroe.
    La coctituzione è un bel documento non il vangelo. 15-03-2011 19:43 - sivio bassignano
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