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Marco Bascetta
Non esistono scorciatoie tricolori
L'idea che debba essere una sorta di amor di patria il movente decisivo dello scontro con Berlusconi, la sua cultura (o incultura) politica, la sua gestione della cosa pubblica e degli affari privati, ha qualcosa di gravemente patologico. Se Silvio Berlusconi incarnasse una riedizione postmoderna del fascismo le piazze festanti, i richiami al galateo, le tediose «dieci domande» della stampa repubblicana, l'indignazione in tutte le sue più colorite forme, i sentimenti democratici di tanti «buoni cittadini» non sarebbero certamente sufficienti. Se ci trovassimo di fronte Ben Ali, Mubarak o Gheddafi, bisognerebbe agire come sulla sponda sud del Mediterraneo, con altrettanto rischio e altrettanta decisione. Ma Berlusconi non è neanche lontanamente il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall'«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, come Giulio Cesare, «dittatore democratico», stava dentro quello della Repubblica: forzandolo a suo favore col pretesto di correggerlo e salvarlo. Bruto e Cassio pensarono di risolverla a modo loro ma, come è noto, l'impresa finì male.
Questa premessa esclude che lo sventolio della Costituzione italiana rappresenti un'arma in grado di contrastare i contenuti sociali e culturali della politica berlusconiana, già solo per il fatto che diversi sventolanti li condividono in larga misura. Senza contare l'erosione che il tempo e le pratiche politiche effettive hanno esercitato sulla Carta. L'idea che alla destra e alla sinistra si siano sostituiti due fronti, quello dei fedeli difensori della Carta fondamentale e quello dei suoi detrattori, quello dell'interesse privato e quello dei patrioti, quello della bandiera azzurra e quello del tricolore è un miraggio sconclusionato e inquietante. Prendiamo due principi costituzionali tra i più decisivi, come la laicità dello Stato e il ripudio della guerra. E domandiamoci se Casini, Buttiglione o Rutelli possano considerarsi incrollabili garanti del primo e se Massimo D'Alema o Fini possano considerarsi indiscussi paladini del secondo (dando per scontato che troverebbero certamente il modo di proclamarsi tali). Gli allegri interpreti della Carta costituzionale non sono molto migliori dei suoi detrattori e talvolta perfino peggiori. Il grande fronte patriottico sorride e ondeggia in piazza tra Giuseppe Verdi, Goffredo Mameli e Sanremo, grazie alla completa rimozione di ogni contenuto sociale, di ogni conflitto d'interessi (la parola riguarda ormai comodamente solo gli affari del signor Berlusconi). Dove di questo contenuto resta traccia, come sul piano sindacale, la Cgil, che più patriottica non si può, non riesce neanche lontanamente ad accordarsi con Bonanni e Angeletti, in nome dell'«interesse del paese». Solo il peggior politicismo riesce a scendere in piazza in difesa della scuola pubblica con chi ha sostenuto i tagli e le riforme governative della scuola e dell'università, salvando il governo sul punto preciso su cui sarebbe potuto davvero cadere. Già quale scuola pubblica poi? Non credo si debba difendere la stessa pubblica istruzione che possono avere in mente i finiani e l'Udc. La scuola che «fa gli italiani», che addestra all'orgoglio e all'identità e allinea tutti di fronte, come scrive Sergio Luzzatto in un recente formidabile pamphlet, a un «crocifisso tricolore» (Il crocifisso di stato, Einaudi). Qualcosa di assai simile a quella «educazione nazionale» con i suoi laici riti dottrinari, la sua soffocante retorica e il suo conformismo patriottico, che Robespierre volle imporre dopo il 1793 contro le ben più avanzate idee del girondino Condorcet, e a cui si sarebbe ispirata ogni successiva pedagogia fascista.
Se questo fosse stato il bersaglio delle parole di Berlusconi contro la scuola pubblica non resterebbe che dargli ragione. Ma così non è, perché è precisamente in senso dottrinario e autoritario (in nome dell' «umiltà» dovuta al mercato del lavoro) che la sua ministra ha agito. Con l'appoggio decisivo di diversi patrioti scesi in piazza il 12 marzo. L'una e gli altri vedendo la libertà di insegnamento e l'autonomia critica dell'apprendimento come il fumo negli occhi, eredità velenosa dell'esecrando1968.
Il tricolore, è bene rassegnarsi, sventola anche sulla testa di Berlusconi, come sventolò a suo tempo su quella di Craxi e della sua corte (dobbiamo a Lelio Lagorio il primo ripescaggio dello scemenzaio patriottico). Non, forse, sulle schiere della Lega, che al crocifisso affiancano la paccottiglia celtica e sventolano altre bandiere per altre patrie. Ma il metodo e lo spirito non cambiano che si vogliano «fare gli italiani» o «fare i padani» al posto degli spiriti critici e delle teste pensanti. Quelle che sulla stessa barca di Fini e Casini non ci vogliono stare, anche quando issa la bandiera di comodo di una Costituzione strapazzata per decenni. La sinistra sconfitta farà bene a capire che non esistono scorciatoie tricolori. La china da risalire è assai lunga e la sua leadership non ha un filo di fiato.
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Sull'articolo, invece, che dire? ...mah... mah mah mah... e poi ancora MAH!
Io posso anche accettare - e non solo accetto: approvo! - che alla fin della fiera questo discorso voglia andare a parare a "La sinistra sconfitta farà bene a capire che non esistono scorciatoie tricolori. La china da risalire è assai lunga e la sua leadership non ha un filo di fiato."
Giusto vero innegabile sacrosanto. E soprattutto necessario. Mettere in guardia tutti noi, voglio dire, dal rischio di cadere - per la solita mancanza d'idee - nella solita scorciatoia. Una volta era quella "organizzativista": oggi parrebbe essere quella "tricolorista".
(Giusto, anche se incidentalmente mi viene da notare che le chine si comincia a risalirle se ci si decide a muoversi, e a fare una buona volta un primo passo: e che voi, vi piaccia o meno, in questo processo di risalita siete una parte in causa. E sarebbe ora che vi decideste a dire che ruolo volete avere nella rappresentazione: puri e semplici "facilitatori del processo di aggregazione"? Vero e proprio "soggetto politico" con velleità di manovra autononoma? Ancor più puri e semplici "osservatori neutrali"? Io sono mesi, ormai, che fatico a capire da che parte intendiate stare.)
E però... però però però...
Io, che MAI E POI MAI E POI MAI in vita mia avrei pensato di potermi trovare, un giorno, a DOVER ESPORRE PUBBLICAMENTE un simbolo, ebbene: l'ho fatto. Dal mio balcone pende, in questo momento, un tricolore. Banalissimo, piccolo: ma l'ho messo. Sono un bieco nazionalista, uno che in fondo in fondo cova e alimenta il culto del "sangue dei poveri martiri sacrificatisi per la Patria"? Ma nemmeno per sogno!
Il punto è che ho perfettamente chiaro in testa 1) cosa significhi avere o non avere, potere o non potere disporre di un quadro minimo di regole democratiche condivise - meta-regole, potremmo chiamarle - entro il quale praticare e far svolgere e far accadere il conflitto o la dialettica democratica o chiamatela come cavolo vi pare; e 2) quale sia la posta in gioco. E proprio perché lo so, espongo un simbolo: un simbolo che IN QUESTO MOMENTO ha la stessa valenza di quegli altri simboli - a cominciare dal pugno chiuso alzato - che ci piacciono tanto, e che per evitare il tedio di chi eventualmente mi stia leggendo non starò a rielencare, tanto li conosciamo tutti.
Certo, certo: mi si potrebbe obiettare "ma in nome di quella bandiera, o cumunque di una molto simile, questo stato andò, per esempio, a bombardare Etiopia e Somalia durante la seconda guerra mondiale". Sarebbe una giusta obiezione. Che però dimenticherebbe un fatto.
E cioè, che a compiere misfatti in nome di un simbolo non ci va il simbolo: ci vanno comunque e sempre persone in carne ed ossa, e ci vanno per motivazioni molto concrete reali e "tangibili": motivazioni di potere, di calcolo economico, di "volontà di potenza" eccetera. Il simbolo, per parte sua, è intrinsecamente neutro: acquista, di volta in volta, la valenza che gli si vuol dare. Prendersela con la bandiera italiana perché Mussolini ci si avvolgeva, sarebbe come prendersela con l'operatore nabla dell'equazione di Schrodinger, perché in fondo in fondo è alla meccanica quantistica che dobbiamo la bomba atomica e il disastro di Fukushima. Un atteggiamento da idioti, tanto per chiamare le cose con il loro nome.
Ma torniamo al punto. Questa faccenda fa DECISAMENTE IL PAIO con l'articolo di Banti di qualche giorno fa. Articolo formalmente bello e retoricamente ineccepibile, come quello qui sopra: e allo stesso modo del tutto inutile.
Ma come fate a non capire, mi domando, che intanto che noi perdiamo tempo a prendere le misure - se mi si passa la volgarità - al deretano delle mosche, e a progettare il migliore dei mirini telescopici possibili, le sottostanti dinamiche di "potere neo-corporativo" vanno allegramente avanti senza di noi: col rischio che, fra due-tre anni, quando finalmente la nostra super-arma sarà pronta, non ci sia più nemmeno un moscerino a cui sparare: e non sia rimasto nemmeno più nulla di cui discutere e su cui "confliggere" perché nel frattempo sarà già ampiamente andata in onda la puntata finale del disastro?
Ripeto: io posso capire che in questo modo si vogliano mettere in guardia gli aspiranti "leader" nostri dal rischio di cadere in certe trappole, o di farsi irretire da certe sirene; e soprattutto, gli si voglia lanciare il messaggio "attenti perché su questa strada non vi seguiamo. È una strada già vista: è la strada che porta a finire col giocare secondo le regole scelte e stabilite da altri". Giusto. Bene. Benissimo.
Ma quali regole? Se si dovesse seguire fino in fondo la tua argomentazione, caro Bascetta, allora tanto varrebbe buttarla subito nel cesso, la Costituzione repubblicana. Tanto, che 'cce frega? Noi siamo oltre! Non ci curiamo di queste minuzie, noi!
E dopo che abbiamo seguito i "cocchieri del disastro" giù per il precipizio, dopo che abbiamo lasciato che della Costituzione, ossia del "sistema minimo di regole condivise con cui normare il conflitto", venisse fatta carta per pulirsi - riscusatemi la volgarità - il sedere, che facciamo: ci sediamo ad aspettare che, trascorsi altri centocinquant'anni, il vecchio nemico ci passi davanti, ormai ridotto a cadavere, dopo aver spolpato tutto lo spolpabile? Lo capite o no qual è il tenore della sfida?
Parlate un giorno sì e l'altro pure di difesa dei beni pubblici - o dei "beni comuni non negoziabili", come piace chiamarli a taluni - e poi mi venite a raccontare che sulla questione delle difesa ad oltranza delle "meta-regole", quali sono quelle costituzionali, si può transigere? Che "lo sventolio della Costituzione italiana" è vietato pensare che "rappresenti un'arma in grado di contrastare i contenuti sociali e culturali della politica berlusconiana, già solo per il fatto che diversi sventolanti li condividono in larga misura"? E che significa: che, appunto, siccome a brandire la Costituzione in questo momento saremmo in equivoca compagnia, allora tanto vale affrettare i tempi, facilitare il lavoro a Berlusconi (o a chi lo muove), e darle fuoco noi, a questa vecchia cartaccia che ha stufato pure i muri? Ma la vedete o no, l'enormità assurda di questa vostra posizione? E quando vi deciderete a leggere SUL SERIO un po' anche Rawls e Habermas, oltre che i soliti due o tre vostri testi sacri di imprescindibile riferimento?
Tu dici: "Ma Berlusconi non è neanche lontanamente il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall'«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, come Giulio Cesare, «dittatore democratico», stava dentro quello della Repubblica: forzandolo a suo favore col pretesto di correggerlo e salvarlo". Io ti dico: vivaddio - e anche viva Marx - cominciamo ad arrivarci. Forse.
Ora, però, senza una scelta di campo netta, di metodo, su quale debba essere il "quadro concettuale di riferimento" entro il quale muoversi per abbattere una volta per tutte il sistema berlusconiano, tutto ciò non resterà altro che il solito cumulo di chiacchiere. Continuare a rimandare all'infinito questa scelta, in nome di conflitti - probabili! possibili! presumibili! - comunque tutti di là da venire, perché nemmeno le truppe ci sono (e, en passant, dove sono finite le armate di "rivoluzionari dell'università" che parevano dover mettere a ferro e fuoco i palazzi del potere lo scorso dicembre? Svanite come neve al sole: come volevasi dimostrare. E piantatela, per inciso, con questo continuare ad aspettare che il miracolo dell'"aggregazione delle masse rivoluzionarie" lo faccia Internet!! Lo vedete o no che in Nord Africa l'unico posto in cui gli eventi stanno prendendo una piega davvero "rivoluzionaria" è la Libia: dove, guarda caso, si combatte con pistole e fucili?! Quando vi deciderete a comprarvi un buon paio di occhiali da sole?!) e men che meno ci sono i generali, significa far passare altri mesi inutilmente. E mentre a Roma si perde tempo nei soliti nominalismi da "volpi dell'alta teoria", Sagunto se ne va allegramente all'inferno... fra tanti bei tarallucci e un fiume di vino... ¬¬ 15-03-2011 19:41 - Harken
Eppure la storia lo ha ormai scritto a catteri cubitali e inestinguibili.
Ma nell'Italia delle grandi riforme berluconiane,si sta confutando anche questo.
Pòi arriva un intelletuale che dice che anche i comunisti e i socialisti sono dei patrioti e tutti aprono una discussione.
Ma fatela finita.Noi eravamo sulle montagne e combattevamo con il tricolore al braccio,quando i fascisti,genitori di questa nuova classe dirigente ammazzava gli italiani alle Fosse Ardeatine,a Marzabbotto e in mille altri luoghi.
Noi siamo sempre stati i primi patrioti di questo paese.
Lo siamo stati e lo siamo oggi,che combatteremo con tutte le armi a nostra disposizione contro i nemici della Costituzione e della nostra Repubblica.
Fate bene attenzione,perche son nati i Nuovi Partigiani! 15-03-2011 19:12 - mariani maurizio
Le semplificazioni eccessive, a 360°, generano un senso di spaesamento. Il Giornale sarebbe contento di poter pubblicare un intervento nel quale si afferma che l'azione (e il pensiero) di Berlusconi non hanno niente di anomalo, rispetto alla Costituzione Repubblicana.
E poi, identificare l'insieme del PD esclusivamente con i suoi dirigenti (D'Alema o chi altri), mi pare, anche questo, una mancanza di finezza analitica.
Senza contare la sottovalutazione (ancora una volta!) del ruolo della Lega, che questa Costituzione la sta dinamitando da anni.
E poi perché questa continua polemica con La Repubblica ?
E che dire di Robespierre ispiratore della pedagogia fascista ? (e pensare che Furet ha speso una vita a farne il predecessore naturale di Lenin e dunque il responsabile indiretto, ma comunque responsabile, dei massacri del comunismo sovietico).
Io non vedo in cosa, difendere la Costituzione Repubblicana oggi, sia una scorciatoia.
Che Fini, Casini o altri non vogliano stare nella stessa barca è sicuramente un'evidenza (non so). Ma questo genere d'incompatibilità esisteva anche all'interno della Costituente. Ciò che so è che da allora, mai come ora, la democrazia italiana m'è parsa malata e sull'orlo del collasso. 15-03-2011 16:14 - Spartacus