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Stefano Liberti, inviato a Bengasi
Una rivolta tutta in salita
«Io non ho mai preso un fucile in mano. Ma oggi devo dare anch'io il mio contributo. Devo difendere il mio paese». Mahmoud Edrida, 21 anni e qualche chilo di troppo, è uno studente di ingegneria. Ma stamattina non è andato in facoltà, anche perché l'università è chiusa, le lezioni sono interrotte fino a nuovo ordine. È invece in fila, insieme a decine di altri ragazzi, di fronte alla «caserma 7 aprile». Vuole partecipare all'addestramento per «giovani rivoluzionari». Un training rapido: in pochi giorni gli insegneranno a usare il kalashnikov e gli forniranno qualche rudimento di tecnica militare. Finito il corso, se vorrà, potrà andare al fronte. In ogni caso, dice, «sarò preparato a difendere Bengasi, nel caso in cui le truppe di Gheddafi dovessero arrivare».
Edrida è un ragazzo mite. Racconta che nemmeno ha partecipato alla rivolta cominciata il 17 febbraio, che in quattro giorni ha sloggiato le unità speciali del regime dalla capitale della Cirenaica e stabilito di fatto un nuovo stato in tutto l'est della Libia. «Non era la mia priorità. Ma poi quando ho visto che le milizie di Gheddafi uccidevano i miei amici, ho capito che non potevo restare con le mani in mano». Nel cortile della caserma, i ragazzi sono riuniti in gruppetti di cinquanta. Un militare mostra loro come funziona un lanciarazzi piuttosto rudimentale. Tutti ascoltano attenti. «Siamo pronti a difenderci. Fino alla morte se necessario» dice Ali, un ragazzo di appena 17 anni.
L'entusiasmo di questi giovani nasconde una grande paura. Le notizie che giungono dal fronte non sono per niente buone: in una settimana, le truppe lealiste di Gheddafi sono avanzate di un centinaio di chilometri. Hanno riconquistato gli importanti centri petroliferi di Ras Lanouf e Brega e lanciato alcuni raid aerei sulla città di Ajdabiya, distante appena 160 chilometri da Bengasi. «È solo una ritirata strategica» assicura durante una conferenza stampa il generale Abdelfattah Younis, ex compagno d'armi di Gheddafi, poi ministro degli interni e oggi capo di stato maggiore degli insorti. «La guerra è fatta di avanzate e ritirate strategiche».
Poche ore dopo, il comando dei ribelli annuncia di aver ripreso Brega e di aver addirittura fatto decine di prigionieri. Impossibile da verificare, la notizia fa parte del balletto di conferme e smentite che si rincorrono ora per ora e che costituiscono l'essenza di questo come di ogni conflitto. «Siamo pronti a difendere Ajdabiya» assicura comunque il generale Younis.
«Dobbiamo difenderla. Se prendono Ajdabiya, sarà un problema perché in quel caso avremo riserve di petrolio per soli 9 giorni» conferma Kamal Hodeifa. Questo giudice è uno dei 13 membri del Consiglio nazionale di transizione, il governo provvisorio messo in piedi per gestire la nuova entità politica che si è formata dopo la rivolta. Ogni esponente del consiglio ha un incarico specifico. Il magistrato si occupa dei problemi legati alla sicurezza e alla strategia militare. Quando lo incontriamo è impegnato in un'accesa discussione con un soldato, che lamenta la scarsa preparazione dei «giovani rivoluzionari». «C'è qualche problema di coordinamento, ma lo stiamo risolvendo» minimizza. «Stiamo lavorando in condizioni difficili».
Fuori dal palazzo di giustizia, il luogo-simbolo della rivolta dove si riunisce anche il consiglio di transizione, continuano le manifestazioni, sventolano le bandiere rosso-verde-nere degli anti-Gheddafi, vengono trasmessi su grande schermo i notiziari di Al Jazeera, la tv del Qatar che fin dall'inizio ha dato ampio spazio alle rivendicazioni dei ribelli, partecipando attivamente alla guerra d'informazione tra Tripoli e Bengasi e attirandosi gli strali dei sostenitori del colonnello. Bengasi è immersa in una calma tesa, in cui si registrano i primi segni di stanchezza.
Molti negozi hanno le saracinesche abbassate. I bancomat non funzionano. Gli stipendi non vengono pagati. Al cambio nero, il dinaro è in caduta libera. Le scuole e le università sono chiuse. Il traffico è regolato da ragazzini volontari che agitano freneticamente fischi e palette più per gioco che per altro.
«Non è facile costruire uno stato dal nulla» sottolinea Mustapha Al Garyani, un uomo d'affari che lavora a stretto contatto con i membri del consiglio transitorio. «Normalmente, in tre settimane, non si riesce nemmeno ad aprire un negozio. Noi stiamo creando le istituzioni di un Paese». Anche questo businessman è sicuro che Gheddafi non può vincere. «Lui ha i mercenari, noi abbiamo il popolo dalla nostra parte» dice fiducioso.
I membri del consiglio sono impegnati a cercare un riconoscimento internazionale, che per il momento è arrivato solo dalla Francia. Chiedono la no-fly zone come se fosse una panacea. E in pubblico ostentano un ottimismo che appare un po' fuori luogo. Gran parte degli abitanti della città sembrano appoggiare la rivolta. Ma per quanto tempo ancora? Quanto può durare un'amministrazione autonoma di uno stato fantasma, in cui i servizi sono affidati al volontarismo dei singoli?
Garyani crede che la situazione si sbloccherà presto. «L'Europa non può permettersi una guerra di posizione in Libia, perché farebbe schizzare il prezzo del petrolio a 200 dollari il barile. Ci sarà una qualche forma di intervento». Ma fuori non tutti la pensano come lui. Un signore di una quarantina d'anni è fermo di fronte al Palazzo di giustizia. «Questi sono pazzi» dice in italiano. «Hanno fatto una rivolta e non sanno che pesci prendere. Stanno sfiancando la nostra città». L'uomo non vuole dire il suo nome («puoi scrivere che mi chiamo Mohammed»), ma si dichiara un sostenitore di Gheddafi. Racconta che è la prima volta che viene qui, nel cuore della rivolta. Fino a ieri, non osava. Oggi si sente più sicuro. Guardando la bandiera rosso-verde-nera che sventola sul palazzo, non ha dubbi: «Tra pochi giorni sarà sostituita da quella verde e questi cosiddetti rivoluzionari finiranno di distruggere la Libia».
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Quindi stiamo a vedere come finirà questo miscuglio di rivolta (poca) e colpo di stato (molto) con la morte nel cuore per la fine di quei (pochi) rivoluzionari libici che hanno lottato per la libertà e quei pochissimi che hanno lottato anche per un mondo migliore.
Purtroppo i giochi si stanno facendo, come sempre, sopra le loro e le nostre teste! 16-03-2011 14:53 - Piero Cavina
Perchè infatti a livello internazionale si hanno tentennamenti?
Forse perchè la democrazia è sempre meglio esportarla che lasciarla crescere spontaneamente! 16-03-2011 13:45 - Gromyko
Ci ricorderemo a lungo delle sciocchezze scritte dai vari parlati e castelline, specie quando ci chiameranno a manifestare contro il tiranno di turno. Grazie a tutti per aver scritto un'altra bella pagina della sinistra. Che per fortuna, è stata cancellata! La sinistra, non la pagina... Saluti 16-03-2011 12:22 - Marco
Quindi stiamo a vedere come finirà questo miscuglio di rivolta (poca) e colpo di stato (molto) con la morte nel cuore per la fine di quei (pochi) rivoluzionari libici che hanno lottato per la libertà e quei pochissimi che hanno lottato anche per un mondo migliore.
Purtroppo i giochi si stanno facendo, come sempre, sopra le loro e le nostre teste! 16-03-2011 08:52 - Piero Cavina
vecchia mania della sinistra : prendersela con gli americani per tutto quello che succede.
Se fosse vero, non si capirebbe perchè della gente va a morire, sapendo di non essere all'altezza dei mercenari del rais.
Sull'Espresso della scorsa settimana un articolo di uno di loro, narra che gli sono stati offerti 10.000 $ alla settimana perchè è un bravo cecchino.
Gheddafi, quando avrà vinto, governerà avendo alle spalle un esercito di mercenari. Non il suo popolo. Questa è la verità. 16-03-2011 08:47 - carlo
un saluto
Alexfaro 15-03-2011 18:30 - alessandro
Le guerre on line, i conflitti costruiti via internet, conquistano la vista e la mente di chi, ipnotizzato dalle immagini, pensa di poter sostituire la realtà e la dura materialità della vita con lo spettacolo della democrazia narrata a puntate. Prima o poi il sipario cala sulla scena e gli spettatori devono uscire dal teatro o staccarsi dal video. Finita la trance visiva occorre fare i conti la prosaicità del mondo. Le truppe fedeli al Colonnello stanno riconquistando metro dopo metro ogni città finita in mano ai ribelli, i quali avevano potuto issare le loro bandiere solo perché non ostacolati da nessuno. Ora bastano quattro cannonate o la mera minaccia delle armi per farli ritirare e fuggire oltre confine. La Comunità internazionale che aveva scommesso sulla riuscita della rivolta dovrà adesso fare un passo indietro e dialogare col “despota”. Quest’ultimo diventerà di nuovo presentabile perché potrà comprarsi, col petrolio e la sua collocazione strategica nel mediterraneo, il rispetto di questi citrulli che fabbricano menzogne per gli altri ma poi finiscono per crederci essi stessi. Chi non ha denaro, mezzi e pace manca di tre buoni amici, diceva Shakespeare. Sono sufficienti i primi due per far unire il terzo alla "combriccola". In questo sequel cinematografico di “Via col vento dei popoli”, il cui finale è stato stravolto da Gheddafi con il disappunto degli sceneggiatori del programma, ci hanno rimesso la faccia i principali capi di Stato occidentali (da Obama a Sarkozy fino a Medvedev) che ora cercano di defilarsi lasciando la parola ai secondi. In una intervista al QN di ieri il Generale Clark, ex comandante in Kosovo, ha affermato esplicitamente che gli Usa non interverranno perché non ci sono interessi statunitensi da tutelare. Obama prende uno schiaffo in faccia dai suoi militari che evidentemente non vivono di retorica e di ideali come lui. il Presidente del Nobel alle intenzioni con questo manrovescio è costretto a scendere dal piedistallo dei semidei della politica e a ritornare tra i comuni mortali. Poi Clark sostiene giustamente che ad avere interessi diretti in Libia è l’Italia, lo Stato economicamente più esposto in quella zona. Il citato Generale si chiede come sia possibile che il Governo italiano abbia allora sposato acriticamente il linguaggio belligerante degli anglo-francesi ben sapendo che tutto andava a proprio svantaggio.Già, chissà come mai. Forse imperizia dei nostri servizi segreti e della diplomazia che non ha avuto il polso della situazione? Può essere. Ed allora è opportuno che qualche testa cada. Per esempio quella del Ministro degli Esteri Frattini il quale ha dimostrato di non saper fare il suo lavoro piegandosi sin da subito alle versioni fornite dai media ufficiali e dai nostri partners stranieri che, come detto, hanno soffiato sul fuoco di una inesistente rivoluzione libica per farci le scarpe.
Saluti 15-03-2011 17:39 - gianchi