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Michele Giorgio
Le truppe saudite entrano in Bahrein
Lo chiamano «Peninsula shield force» il contingente militare di pronto intervento delle petromonarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo, ma in realtà erano blindati della Guardia Nazionale saudita (Sang), quelli che all'alba di ieri, percorrendo l'autostrada Re Fahd, che ad un certo punto diventa un lungo ponte, sono entrati in Bahrein con un migliaio di truppe scelte incaricate di far capire ai rivoltosi del «14 Febbraio», con le buone e con le cattive, che dovranno tornarsene a casa e rinunciare a democrazia e riforme.
Da parte loro gli Emirati invieranno in Bahrein 500 poliziotti per aiutare la monarchia assoluta dei Khalifa a «restaurare l'ordine e la sicurezza» tra lo sgomento dei bahreniti che da un mese sono accampati in Piazza della Perla a Manama sulle orme della rivolta degli egiziani in Piazza Tahrir al Cairo.«Non c'è alcuna minaccia esterna, è una protesta per chiedere democrazia e una monarchia costituzionale - ci spiegava ieri Sarah Ali Sultan, che si trovava assieme ad altre migliaia di persone nella piazza simbolo della rivolta - non vogliamo far cadere la monarchia e instaurare una repubblica islamica come in Iran, chiediamo semplicemente un governo eletto dai cittadini». «Se re Hamad al Khalifa crede di intimorirci, si sbaglia» ha aggiunto l'attivista, raccontando che i dimostranti hanno eretto barricate intorno alla piazza e che se i soldati sauditi vorranno attaccare l'accampamento potranno farlo solo con i blindati.
Re Hamad ripete che la rivolta non è altro che una «congiura» iraniana che cavalcando le proteste arabe di questi mesi, cerca di creare instabilità nel Golfo, e consegnare il potere agli sciiti - la maggioranza della popolazione in Bahrein - strappandolo ai sunniti che dominano l'isola da 230 anni.
Come re Hamad, gli altri principi, sultani e re sunniti del Ccg si sentono sotto pressione e ora agiscono per fermare i «Baherina» come, in senso dispregiativo, chiamano gli sciiti del Bahrein che stanno infiammando le aree sciite in tutto il Golfo. D'altronde non è la prima volta che Riyadh invia soldati in questo minuscolo regno, considerato una sorta di «luna park» dai sauditi in cerca dei divertimenti proibiti in patria. Già nel 1994 migliaia di truppe saudite imboccarono l'autostrada Re Fahd per spegnere sul nascere una rivolta sciita. Un portavoce saudita ha spiegato che l'invio delle truppe è avvenuto perché «gli inviti al dialogo» lanciati da re del Bahrein non «sono stati accolti dall'opposizione...i soldati proteggeranno le infrastrutture strategiche, come impianti petroliferi, centrali idriche ed elettriche, oltre a istituti bancari e finanziari».
Non è insignificante che a richiedere l'intervento delle truppe saudite e delle altre petromonarchie, sia stato proprio l'erede al trono, il principe Salman bin Hamad Khalifa, che nei giorni scorsi aveva ottenuto dal padre di poter avviare un negoziato con i rivoltosi. Salman in quest'ultimo mese, secondo la stampa araba, aveva guidato l'ala liberale della monarchia contro il conservatore (e potente) ministro di corte Khaled bin Ahmad che sin dall'inizio aveva chiesto l'uso della forza e appoggiato la sanguinosa repressione del 17 febbraio in cui erano stati uccisi sette dimostranti. Il principe ereditario, incapace di persuadere l'opposizione ad accontentarsi di qualche riforma di facciata e degli aiuti economici promessi agli sciiti, ha perso la sua partita con il ministro oltranzista ed è subito rientrato nei ranghi.
Da parte loro gli Stati Uniti, che pure ieri hanno riaffermato il diritto dei bahreniti a manifestare, non potevano non sapere dell'arrivo delle truppe saudite. Sabato scorso a Manama, re Hamad ha incontrato il Segretario alla difesa Robert Gates, al quale non può aver nascosto le sue intenzioni. E ben informata doveva essere pure il Segretario di stato Hillary Clinton, in viaggio nella regione. Tra le aspirazioni alla democrazia dei bahreniti e la monarchia assoluta sunnita, Washington sceglie l'alleato re Hamad che ospita con piacere la strategica base navale della V Flotta americana. «Stiamo seguendo gli sviluppi, non è in atto una invasione del Bahrein», ha commentato Jay Carney, portavoce della Casa Bianca.
Ma Piazza della Perla non si arrende. L'opposizione si è rivolta alle Nazioni Unite per chiedere protezione e denunciare «l'invasione delle truppe straniere». Contro i manifestanti per la democrazia ci sono però anche i miliziani sunniti. I media statali aizzano la minoranza spingendola ad organizzarsi con bande di picchiatori. Un gruppo di deputati sunniti ha chiesto al re di imporre la legge marziale per tre mesi e il coprifuoco.
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mi sembra insomma che ad esempio la rivolta in barhein e quella in libia,o in egitto non possono essere scisse l'una dall'altra, snche se ovvio ognuna con la sua specificità, ma che non prevale su un movimento che coinvolge una intera area con certi parametri storici, culturali, sociali abbastanza omogenei 16-03-2011 10:29 - marco
Non parteciperò mai più ad una buffonata come quella dello sciopero per la libertà di stampa. La quale non esiste. C'è una velina che, con variazioni diverse, viene ripetuta da tutte le testate e da tutti i pennivendoli. 16-03-2011 09:58 - pietro ancona
La Sinistra? Scordatevi questa parola. Non vi e' alcun movimento che possa realmente dirsi socialista, laico, libertario. Le Sinistre nel Golfo sono stritolate tra fascismi laicisti e fascismi religiosi. 16-03-2011 03:31 - Ahmed
Gheddafi ha molta più dignità dei ladroni europei che hanno scippato alla Libia cento miliardi di euro. E' grande, geniale statista e sono sicuro che se non verrà assassinato come Mossadeq darà la lezione che meritiamo 15-03-2011 21:07 - pietro ancona