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FUORIPAGINA
16/03/2011
  •   |   Stefano Liberti, inviato ad Ajdabiya
    Ad Ajdabiya, sotto le bombe

    Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L'attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.
    Un ribelle con un kalashnikov ci fa segno di no con la mano e ci impedisce di andare oltre. «Tornate fra un'ora, quando la situazione sarà più calma». Un'ora dopo, nella città si è scatenato l'inferno. Le forze ribelli indietreggiano. All'ospedale arrivano morti e feriti, civili colpiti da schegge di bombe. Due bambini di 4 e 7 anni che vengono subito medicati e non sono in pericolo di vita. Un uomo ucciso dal frammento di un ordigno mentre viaggiava in macchina, la materia cerebrale ancora sparsa sul poggiatesta. Un altro che arriva con le interiora in mano e morirà poco dopo. Ambulanze a sirene spiegate. Il crepitio della contraerea. Bombe sempre più vicine.
    La città piomba nel panico. I pochi negozi aperti si affrettano ad abbassare le saracinesche. Le bandiere rosso-verde-nere simbolo della ribellione sventolano tristi. Veicoli degli anti-Gheddafi vanno in tutti i sensi, presi in un vortice di paura e confusione. Decine di macchine cariche di persone e bagagli si lanciano sulla strada che porta verso Bengasi, la capitale della Cirenaica ancora in mano ai ribelli. Solo un paio di ore prima, la pista d'asfalto era deserta. Ora è un fiume di macchine, camion, pick-up, che tentano di fuggire dalla guerra. Un'ondata di profughi che cercano rifugio dove possono, in casa di familiari, di amici, il più lontano possibile dai combattimenti.
    All'ospedale cittadino la situazione è frenetica e disperata. Il personale medico è impegnato a operare e curare i feriti, che arrivano senza sosta. «Guardate - urla il dottor Suleiman Rifadi - sta bombardando i civili. Gheddafi è pazzo, ci ucciderà tutti, mentre il mondo rimane a guardare». Ci sono diversi volontari, molti dei quali studenti di medicina che lavorano senza sosta da giorni. Alcuni uomini armati. Parenti delle vittime che piangono. «Abbiamo bisogno dell'aiuto della comunità internazionale - grida Mohammed Al Fakri, professore all'università -, devono istituire la no-fly zone e fare bombardamenti mirati sulle forze di Gheddafi. Ci devono aiutare. Non vogliamo un intervento di terra, ma ogni bombardamento delle forze Nato o di chiunque è benvenuto e necessario». «Come si fa a parlare con Sarkozy e Cameron?», gli fa eco il dottor Rifadi. «Il presidente francese e il premier britannico sono gli unici che hanno preso una posizione giusta, dicendosi pronti a bombardare il dittatore».
    Gli anti-Gheddafi intanto indietreggiano a vista d'occhio. Il fronte si avvicina. Le forze ribelli si liquefanno dietro l'avanzata di quelle del colonnello. «Non abbiamo armi. Sono tantissimi», dice sconsolato Sherif Layas, ex direttore di marketing convertitosi in combattente rivoluzionario il 17 febbraio scorso. L'uomo, vestito in mimetica con un cappello e un kalashnikov a tracolla, ha assistito direttamente alla disfatta progressiva delle forze ribelli, che fino a una decina di giorni fa si dicevano convinte di potere arrivare facilmente e rapidamente a Tripoli e di poter spodestare il colonnello. Layas ha il volto coperto di sabbia e l'aria stanca. Combatte senza interruzione da tre settimane. Nell'ultima ha dovuto ritirarsi di più di 250 chilometri. «Eravamo a Ras Lanouf. Poi siamo andati a Brega. Ora stanno venendo qui ad Ajdabiya. Non ce la possiamo fare. Sono troppi e noi non abbiamo le armi giuste per fronteggiarli».
    La probabile e imminente caduta di Ajdabiya rappresenterebbe una vittoria di primo piano per le forze di Gheddafi. La città è in una posizione strategica all'ingresso della Cirenaica. Da lì parte una strada che aggira Bengasi e, dopo 400 km, arriva direttamente a Tobruk, a poca distanza dal confine egiziano. Se le truppe lealiste conquistano quest'ultima città, possono poi accerchiare l'odiata capitale dei ribelli da est e da ovest e stringerla in un assedio che lascerebbe poche possibilità di sopravvivenza al Consiglio nazionale transitorio che governa la regione dallo scorso 17 febbraio. «Non abbandoneremo Ajdabiya - dice Layas -, è il limite tra la vita e la morte della nostra lotta. Senza questa città, siamo destinati a perdere». Ma, vista la sproporzione delle forze in campo, sembra difficile ogni resistenza. Salvo miracoli, Ajdabiya appare destinata a cadere.
    Tutte le dichiarazioni delle forze ribelli, che affermavano di tenere ancora la città di Brega e di aver compiuto una semplice ritirata strategica, si mostrano per quelle che sono: pie illusioni, nel migliore dei casi; nel peggiore, vere e proprie menzogne di guerra per tenere alto il morale dei giovani combattenti della rivoluzione, sempre più in caduta libera. Brega è in mano alle forze di Gheddafi. Mussa Gibril Bujgama viene dalla città. E' partito l'altroieri e racconta di repressioni cruente. Di persone uccise senza pietà nella strada. «Un mio amico è stato preso e ammazzato con un colpo di pistola, perché è stato identificato come uno dei capi della ribellione. Bujgama è scappato da Brega per evitare ritorsioni. «Figuratevi - continua - che hanno fermato un'ambulanza e ucciso a sangue freddo il ferito che era sopra». Mentre parla, due aerei volteggiano sopra l'ospedale. La contraerea lancia una scarica fortissima, che semina il panico. I colpi si perdono nell'aria. Sempre più uomini armati si aggirano all'interno dell'edificio. Due postazioni di lanciarazzi vengono parcheggiate all'ingresso. I ribelli temono che Gheddafi possa bombardare l'ospedale. «Lo ha già fatto a Brega, lo farà anche qui», afferma Layas.
    «Probabilmente nelle prossime ore, evacueremo definitivamente l'ospedale. Intanto stiamo portando tutti i pazienti a Bengasi», assicura il dottor Suleiman Rifadi. La struttura serve solo per le operazioni urgenti. Tutti i degenti sono trasportati verso la capitale della regione, a 160 km di distanza. Bengasi è sicura. Ma per quanto tempo ancora? Le forze ribelli non sembrano in grado di contrastare l'avanzata delle truppe. Hanno armi obsolete. E poca preparazione militare. «Li staneremo casa per casa», aveva minacciato il colonnello. Se i racconti di quanto è successo a Brega sono veri, hanno già cominciato. Bengasi trema, temendo il peggio e una vendetta che arriverà certamente violentissima e spietata. Cala il buio sulla capitale della Cirenaica. In strada pochissime persone. Si sentono, come ogni sera, scariche di kalashnikov. Ma stasera fanno più paura del solito.


I COMMENTI:
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  • Certo la Nato deve intervenire per difendere la libertà e la democrazia...
    Come in Yugoslavia nel '99 per un genocidio inventato. Come in Iraq per armi inesistenti. Come in Afghanistan per togliere il velo alle donne. Sempre per difendere la libertà e la democrazia dal Vietnam con le balle del golfo del Tonkino. Non vi ricordate i 6000 morti di Timisoara nella Romania dell'89? Tutte balle! Le migliaia di morti della Tienanmen? Tutte balle! In nome della libertà e della democrazia: il Cile nel 1973; i Contras in Nicaragua; l'invasione e il bombardamento di Panama nell'89; l'invasione di Grenada nell'83...
    Vogliamo continuare?
    Siete solo dei servi! 17-03-2011 16:13 - Luri
  • Ma come, fino a ieri non eravate contro le "guerre umanitarie" e "l'esportazione della democrazia"? Cosa è che vi ha fatto cambiare idea? 17-03-2011 14:13 - Gundam
  • Sicuramente buone ragioni ci sono per la quali nessun governo occidentale ha(ancora)preso iniziative militari contro le forze armate di Gheddafi,e sono 1):Non c'è-e non ci sarà-nessuna risoluzione ONU che autorizzi l'uso della forza;2):Di guerre in giro nelle quali sono impegnate le forze armate occidentali ce ne sono già abbastanza per infilarsi in un'altra le cui possibili conseguenze non sono prevedibili,sia sotto il profilo delle perdite umane e di materiali,e sia sotto il profilo strettamente economico e politico. 17-03-2011 13:11 - claudiouno
  • Grazie stefano per queste tu coraggiose storie!
    Pochi sono quelli che osano avventurarsi in una rivoluzione perdente....
    E che schifo mi fa questo mondo che si riempie la bocca di "democrazia" e poi la rivomita sotto il tavolino! 17-03-2011 12:27 - Andrea
  • L'impotenza degli stati occidentali a fermare questo massacro è un incoraggiamento per i dittatori come gheddafi che ci considereranno dei vigliacchi. 17-03-2011 11:00 - maria cristina feruglio
  • Il Manifesto sta seguendo con grande professionalita' gli eventi in Libya. Non e' generoso imputargli scarsa coerenza ideologica, visto che ha gia' supplito mille volte alle mancanze della politica. Non e' il ruolo di un giornale, per quanto acuto possa essere il suo spirito ideologico.
    Stupisce, piu dai posts che si leggono che dagli articoli dei giornalisti, questa continua ricerca di Eroi e Dannati, Santi e Puttane, Buoni e Cattivi. Dal popolo della Sinistra con una cultura materialista ci si aspetterebbe di analizzare i fatti, in primo luogo. Ecco che invece Khaddafi diventa un giorno un eroe da difendere, ed un altro un tiranno da abbattere. E se avessero torto entrambi? Se non ci fossero buone ragioni da difendere ne' nel regime ne' nei rivoltosi, ma solo egoismi ed odio tribale tra la Khadaffia e le tribu Cirenaiche? Ma dovete sempre mettere le bandierine dei buoni e cattivi sulla storia? 17-03-2011 07:54 - Ahmed
  • Che pena,leggere dei commenti in perfetta sintonia con la grancassa dei mass media occidentali. Anche da coloro che si spacciano di sinistra. In Libia è in atto una strana rivoluzione all'insegna della vecchia bandiera della più feroce monarchia che ha regnato centinaia di anni attraverso una spietata dittatura al culmine della quale ha lasciato il Paese con l'85%di analfabetismo, fame e disperazione. La rivoluzione verde di Gheddafi ha instaurato l'unico governo laico dell'Africa settentrionale creato scuole e portato l'istruzione tra il popolo.Molti, cosidetti "ribelli" "patrioti" ( in altre parti del Mondo vengono chiamati "terroristi, talebani") non sono altro che fondamendalisti islamici nemici del laicismo della Repubblica libica.Non sono un fan ne difensore di Gheddafi ma chiedere ai paesi occidentali i quali stanno massacrando i popoli iracheno e afgano di bombardare Gheddafi e il suo esercito regolare mi pone dalla parte della Repubblica di Libia. Per questi pacifisti da strapazzo che si svegliano soltanto quando si parla di Iran, Libia, corea, Cuba o Cina chiedo Ma nel Oman, Yemen, Dafur, Bahrein questi giorni insanguinate dalle dittature filo occidentali chi dovremmo bombardare i manifestanti che chiedono pane e democrazia o i loro governanti che li opprimono. Difficile si tratta di una scelta di campo. Io sono e sarò sempre contro gli invasori e bombardieri di territori altrui, e contro il motto Nordamericano " dove c'è petrolio c'è casa" 17-03-2011 01:34 - geronimo10
  • faccio un intervento forse provocatorio: l'inerzia dell'Onu e dell'Occidente lascia che degli uomini che rivendicano la libertà muoiano. Il popolo libico è abbandonato nelle mani del tiranno. E se domani cederà alle false promesse dell'estremismo islamico? C'è di che riflettere. I vecchi schemi (l'imperialismo Usa che interviene per il petrolio) sono caduti. Restano i morti. 16-03-2011 22:50 - gianfranco
  • Che peccato Il Manifesto, con questi articoli di guerra dei vostri inviati. Sempre con il grande dubbio su cosa veramente dire di queste forze di opposizione. Come se non fossero altro che espressione delle grandi 'potenze imperialiste'. Con questi articoli avete perso un'occasione per dire senza enfasi e con parole semplici chi è questo dittatore. Perchè caro redattore non dici esplicitamente quello che pensi di quello vedi, di questi ribelli che hanno provato ad alzare la testa. Da quello che scrivi, dal tuo distacco nella cronaca è chiaro quello che non vuoi dire. E'quello che esplicitamente afferma l'altro tuo collega de Il Manifesto inviato a Tripoli come 'embedded' a seguire l'esercito del rivoluzionario Gheddafi. Quello che in un articolo di una settimana fa scriveva fra parentesi "io preferisco Gheddafi". Fortuna vuole che al Manifesto c'è ancora una Rossana Rossanda e non solo lei, che in maniera intelligente sanno porre a se stessi e agli altri dubbi su dei personaggi che di rivoluzionario hanno ben poco. 16-03-2011 22:30 - Marco D'Amico
  • Quanto sa di verità la cruda cronaca giornalistica, quanto stride con i commenti politologici (sempre più rari per la verità, perché occorrerebbe arrampicarsi sugli specchi per avvalorare la tesi speciosa di una inesistente guerra civile), quanto fa a pugni con i sottili distinguo di una sinistra ignave e prigioniera del passato (il "Gheddafi buono, antimperialista), quanto contrasta con una incomprensibile equidistanza, che esige dai ribelli "certificati di autenticità rivoluzionaria" prima di esprimere il benché minimo sostegno, quanto è lontana dalla stolta e pregiudiziale visione complottistica di chi non vuole impicciarsi, di chi si crede portatore di una disincantata e superiore visione del mondo! In molti, a partire dai donchisciotteschi ed altalenanti governanti occidentali (ma anche dalle nostre parti), avranno sulla coscienza quello che è semplicemente un indiscriminato massacro del popolo libico da parte di un soverchiante armamento delle truppe del Colonnello. Certo, una colpa politica chi perde ce l'ha: in questo caso quella di non aver conquistato l'appoggio o quantomeno di non aver reso neutrali esercito e aviazione. 16-03-2011 18:37 - giacomo casarino
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