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FUORIPAGINA
17/03/2011
  •   |   Andrea Palladino
    La lobby italiana dell'insicurezza

    Immaginiamo di fermare la memoria per un secondo, cercando di focalizzare il terremoto de L'Aquila del sei aprile 2009. Proviamo a mettere a fuoco le immagini dell'Ospedale San Salvatore, con le colonne di cemento armato scoppiate, letteralmente divelte da un sisma di gran lunga inferiore a quello del Giappone. Ora, proseguendo nel nostro esercizio, trasportiamo quel cemento annacquato alla base di una centrale nucleare, con un nucleo composto dal micidiale Mox, ovvero una miscela tra uranio e plutonio, capace di contaminare un'area con un raggio di decine - se non centinaia - di chilometri. Ecco, benvenuti nell'incubo nucleare europeo, che si potrebbe nascondere sotto la sigla accattivante Epr, ovvero l'European Pressurized Reactor.
    Esagerazione? Non proprio rileggendo i rapporti di sicurezza dell'agenzia del nucleare finlandese, dove una delle «nuove» centrali Epr di Areva - la stessa tecnologia e compagine societaria scelta dall'Italia con il «piano Scajola» - nel 2006 era stata bloccata. I cantieri dell'impianto Olkiluoto 3 in Finlandia erano stati aperti il 12 agosto del 2005 e fino ad oggi hanno accumulato un ritardo di almeno due anni, con uno sforamento del budget di alcuni miliardi di euro. Una disavventura che è costata ad Areva un declassamento a BBB+ del rating di Standard&Poor's, arrivato lo scorso anno. Nel rapporto del Stuk - agenzia della sicurezza nucleare finlandese - del 2006 i tecnici evidenziavano alcune gravi mancanze nella realizzazione dei lavori. Tra queste vi era una partita di cemento con «un contenuto eccessivo di acqua», utilizzato per la base del reattore, un parallelepipedo di 103,1 per 100,8 metri, destinato a sorreggere il nucleo. Una protezione vitale, che fa la differenza in caso di crisi, che deve impedire il vero incubo del nucleare: la fusione e la dispersione del nucleo.
    Come si suol dire, tutto il mondo è paese. E così leggendo quanto riporta Greenpeace International in un rapporto di tre anni fa, scopriamo che le società coinvolte nella fornitura del cemento erano finlandesi doc: la base era stata disegnata dalla Finnprima, realizzata dalla Forssan Betoni, con la fornitura del cemento affidata alla Hartela Oy. Società assolutamente trasparenti, considerate al top in Finlandia, ma che su un'opera delicata come una centrale nucleare hanno incontrato qualche difficoltà di costo e di progetto, probabilmente. Difficoltà che non sono un semplice incidente di percorso, ma legate a problemi strutturali del tipo di impianto. Possiamo tentare di evitare ogni facilissima ironia immaginando cosa sarebbe avvenuto con lo stesso tipo di opera in Italia, soprattutto pensando a come funzionerà la nostrana agenzia del nucleare. Certo è che se i finlandesi non si fossero accorti di quel cemento con troppa acqua, il rischio di una apocalisse europea sarebbe aumentato notevolmente.
    Problemi simili si sono poi avuti con le saldature. Da controlli effettuati dalla Stuk lo spazio tra alcuni pezzi saldati era risultato eccessivo e fuori dalle norme di sicurezza.
    Il problema centrale era stato ben evidenziato da Greenpeace International. Areva non avrebbe dato istruzioni vincolanti alle centinaia di società che si erano inserite nella lunga catena dei subappalti, lasciando un margine di manovra pericoloso. Nel caso del cemento non adeguato il rischio per la sicurezza dell'impianto era notevole: secondo i test realizzati la base che sorregge il nucleo non avrebbe resistito alle sostanze corrosive nel corso dei 60 anni di durata della centrale.
    I ritardi e i problemi accumulati nel cantiere finlandese mostrano nella loro crudezza i limiti degli impianti dell'European Pressurized Reactor, scelti dal governo e da Enel per il programma nucleare italiano. Accanto a questi preoccupanti problemi di sicurezza - che hanno fatto aumentare i costi in maniera esponenziale, annullando di fatto ogni vantaggio economico - i dubbi sulla cosiddetta terza generazione del nucleare compongono una lista lunghissima. Si va dal pericolo di espulsione delle barre del combustibile nucleare, al sistema di controllo, fino alla difficile gestione delle scorie radioattive: secondo la società Posiva, incaricata della gestione delle scorie dell'impianto finlandese, nei residui della fissione dei reattori Epr vi sarebbe un'alta quantità di Iodio 129, sostanza altamente radioattiva con una emivita di 16 milioni di anni.
    La pessima esperienza del cantiere finlandese si aggrava guardando quanto sta accadendo in Francia, a Flamanville. Qui è la Edf - colosso del nucleare francese - ad essere coinvolta direttamente. Il 12 marzo del 2008 l'Agenzia nucleare francese ha scritto una lettera di fuoco al direttore del cantiere: «In particolare - spiegava nel report Thomas Houdré della Asn - dobbiamo rilevare che la struttura di acciaio è insufficiente». Non solo. La lunga lettera elenca diverse non conformità alle norme di sicurezza previste, chiedendo azioni urgenti alla società incaricata della costruzione. E anche in questo caso la conseguenza è l'aumento dei costi esponenziale, senza d'altra parte ottenere la piena conformità alle misure di sicurezza internazionali.
    L'Enel guidata da Fulvio Conti ha firmato il 24 febbraio del 2009 un accordo con la Edf che prevede la realizzazione di quattro impianti Epr in Italia. Il coinvolgimento dell'azienda energetica italiana nella tecnologia francese è ai massimi livelli, con una partecipazione pari al 12,5% nel cantiere di Flamanville.
    Le cifre fornite dall'Enel sugli impianti progettati per l'Italia, però, non tornano.
    Secondo Conti ogni reattore dovrebbe costare circa 4,5 miliardi di euro, mentre alcuni analisti internazionali hanno stimato il costo minimo - salvo inconvenienti, di certo non rari - attorno ai 7 miliardi. Una differenza sostanziale, che fa sospettare accordi non del tutto trasparenti e alla luce del sole. Di certo c'è la constatazione che gli impianti Epr di terza generazione non potranno mai garantire la ventilata convenienza del nucleare, offrendo energia a costi estremamente elevati e con una filiera della sicurezza che fino ad oggi ha mostrato debolezze estremamente pericolose.


I COMMENTI:
  • La cosa paradossale è che la Posiva mette nella sua brochure che il deposito di scorie per l'EPR non ha impatto ambientale in superficie e che una volta riempito, basta togliere un paio di piccoli edifici prefabbricati ed il panorama non ne sarà intaccato.
    Per dire cosa conta per il mercato: fare i soldi e scappare, nascondendo la "polvere" sotto il tappeto. 17-03-2011 23:08 - Diego
  • L'Italia e' un paese ad altissimo tasso di corruzione e infiltrazione politico/mafiosa. Il tasso di corruzione ci pone alla pari con i piu' corrotti paesi del terzo mondo.
    Le mafie hanno in tutto il mondo come uno dei principali business quello delle grandi imprese. Il nucleare e' uno di questi, come lo e' il ponte sullo stretto.
    Gli italiani sono, rispetto ai giapponesi, degli approssimativi accrocconi senza alcun senso del dovere e con bassissimo tasso di acculturazione. Basta vedere la nostra classe dirigente. Il piu' colto e' quel bibliomane illitterato di Dell'Utri, uno di quelli che colleziona ma non legge.
    Credo che la miscela sia esplosiva e non ci sia nulla da aggiungere. 17-03-2011 22:47 - Murmillus
  • Molte riserve sono dovute, trasparenza assoluta,la coopartecipazione della cittadinanza é richista!
    Prima di proseguire gli studi di fattibilitá che possono essere falsati per ovvie ragioni (né so qualcosa!)e prima ancora di iniziare accordi commerciali e nell'interesse degli azionisti,l'Enel (e piú di tutti lo Stato)dovrebbe essere sicura dei siti dove verranno erette le centrali (dato che nessuna regione vuole riposare accanto a una permanente sorgente di pericolo nucleare).Non solo, ma prima di tutto l'Enel e le autoritá pubbliche italiane (dato che c'é poco da fidarsi e perché c'é di mezzo la salute e la vita degli abitanti)ed europpee dovrebbero reperire e certificare la qualitá dei siti di raccolta delle scorie radioattive che fin'ora non si sa dove finiranno. Aggiungo che alcune imprese hanno nel passato costruito viadotti su piloni le cui fondamenta (qualitá del calcestruzzo)non erano conforme come da capitolati!
    Figuriamoci dopo l'esperienza aquilana che cosa potrebbe succedere nel ns. paese, (infiltrato delle piú peggiori cosche) quanto espresso nell'articolo sul calcestrzzo impiegato in Finlandia!
    Il legislatore e gli organi di controllo devono pertanto intervenire col massimo rigore! 17-03-2011 17:31 - odo
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