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Stefano Liberti, inviato a Bengasi
«Arrendetevi» Bengasi resiste
La carcassa ancora fuma in mezzo a un prato. Intorno, un centinaio di persone. Festeggiano. Staccano pezzi dell'aereo. Mettono in macchina i cimeli di guerra. Si fotografano accanto al trofeo. Un uomo in mimetica agita un bazooka e sventola la bandiera rosso-verde-nera degli insorti. «Vinceremo, siamo forti. Allah Akbar. Dio è grande», gridano alcuni ragazzi.
La contraerea delle forze rivoluzionarie del 17 febbraio ha centrato il bersaglio: due dei tre caccia mandati da Tripoli a bombardare l'aeroporto di Bengasi sono stati colpiti e abbattuti. Il terzo è fuggito senza centrare il bersaglio. Per il momento, i raid lanciati dal regime sulla roccaforte degli insorti sono stati un fallimento totale: l'altroieri, una bomba sganciata anch'essa sullo scalo è caduta in una strada lontana, creando solo un cratere. Ieri, è andata anche peggio: nessun danno di rilievo e due caccia abbattuti su tre. All'aeroporto il colonnello dell'aviazione Salah Elfitouri è visibilmente contento. «Li abbiamo cacciati via», racconta eccitato. «Sono arrivati verso le 11 di mattina. Abbiamo attivato la contraerea. Non sono riusciti a fare niente. Hanno sganciato un po' di bombe sulla zona degli aerei civili. E hanno lasciato intatti i nostri mezzi militari». Sulla pista, un aereo della Libyan airlines è ridotto in mille pezzi. Dalla carlinga esce un fumo denso. Un'ala giace annerita a venti metri di distanza. Poco più in là, un buco sul terreno profondo due-tre metri è il segno della potenza degli ordigni piovuti dal cielo. «Sono bombe di 250 chili. Ma non hanno fatto danni», dice ridendo il colonnello Elfitouri. «Non ci hanno capito più niente. Hanno lanciato a caso per sfuggire ai nostri colpi».
La notizia è accolta in città con grida di giubilo. Macchine strombazzanti si lanciano sulle strade. Migliaia di manifestanti si radunano intorno alla Mahkama, il Palazzo di giustizia sul lungomare, cuore pulsante della rivolta esplosa ormai un mese fa e centro decisionale del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) stabilito dopo la cacciata dalla città delle forze di Gheddafi. Alcuni pezzi degli aerei abbattuti sono arrivati anche qui. I dimostranti si radunano intorno. Si fanno fotografare con in mano una ruota. «Muammar ha detto che ci bombarda. Lo faccia pure. Qui nessuno ha paura», grida un ragazzo. Solo la sera prima, il regime di Tripoli aveva inviato un ultimatum attraverso la televisione di stato. «Invitiamo tutti i cittadini di Bengasi ad allontanarsi dai depositi di armi entro mezzanotte», scandendo poi un conto alla rovescia un po' inquietante. «Avete quattro minuti, poi tre, due, uno». E poi niente. Nulla era accaduto. Fino ai raid del mattino successivo. Che si sono rivelati un boomerang. Perché hanno risollevato il morale delle truppe rivoluzionarie, già caduto a picco di fronte alle continue sconfitte e all'avanzata delle truppe lealiste, che sembrava inarrestabile.
«Ora ci riprendiamo Ajdabiya», scandisce la folla alla Mahkama. La situazione al fronte è confusa: le truppe di Gheddafi non controllano completamente la città a 160 chilometri da Bengasi, secondo quanto indicano alcuni abitanti contattati per telefono. I bombardamenti continuano. Fino ad adesso, ci sono stati almeno 30 morti all'ospedale. Dopo la ritirata di tre giorni fa, che pareva una fuga generalizzata e senza speranza, gli insorti hanno recuperato qualche posizione. Anche grazie, a quanto pare, a qualche raid aereo riuscito. «Abbiamo mandato la nostra aviazione a bombardare le postazioni di Gheddafi. Hanno colpito una colonna di blindati che risaliva da sud per andarsi ad unire alle forze che combattono ad Ajdabiya», assicura il colonnello Elfitouri.
Le notizie e le smentite si rincorrono come sempre in un balletto senza fine, in cui è difficile stabilire la verità. A ovest, le forze del rais hanno lanciato un assalto su Misratah, l'ultimo centro ancora controllato dagli insorti in Tripolitania. La tv di stato annuncia che la città è stata presa. Fonti del Consiglio nazionale transitorio smentiscono. Nel pomeriggio, i telefoni smettono di funzionare. Difficile verificare alcunché. Si può credere solo a quello che si vede. E quello che si riesce a vedere non è molto.
Quel che è certo è che gli annunci bellicosi lanciati due giorni fa da Gheddafi e dal figlio Seif al Islam, secondo cui Bengasi sarebbe stata catturata in 48 ore, si sono rivelati nulla più che pie illusioni. La capitale della Cirenaica sembra difficile da prendere in così poco tempo. Ci sono migliaia di uomini armati pronti a difenderla fino all'ultimo. Le forze rivoluzionarie e i «giovani volontari» - ragazzi dai 15 anni in su che vengono addestrati nelle caserme all'uso delle armi - sono risoluti a non lasciar passare le forze di Gheddafi, se si dovessero avventurare in città. «Non verranno mai, al massimo faranno qualche raid aereo. Semplicemente, non possono entrare via terra a Bengasi», afferma sicuro di sé Mustapha El Garyani, un imprenditore edile che fin dal 17 febbraio ha assunto un ruolo di primo piano nel consiglio transitorio, anche se non ha alcun ruolo formale.«La città è completamente al sicuro dal punto di vista militare. Ci sono radar tutto intorno e la contraerea piazzata in modo capillare. Non possono passare», gli fa eco il capitano della marina Ali Spak, incaricato dal Cnt di coordinare la difesa della città. L'abbattimento degli aerei sembra confermare le sue parole.
In serata, Gheddafi si rivolge un'altra volta via radio ai cittadini di Bengasi. «Arriveremo stanotte. Non ci sarà pietà», minaccia il colonnello. «Cercheremo in ogni casa. Chi non è armato, non deve temere nulla». Gli abitanti della città lo aspettano. Le barricate vengono rinforzate. La contraerea schierata in altri punti sensibili. I comandi militari allertati. Mentre cala il tramonto, la capitale degli insorti si prepara all'ennesima notte senza sonno.
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lei. Hanno/abbiamo atteso che Gheddafi quasi completasse la sua opera di
massacro e di riconquista e che l'ONU degli Stati, dopo tanti contrasti e
tentennamenti, decidesse un'azione militare. Altrimenti avremmo continuato a
lavarcene pilatescamente le mani. Solo allora abbiamo cominciato a lanciare
alti lai verso il cielo, con la rituale e ovvia condanna dell'imperialismo e
della guerra. Una posizione, a questo punto sterile, che denuncia la nostra
impotenza, il nostro giocare di rimessa, e la nostra indifferenza per la
sproporzione delle forze militari in campo che si traduce nei massacri e nelle
atrocità ben documentate messe in atto dal dittatore. Risultando così, a questo
punto, non alternativi, ma simmetrici a chi pensa di risolvere con la guerra la
questione libica.
Stando così le cose, il negoziato lo si può ancora chiedere, ma non in una
situazione in cui una parte si trova la pistola puntata alla nuca. Come dice la
risoluzione ONU, "devono cessare le ostilità", il che significa che Gheddafi
deve arretrare dalle attuali posizioni sul terreno. Se cessano effettivamente
le ostilità, la guerra può essere ancora evitata. 19-03-2011 14:41 - giacomo casarino
Temo che si tratta della solita storia: gli imperialisti utilizzano i loro "valori" solo per mascherare i loro interessi economici...e le mosche cocchiere della sinistra si avviano sulla strada del fronte. 19-03-2011 11:47 - Luca65
Ieri alla notizia della risoluzine dell' Onu i ribelli di Bengasi hanno gioito, esultato, hano ritrovato ottimismo e speranza.
Signor Terzani, fammi capire, ti auguri il loro massacro da parte di Gheddafy?
Ma questa guerra chi la vuole, scusi? Chi l'ha iniziata?
Chi è che sta ancorato al suo enorme potete e alle sue enormi ricchezze....? Ma che sta dicendo? La sua analisi fa pena.
Si metta nei panni di questa gente e la smetta di fare elucubrazioni ideoligiche vecchie, ridicole, e sopratutto, inutili. 19-03-2011 01:03 - antonio
Le sinistre "progressiste" occidentali somigliano molto ai rinnegati socialisti interventisti(socialsciovinisti come li definì Lenin) della Grande Guerra. Francia e Gran Bretagna tornate al colonialismo ottocentesco,o forse con alcune differenze,alla politica di aggressione e ingerenza della Crisi di Suez.
Tutto torna ma diverso!
Saluti 18-03-2011 23:35 - gianchi